SALERNITANA. CENT’ANNI (Ma non di solitudine)
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Il lieto fine di una storia calcistica ( e non solo)
Angelo Scelzo
Cent’anni, ma non di solitudine. E tanto meno di quieto vivere, visto che c’è sempre qualcosa che non quadra quando una storia comincia dalla coda e lascia in sospeso il lieto fine al paradossale e interminabile bivio degli undici metri. È avvenuto così per la Salernitana che si è trovata alla fine con un secolo di vita giocato a sorte, o poco più. Nell’anno in cui sembravano di rigore solo le celebrazioni, si è invece manifestato l’equivoco della celebrazione del Rigore, inedita pietra angolare del nuovo corso di qui in avanti, e, più realisticamente, provvidenziale scialuppa di salvataggio lanciata ad un attimo appena dalla deriva. Non era esattamente questo l’approdo sperato. Ma intanto bisogna ammettere che nessun fuoco d’artificio resterà più impresso, nelle rievocazioni del centenario, della folle girandola di un finale di campionato che la Salernitana ha vissuto quasi a braccia conserte – solo 4 punti nelle ultime undici partite- indaffarata invece oltre ogni dire a livello societario, quando la palla, scomparsa dalla vista dei granata, è passata ad avvocati e consulenti. Dal campo alle aule di giustizia, poi al Tar e al setaccio di formule, dispute e cavilli giuridici certo più complicati del 4-3- 3 di Colantuono o del modulo più offensivo di Gregucci che l’unica offesa, in verità, è riuscito a procurarla a una classifica colta da improvvisa paralisi. C’è voluto infine , il terzo timoniere, Menichini detto il buonsenso per evitare che finissero in pagina i due titoli più scontati e sciaguratamente pronti all’uso: “Morte a Venezia” e “Granata affondati in laguna”.
Era scritto che non dovessero esser questi i titoli di coda. La trama generale respingeva, a Il prima vista, un finale così banale e irrispettoso. Perdere la B avrebbe significato un rovinoso ritorno al passato con la serie C, che nel frattempo ha cambiato più volte nome, ma non la sostanza di una categoria di cui la Salernitana, per lungo tempo, non riusciva mai a liberarsi. Sembrava più che altro una condizione di condanna, il marchio pressoché indelebile assegnato di riflesso a una città che provava invece a esplorare vie nuove sul piano del progresso e della crescita civile. È rimasta viva per decenni, seppur datata al tempo dell’immediata ricostruzione post- bellica, la spinta che era venuta, nella stagione 46- 47, da quell’unica e isolata apparizione in serie A. La retrocessione, manco a dirlo, non si era fatta attendere, come forma di un’altalena ricorrente nella vita dei granata, ma le recriminazioni per la caduta – giudicata peraltro immeritata – furono compensate in doppia cifra, sia sul piano sociale che sul versante, allora inesplorato, della cultura e addirittura della scuola calcistica. Scese in campo, in quegli anni e in maniera decisa una pattuglia di intellettuali che trasformò Salerno, in uno dei centri più impegnati nel campo della letteratura e delle arti, in particolare il cinema, con la diffusione dei primi cine- club animati da artisti e intellettuali come Vittorio De Sica e Raf Vallone. Sulla spinta di Alfonso Gatto, poeta per vocazione e tifoso granata per (dichiarata) professione, a Salerno erano di casa, a guidare dibattiti e a organizzare convegni, Italo Calvino, Elsa Morante, Michele Prisco e Sibilla Aleramo. All’Archivio di Stato, guidato da Leopoldo Cassese, teneva lezioni Luigi Einaudi. In campo, la Salernitana rispondeva con il vianema, un sistema di gioco nuovo e rivoluzionario che, nel suo campo, rinverdì la tradizione delle scuole salernitane: prima quella Medica, famosa nel mondo. Ma a ruota, come effetto di un’evoluzione calcistica protratta nel tempo, ecco l’intuizione di “mastro” Gipo Viani, un tecnico allora sconosciuto, proveniente dal Siracusa. Si deve a lui l’invenzione del “libero” che negli anni successivi avrebbe segnato la svolta tattica del gioco all’italiana. Non bastò il vianema ad evitare la retrocessione, ma ancora oggi quell’unico anno nella massima serie fa da spartiacque tra un prima e un dopo della storia granata. Nel corso del centenario la Salernitana ha cambiato tre volte casa: prima il Piazza d’Armi, poi il Vestuti, infine, lo Stadio d’Arechi, ultimo capitolo di una storia tuttora in atto. Cambiano gli scenari. E cambiano anche gli attori, dai pionieri della prima ora – i Pastore, gli Onorato i Buzzegoli – al tempo di mezzo del vecchio comunale, poi diventato “Vestuti” nel cuore della città, coi ricordi ancora vivi dei Prati e dei Corbellini, della squadra miracolo di Tom Rosati e di Agostino Di Bartolomei, l’eroe tragico che a Salerno è arrivato a chiudere carriera e vita. E senza dimenticare la roccia Scarnicci, Gigino Gigante, i Gambino, i Cominato, l’estro, o forse, la follia di Pantani