Skip to main content

Angelo Scelzo

SALERNITANA. CENT’ANNI (Ma non di solitudine)

19/08/2019

Pagina 2 di 2

Si chiamava Piazza d’Armi, il primo impianto dove le diverse squadre cittadine, prima di subire dal fascismo la strada forzata della fusione, cominciavano a dar vita ai tornei locali, poi regionali e infine sempre più nazionali.

Terreni di gioco e terreni di guerra spesso erano tutt’uno. Quasi in contemporanea si giocava la partita di calcio e quella della vita, in un confronto drammatico e spropositato.

 Più di ogni altro, l’uomo al, quale fu dedicato lo stadio, Donato Vestuti, capitano dell’esercito, giornalista, morto sul campo di battaglia, sul Col Dell’Orso, quando la guerra era ormai all’epilogo, poteva essere considerato un simbolo.  

Il trasloco al Vestuti segnò infatti un cambio d’epoca. Si è detto della serie A per la Salernitana, ma fu Salerno in quegli anni a tenere maggiormente la scena. E in modo drammatico, con la tragedia del l’alluvione che nella notte tra il 25 e 26 ottobre del 1954 sconvolse la vita della città. Quasi un’altra “guerra” scatenata stavolta dalla collera della natura e dall’incuria degli uomini. E un’altra partita di segno diverso, da affrontare non sul rettangolo di gioco, ma in quello più impegnativo della vita. Una drammatica congiunzione tra città e squadra poteva essere considerata, anni dopo, nel 62, l’invasione di campo nella partita contro il Potenza. Negli scontri partì un colpo di pistola e un proiettile vagante uccise un tifoso, Giuseppe Plaitano. La piaga della violenza negli stadi cominciava ad estendersi a macchia d’olio, e per Salerno non fu quello l’unico tributo di sangue.  Era in agguato addirittura una strage: 4 giovani morti nell’incendio di un vagone del “treno granata “di ritorno dalla trasferta di Piacenza, ultima di campionato. I funerali dei 4 giovani – Ciro Alfieri, Vincenzo Lioi, Simone Vitale e Giuseppe Diodato – segnarono il momento di una commozione collettiva che coinvolse tutta la città e si estese nel Paese.

Quell’enorme lutto al braccio per i quattro giovani morti, accompagno per anni il cammino di una squadra che passò da un allenatore all’altro –  Nedo Sonetti, Zeman, Varrella, Pioli, Gregucci –  prima di conoscere, al termine del campionato 2004- 2005, l’umiliazione dell’esclusione da tutti i campionati professionistici, per inadempienze economiche. Si concludeva nel modo peggiore la gestione- Aliberti forse il dirigente di maggior rilievo degli ultimi decenni granata. Era stato il presidente del ritorno in serie A dopo un’attesa di mezzo secolo. L’impresa, dopo l’infilata di una promozione lampo dalla serie C, riuscì a una squadra –meraviglia, guidata da Delio Rossi – passato in breve dall’appellativo di carneade a quello di profeta –  che a Salerno non s’era mai vista: la classe di Salvatore Fresi in difesa, le geometrie di Breda, i gol di Giovanni Pisano capocannoniere con 21 reti all’attivo. Non tornavano solo i conti in classifica. La Salernitana diventava ancora una volta un modello tattico da imitare. Gli Anni Novanta, nella versione granata, richiamavano la primavera del Sessantotto   vissuta attraverso le gesta di Pierino Prati e la regia di Tom Rosati. E una volta in serie A, ecco i Di Vaio e i Gattuso a dare forma e sostanza a una squadra che, allo stesso modo di 50 anni prima, non riuscì ad evitare una precoce, e anche questa volta immeritata, retrocessione.   Fu immediato il cambio di scena.  E dopo l’umiliazione della cacciata dalla Lega professionisti, fu necessario il Lodo-Petrucci, per ottenere alla società granata una ‘miracolosa’ ammissione alla serie C, tante volte vituperata e in quell’occasione accolta come una salvezza.

Durò due anni il nuovo purgatorio. Poi sotto, la guida prima di Agostinelli e nell’ultimo tratto di Brini, l’ennesimo ritorno in serie B. Con i problemi societari sempre alla porta, la nuova promozione fu solo una breve parentesi. Che si chiuse però nel modo peggiore.

Sconfitta ai play-off nel campionato 2009- 2010, quello che doveva segnare l’immediata ritorno tra i cadetti, la Salernitana fu addirittura dichiarata fallita.

Il calcio spariva da Salerno. Si abbassava la saracinesca sulla storia della Salernitana. Un dramma sportivo, ma sempre un dramma per una città che vedeva svanire una parte di sé. E nel modo umiliante della cacciata per debiti insoluti.

Ma la realtà era che anche Salerno si vedeva costretta a prendere atto che la crisi aveva estromesso la squadra di calcio dagli orizzonti più prossimi di un’imprenditoria che già avvertiva i segni della crisi in agguato.

Il discorso si spostava altrove. In direzione di Roma e, attraverso il legame di una parentela politico- imprenditoriale ecco spuntare il duo Mezzaroma- Lotito. Non dibattiti, ma opere di bene: andava verso questa direzione l’impegno che i due assicurarono – e chiesero – a un Comune sceso in campo a sua volta, con il sindaco De Luca-, per cercare di mettere una pezza al fallimento.

Fu il valore della “tradizione sportiva “ad accompagnare la tassa d’iscrizione e a tenere possibile l’ammissione della nuova società- il Salerno Calcio- nel campionato di serie D, girone G. Niente più maglie di colore granata, via il logo del ‘cavalluccio marino’, il simbolo disegnato da Gabriele D’Alma negli anni Sessanta. Allenatore Carlo Perrone, referenza la provenienza dalle giovanili della Lazio, la società di Lotito.

Alla storia vanno aggiunti i fogli volanti di una cronaca in corso d’opera: la Salernitana, alleluia, ritornò in B nell’anno di grazia 2014. Ritornarono i canti di gioia e i vessilli al vento nella città in festa. Salerno sa come esplodere per la sua Salernitana. Per queste feste, forse molto più che per la processione di San Matteo, la regia è ormai collaudata.

         L’entusiasmo sì, ma in fondo quella promozione, a ben vedere, andava presa come una sorta di risarcimento dovuto. La storia ha fatto solo tornare i conti. Perché’ era la serie B in debito con la Salernitana e non viceversa. Senza i granata che cadetteria poteva mai essere? L’assenza si era fatta sentire. E soprattutto si era impietosamente manifestata attraverso il deserto di spalti, priva per qualche anno della macchia di colore della sempre folta “torcida” granata. Parve un segno del destino – più che mai cinico e baro- quella trasferta sul campo dell’Astrea Roma, la squadra ministeriale, all’interno del penitenziario di Casal del Marmo. Non era chiaro se per l’ingresso occorresse un semplice biglietto o un “lasciapassare”.

Anche all’Arechi, con il mare di fronte e la città lontana, il calcio ha cambiato faccia. Il vecchio <Vestuti> è ora un cadente monumento alla nostalgia piantato nel cuore della city.

L’ultimo tratto di storia porta alla cronaca dell’oggi. Ma è di rigore chiuderla qui.

Pagina