una giornata al monastero mater ecclesiae
Di Angelo Scelzo
Dai giardini vaticani la cupola di Michelangelo svetta con tutta la leggerezza che può fin quasi ad abbracciare un paesaggio dell’anima che sembra uscito da un patto d’alleanza tra l’opera della natura e il meglio della mano dell’uomo.
Uno dei punti di osservazione più suggestivi di questo compendio di arte e di umanità nel territorio che papa Pio XI, all’atto della nascita in forma di Stato, indicò come “quel tanto di corpo che bastava per tenersi unita l’anima”, è certamente il monastero “Mater ecclesiae “. Da quattro anni, dopo i due primi mesi di Castel Gandolfo (28 febbraio – 2 maggio 2013), il monastero è diventata la casa e il luogo di ritiro e di preghiera del Papa emerito Benedetto.
Nel giorno di Pasqua della resurrezione, Joseph Ratzinger compie 90 anni. Al monastero, in tutti i sensi, non è, né può essere, un giorno come un altro. È attesa la visita di Papa Francesco. Da Regensburg è già arrivato e si fermerà per alcuni giorni, mons. Georg, l’amatissimo fratello maggiore. Domani una delegazione bavarese porgerà gli auguri ufficiali della sua terra. Ma tutto nel segno della sobrietà. Nella Cappella il grande cero intarsiato a mano inviato, come ogni anno, dalla Baviera, scandisce il tempo liturgico, ma dà anche il tono giusto a una umanissima festa di famiglia. Quasi si tocca con mano che Il clima della casa si misura e si conforma sulla mitezza di Benedetto. Il papa emerito ha sempre un sorriso e il cuore aperto per tutti.
Un colloquio, poco più di un saluto, non può essere un’intervista, ma il primo pensiero, il primo grazie di Papa Benedetto, sapendo che si scriverà della visita al monastero, è per <Avvenire> e i suoi lettori: “Voglio augurare a tutti loro una Buona Pasqua e ringraziarli per la vicinanza nella preghiera. Sappiano che la ricambio”. Poche parole, il volto sereno, lo sguardo intenso e illuminato dalla cordialità di un sorriso. I novant’anni “barcollano” principalmente sulle gambe, e infatti dopo il bastone, ecco un deambulatore ad accompagnare, quando necessario, i passi. Cammina certo più veloce la mente che, alla soglia del secolo, non è solo un deposito di ricordi. Il monastero è appartato ma non è fuori dal mondo.
Il 16 aprile del 1927 era un sabato Santo, e la liturgia pasquale, con la benedizione dell’acqua e il battesimo, veniva celebrata, allora, già alla vigilia; e dunque il privilegio di una “vita subito immersa nel mistero pasquale” si rende misteriosamente presente.
Oggi più che mai, nel tempo in cui la Pasqua, segna con esattezza anche un tempo straordinario della vita, non si può pensare a una semplice faccenda di calendario; oggi che lo sguardo sotto gli occhi di Benedetto -il manto vivo e rigoglioso dei giardini e il maestoso profilo della cupola di san Pietro – riporta a un’altra “coincidenza”, una condizione di vita già vissuta e assimilabile, almeno in parte, a quella attuale. Il monastero, e la piccola comunità che vive insieme e intorno a Benedetto, richiama il tempo e il luogo della piccola chiesa di Pentling, il paesino alle porte di Ratisbona dove il cardinale Joseph Ratzinger trascorreva le vacanze estive e dove avrebbe voluto ritirarsi una volta che Giovanni Paolo II avesse accolto le sue dimissioni da Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede. Ogni domenica nella chiesetta di San Giovanni svolgeva la funzione di parroco e per la piccola comunità di Pentling, il cardinale celebrava messa e teneva l’omelia. Da tempo, ancor prima che venissero raccolte in un volume, per la loro profondità e bellezza, erano diventate le “omelie di Pentling”, il pulpito di un minuscolo centro davanti al quale, per la parola del suo “parroco della domenica” si spalancavano gli orizzonti del mondo.
Come tutte le chiese dei piccoli villaggi, anche Pentling aveva il suo bel campanile. E fu quando, in una domenica di luglio del 94, furono inaugurate le nuove campane, che il cardinale Ratzinger tenne un’omelia che, a distanza di oltre vent’anni, aiuta a capire il clima, i momenti e gli attimi di vita al monastero.
Parlava, l’omelia, nel suo passaggio più importante, delle differenti altezze dei grattacieli e dei campanili, e osservava che i grattacieli indicano soprattutto il potere della terra. Spingono un po’ più su la terra, ne innalzano il potere, ma, mostrando che in alto c’è solo terra e cemento, denunciano chiaramente il senso del nostro limite. E invece: “il campanile, anche se è piccolo come un modesto, timido indice, ci parla di tutt’altra altezza, di un’altezza che non si può raggiungere col cemento e neanche con i razzi; di un’altezza che si può raggiungere solo con il cuore, di un’altezza che si chiama Dio. “
Imponente e maestosa, la cupola di san Pietro, nella visione del Papa emerito e’ ora anche il riflesso del piccolo campanile della piccola comunità di una Pentling ancora più ridotta: il segretario personale, Prefetto della Casa pontificia, l’arcivescovo Georg Ganswein, le quattro “Memores domini” Rossella, Loredana, Carmela e Cristina, a cui va aggiunta, ( pur non vivendo nella casa) la laica consacrata, Birgit, del movimento di Schoenstatt, l’unica, si dice, in grado di decrittare la minutissima grafia di Benedetto.
Non si staglia nessun grattacielo sullo sfondo di una Roma che, in alto è una distesa di tetti e terrazze, e che, nella sua visione d’insieme appare come un’immensa piazza adagiata ai piedi della cupola. In un luogo dove spazio e tempo quasi si confondono, il campanile di Pentling affiora allora come il “focolare” di una famiglia tutta speciale, consapevole, pur in tutta umiltà, di vivere un tempo speciale; e nel nome di una persona speciale. Il monastero è una piccola casa dove la storia ha messo fin dal principio le tende, eppure qui proprio la storia sembra essere l’estranea di casa, l’ultima ospite alla quale si mostra riguardo perché tutto scorre in un silenzio che non è nascondimento, bensì l’argine naturale per dare spazio e primato all’essenziale.
Qui è il centro di quel “recinto di San Pietro” nel quale Papa Benedetto, all’atto della rinuncia al pontificato, declinò il suo “per sempre” affidando al servizio della preghiera il suo “modo nuovo di restare presso il Signore”.
Ed è per questo tutta nuova, pur cambiando ogni giorno, la vita di questo monastero, dove è il quadrante delle attività a scandire le ore, e non viceversa, quasi a sottometterle all’esigenza di viverle appieno, tenendo così sempre lustro il profilo di una serenità non scalfita dalla polvere della consuetudine. E come potrebbe mai essere, se già dal primo atto di ogni mattina- la celebrazione della Messa alle 7, 30 – la piccola comunità del monastero si trova di fronte a un’attesa, la riflessione del papa emerito sulle letture? Solo brevi pensieri, non l’omelia dei giorni festivi, che Benedetto XVI prepara, proprio come avveniva a Pentling, svolgendo quello che egli stesso ha definito come il “suo compito spirituale: trovare le parole per interpretare un testo”. Trovare le parole, da sempre, è stata l’arte di Joseph Ratzinger. Trovarle per le omelie di Pentling – è stato lui a scriverlo nella prefazione al prezioso volumetto che le raccoglie – si è rivelato come “un viaggio del cuore nei bei giorni passati”. Un tempo nei banchi della chiesetta del paese la comunità – contenuta, senza grandi numeri – della messa domenicale; oggi nei banchi della Cappella al monastero, il segno di un’altra condizione: quella di una comunità diventata famiglia, di vincoli sempre più stretti intorno ai quali si annodano non momenti o aspetti di vita, oltre a quelli della fede, ma l’esistenza intera.
“Famiglia. E’ proprio questo il termine giusto per indicare la comunità che vive intorno e accanto al Papa emerito, commenta monsignor Ganswein , che ogni mattina di qui esce di casa per essere accanto a Papa Francesco nel suo ruolo di prefetto della Casa pontificia per un duplice ma anche specialissimo servizio. “Lo spirito, il tono, ma anche i compiti e gli impegni di ciascuno dei componenti sono quelli di un gruppo di persone non solo affiatate ma unite da legami di affetto e dalla condivisione non di un obiettivo, ma di una vera e propria missione. È una famiglia che ha conosciuto il dolore nella sua espressione più cruda, con il tragico incidente stradale che costò la vita, nel novembre di sette anni fa, a Manuela Camagni, una delle memores che dal primo momento sono state accanto a Papa Benedetto. Ho ben presente la sua umanissima afflizione, le sue preghiere, unite a quelle di tutti noi per un ricordo sempre vivo. Questo per dire che, come in ogni famiglia, non c’è il sole tutti i i giorni, e si vivono anche qui i momenti di preoccupazione e, talvolta, di vera e propria apprensione. Ma il clima di serenità è il dato ordinario e costante, grazie anche a uno spirito di buon umorismo che non manca per prima a Papa Benedetto. Il particolare “multilinguismo” di casa aiuta, perché alle due lingue madri, italiano e tedesco, occorre aggiungere le inflessioni dialettali di ben tre regioni italiane, il lombardo di Rossella, arrivata dopo la morte di Manuela, il pugliese di Loredana e Carmela, che presidiano la cucina – pasta e dolci le specialità rispettive entrambe molto apprezzate da Benedetto – il marchigiano di Cristina, colei che segue il Papa emerito più da vicino. Spesso, alla fine è la lingua dell’amicizia, il nostro vocabolario comune.
- Una comunità che si trova a vivere un’esperienza del tutto inedita…
“Abbiamo tutti ben presente questa realtà e vorrei dire che proprio questa è la nostra forza. Ognuno di noi si trova di fronte a una naturale gerarchia di compiti: sono gli spazi della preghiera a segnare più a fondo la vita quotidiana. La guida è più che mai Papa Benedetto, con la messa mattutina, il breviario, le Letture, la recita del Rosario- nel pomeriggio nei giardini, o in Cappella quando il tempo non permette di uscire- la compieta e le meditazioni personali. Sono diventate meno frequenti ma non mancano, nella tarda mattinata, le visite e gli incontri. Libri e corrispondenza, con qualche puntata al pianoforte, si contendono gli altri momenti della giornata, e a sera, il telegiornale è la finestra con vista mediatica sull’attualità’.
In nessun caso una giornata-tipo può mai essere uno stampo dell’esistenza. Men che mai nel monastero del primo Papa emerito. Ma di questo tempo, un giorno saranno rivissuti gli attimi. La storia ha già preso residenza nella quiete dei giardini vaticani.