Ma in tempo di Covid, la foto del selfie degli scavi, richiama in maniera diretta l’ammonimento a non guardare il dito invece della luna, e cercare quindi di andare oltre l’inevitabile fuoco di fila delle condanne, per dire che anche la pandemia e’ un’immagine che coglie l’uomo fuori posto, e con un profilo tutt’altro che a fuoco. Si può pensare che, come la donna del selfie, l’umanità abbia tenuto poco conto delle sue fragilità e dei suoi limiti, e senza rendersene pienamente conto si sia avventurato in una sfida a senso unico, una sorta di selfie per autocompiacimento. Senza curarsi di mettere, però, i piedi sul tetto della casa comune.
Come sull’infrazjone della turista di Pompei vigilava l’onnipresenza dei telefonini acchappaimmagini, così sulle nostre “prepotenze” e sui nostri maltrattamenti all’ambiente era difficile pensare di poterla ancora fare franca. A trarre in inganno è stata forse la
perfetta compatibilità degli ambienti tra la svolta digitale – al governo ormai della vita quotidiana- e la natura rarefatta dei virus, legati da una comune radice virtuale, che tuttavia stringe a tenaglia tutto il reale che ci circonda. In molti temevano che l’attacco dei virus potesse riguardare proprio il mondo digitale, e l’apprensione era forte poiché non si sarebbe trattato di un semplice scompiglio, ma di un vero e proprio sconquasso. Ma il virus non è poi uscito da un server: ha portato un attacco diretto all’uomo. E su vasta scala, mostrando il peggio di se’ e sfigurando l’immagine di questa prima parte di secolo e di millennio, ora macchiata di sofferenza e di morte.
La turista sulla terrazza degli scavi, certo senza volerlo, ha però reso evidente che la banalità di un selfie può non essere lontana dalla banalità del male che ha ampliato, nel frattempo, le sue forme di espressione, e soprattutto la sua capacità di connessione. Due elementi che, insieme, fanno salire il rischio di un assoggettamento – in pratica di una chiamata al servizio – delle nuove tecnologie e del mondo dei social. E’ un dato di cui tener conto soprattutto perché tocca i comportamenti individuali nella gestione di mezzi e strumenti di larghissimo uso comune. Ciò alza di molto la soglia della responsabilità che non può più essere parametrata su un’oggettiva gravità dei fatti. La leggerezza e l’incoscienza alla base di quella foto, indicano più di tutto un punto di non ritorno, il tempo finito di ogni zona franca dell’insignificanza. Quando tutto è connesso può bastare una scintilla per scatenare il grande incendio.
Un selfie negli scavi fa pensare, di per se’, a un salto di secoli e di civiltà. Ma se, ancora più evidente è parso il salto di ( ir)responsabilità, occorre prendere atto che nel codice del mondo digitale quasi non esiste più la distinzione tra piccoli e grandi eventi, tra piccole e grandi infrazioni e conta poco perfino la lunghezza dei passi falsi. C’è sempre un virus in agguato, dal server o dalla vita, a scompaginare anche le antiche e collaudate gerarchie. Finire nella foto sbagliata, per l’uomo ( la donna) rischia di diventare davvero troppo fa
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