Angelo Scelzo
Un anno senza Etchegaray. E il vuoto della Grande tristezza di Roma, senza più la voce e la folla di turisti che, a malincuore, le hanno voltato le spalle. Anche Trastevere, dove ogni forestiero è di casa, fa la conta delle assenze e mostra un volto che le appartiene poco. Tre le sue stradine e i vicoli di borgo si è rarefatta la presenza di quel mondo cosmopolita e un po’ fantasioso che ne ha decretato e via via aumentato il fascino.
C’era un cardinale tra lo specialissimo popolo di questo specialissimo quartiere. “Etchegaray, cardinale di Trastevere”, è stata solo una delle tantissime definizioni che hanno accompagnato l’intenso percorso di un uomo di Chiesa con la valigia sempre pronta, un globe- trotter di diplomazia e speranza per il mondo. Oggi, dopo la tempesta di una pandemia che continua a non arrendersi, tra i passi che mancano nel rione, quelli del porporato basco sono i più pesanti. Un quartiere, accreditato, come per acclamazione, di una vista naturale sull’Onu, per cui tutto ciò che avviene in quello spazio di romanità, è rapportato al più internazionale degli organismi.” L’Onu di Trastevere”, una formula coniata per il respiro largo della Comunità di Sant’Egidio, ancora più a fondo rimanda proprio all’esperienza di Etchegaray, del tutto a suo agio dagli scranni delle istituzioni, come nel contatto vivo di una quotidianità affrontata a viso e a cuore aperto. Trastevere era così lo spazio, ma anche la proiezione di un impegno senza limiti nel mondo e senza frontiere nella chiesa.
Se nel vuoto di Roma, anche Trastevere è diventata più povera, è perché i passi che mancano di un vecchio cardinale hanno lasciato il segno: non solo per cercare un appoggio saldo al bastone degli ultimi anni, Etchegaray conosceva a uno a uno i (pochi) quadranti di sampietrini non rappezzati o con le buche a cielo aperto sulla via delle sue passeggiate ordinarie. Più delle pietre conosceva però a uno a uno i volti di Trastevere, e tra questi, più di tutti, quelli dei tanti poveri di strada davanti ai quali sfila, chiassosa e variopinta, una movida di tutti i censi e di tutte le età.
Un piccolo mondo a parte, un paese ritagliato nello spazio di una metropoli, fiero di un’identità riconosciuta, villaggio e universo insieme, colorato palcoscenico di vita e laboratorio culturale a cielo aperto: non poteva che essere questa la casa naturale di un uomo di Dio e di strada come un cardinale che tra i tanti, per le missioni impossibili in ogni angolo del mondo, affrontò il viaggio più difficile quando, meno di quattro anni fa, lasciò la casa di San Calisto, per raggiungere Cambo-Les Bains, diocesi di Bayonne, poco lontano dalla sua Espelette. Andò a stare accanto alla sua amatissima sorella Maite, morta appena un anno dopo. Chiudeva, nel cuore di Trastevere, non tanto una casa, ma un’ambasciata di dialogo e di amicizia, un centro sempre attivo di incontri ecumenici e, più in generale, una cattedra di umiltà dove imparare a parlare di pace.
Trastevere ha avuto di prima mano, e per molti anni, ciò che Etchegaray ha dato alla chiesa e al mondo: la partecipazione al Concilio, la conduzione, per lunghi anni di un dicastero a sua immagine e somiglianza come Giustizia e pace, la primissima linea nello storico Incontro di pace di Assisi, il Grande Giubileo dell’Anno Duemila che Papa Wojtyla volle affidare nelle sue mani. Non sono le voci di un cursus honorem, per quanto importante e prestigioso. Per Etchegaray contava poco interpretare ruoli, e così fino all’ultimo, il suo tavolo di lavoro a San Calisto è rimasto sempre ingombro di carte, libri, ritagli, giornali, i materiali minimi di un progetto prossimo venturo mai sfumato dai suoi orizzonti. Sembrava avere occhi solo per il futuro. Non era ottimismo di maniera. “Credo che Dio è tutto nuovo ogni mattina, e che il suo Vangelo mi rende nuovo ogni mattina”, aveva scritto agli amici nei biglietti di auguri per l’ultimo Natale in vita. Aveva una penna più scintillante dei suoi occhi allegri che spandevano il sorriso oltre le rughe di un volto buono e sereno. Voleva sentire sempre accanto a sé la speranza, per poterla poi rimetterla in circolo, cosicché la sua aspirazione “era quella di sentire ogni volta ringiovanire la fede battesimale, e ripulita da tutti gli spruzzi della routine appiccicata alla mia vecchia pelle”.
Quai passi che mancano, oggi più che mai, con la pandemia che ne ha cambiato i tratti, per Trastevere sono una ferita aperta. Ma questo vuoto è suo solo come punto di irradiazione.
Proprio il vecchio cardinale basco ha fatto del suo perché anche da un semplice quartiere Roma si affacciasse sul mondo.
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