Angelo Scelzo
Il Rosario del Papa nella grotta di Lourdes, nei giardini vaticani, oltre che concludere il mese mariano, ha chiuso quello che può essere considerato il ciclo delle celebrazioni straordinarie al tempo della pandemia. Resta nel cuore di tutti, credenti e non credenti, l’immagine, suggestiva e drammatica, della preghiera solitaria di Francesco, sotto la pioggia, nel deserto e nel silenzio di piazza San Pietro, nei giorni della Settimana Santa. Ed è ancora viva l’emozione per quel pellegrinaggio, a piedi, nel cuore del centro storico di Roma, nella chiesa di San Marcello al corso per rendere omaggio, e poi portare con se’, sul sagrato della Basilica, il crocifisso che i romani invocarono durante la peste nera del Trecento.
È trascorso poco più di una settimana dalla riapertura delle chiese con il ritorno, seppur nel rispetto di una serie di regole, alle celebrazioni ordinarie. Non si può certo pensare, in questa nuova fase, a una sorta di ‘bilancio’ della fede durante questo tempo così insondabile e misterioso. Quel che si può dire è che la fede, come domanda dell’uomo, si è fatta più viva e presente; e ha spinto a una pratica religiosa più assidua, sebbene espressa nelle forme possibili del momento. In streaming, o in videoconferenza, per radio o attraverso la nutrita famiglia dei “social” la chiesa- digitale è entrata per la prima volta in moltissime case e ha contribuito ad incrementare il ricorso alla preghiera. Nella lettera di ieri ai sacerdoti romani, il Papa ha dato atto ai suoi presbiteri di “non essere rimasti a guardare dalla finestra, ma di aver condiviso e rafforzato il senso di appartenenza. “
La messa celebrata ogni mattina dal Papa a Santa Marta, e trasmessa oltre che da Tv2000 anche dal primo canale della Rai, è stata non solo seguitissima, ma si è imposta come un evento che ha toccato il cuore di molti. Eppure, della fede non si può fare un bilancio.
La celebrazione guidata da Papa Francesco ai giardini vaticani ha fatto invece pensare al Rosario come alla preghiera per eccellenza di tutto il tempo della pandemia.
Passando di mano in mano, nel silenzio di questi giorni tormentati e difficili, i granì del Rosario sono stati come leggeri rintocchi di campane capaci di chiamare a raccolta un popolo disperso e smarrito.
Nelle parole di Francesco, il Rosario è “la preghiera degli umili e dei santi, e quella che ci fa saldi in ciò che conta davvero; la preghiera dei Papi del XX secolo, del secolo breve, Il più sanguinoso di tutti.”
Più di ogni altra pratica, il Rosario, porta impressa la memoria dei tempi difficili della storia; ed è per questo che è anche la preghiera del popolo.
Viene anche da qui questa forma di cittadinanza piena al tempo del coronavirus, l’epidemia dell’era della globalizzazione.
La preghiera non ha tempo. Ma certo i “granì della corona mariana” sono entrati nel vivo di questi giorni, fino a segnarli a fondo. A dargli un’anima, a volgere all’umano, e a tradurre in altri termini, il vocabolario di un’età che fa sbornie di connessioni e ci impone poi la drammatica realtà della lontananza e del distanziamento sociale.
Connessione, nel mondo del Rosario sta per comunione. E può essere “rete” anche la “catena dolce che fa rannoda a Dio”.
In questi giorni, s’è visto, non si tratta di un altro mondo.
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