Una parola al giorno nel vocabolario della crisi

  • 20/ LE REGIONI – Il federalismo delle Repubbliche indipendenti

Angelo Scelzo

Non si è trattato di un varo istituzionale – a suo tempo a lungo inseguito- ma dopo la pandemia si può certo parlare di un federalismo di fatto o anche dell’emergenza. Tante regioni, tanti piccoli stati e altrettante repubbliche più o meno indipendenti. Sullo sfondo l’Italia, e un’unità nazionale che al tempo del coronavirus si è vista più dai balconi e dalle piazze (e, al netto di qualche sovraesposizione sovranista, nelle mascherine tricolori), che non nelle diverse articolazioni territoriali.

Sarà stato quel titolo così pomposo e spagnolesco di Governatore a indirizzare non sempre nel verso giusto il rapporto con un governo centrale trattato- a prescindere, come direbbe Totò- come controparte, e in qualche caso come vero e proprio avversario.

Ha pesato, e non poco, il fatto che una più chiara e netta regolamentazione dei rapporti e delle competenze è rimasta sempre a mezza strada. Il coronavirus non si è fatto però intenerire dalle persistenti incertezze e ha colpito duro anche in questo ulteriore fianco scoperto. Appena ieri, nella fase preliminare delle indagini sulla tragedia delle Residenze sanitarie, il Governatore della Lombardia, ha giustificato il mancato provvedimento della “zona rossa” ad Alzano, nella   Bergamasca, chiamando in causa la competenza attribuita in questo campo a Roma. Quando non si tratta di rimpalli evidenti, l’accertamento delle responsabilità rappresenta un passaggio doveroso. Ma le linee di demarcazione, in questo come in altri settori, continuano a manifestarsi come il groviglio più inestricabile nella grande crisi della pandemia.

E’ difficile mettere alle spalle l’amarezza delle tragedie, ma appena un passo più in là è stato il grottesco a mettersi di traverso a un rapporto lineare e chiaro tra governo locale e il raggruppamento tutt’altro che omogeneo delle singole regioni. Come e forse più della provvidenza, le vie regionali sono apparse infinite, mai nessuna simile all’altra, e ognuna alla ricerca di una propria originalità. Ciò che è venuto fuori è stata una corsa, anzi una rincorsa, a un protagonismo dai tratti stravagante, in grado di capovolgere l’immaginario collettivo legato ai singoli territori. Siamo stati investiti dai proclami severi e rigorosi di regioni del Mezzogiorno – con in prima linea il vulcanico Governatore della Campania De Luca – e, all’opposto, e nei giorni di piena emergenza dallo stupore per quel “Milano non si ferma” usato come improvvido guanto di sfida contro un virus che aveva preso di mira l’area più produttiva e dinamica del Paese. E come dimenticare, ripercorrendo a ritroso le tappe del confronto, la fioritura territoriale di “modelli”, sanitari e non solo: quello Lombardo dei grandi complessi ospedalieri, e in larga parte privati. Il “modello” Veneto, più attento al territorio e sul quale è stato possibile procedere, contro la pandemia, ricorrendo a uno screening più diffuso e a un tamponamento di massa. E tra i vari modelli ecco spuntare le aggregazioni, fino a creare blocchi di regioni tra loro affini, talvolta anche al di là della differente guida politica. Ogni Regione, dalla Sicilia alla Val d’Aosta e al Trentino ha preteso e ottenuto la propria ribalta. Qualcuna ha tentato di spingersi oltre pensando di poter imporre, per esempio, anche una sorta di “passaporto sanitario”. Altre hanno limitato la sfida allo Stato anticipando l’apertura di bar e ristoranti.

Tante voci, nessun coro. L’Italia è lunga, e i mille campanili – per altri versi una risorsa -sono ancora l’ossatura della sua storia. 

Neppure il virus appare in grado di varcare quest’ultimo Rubicone.

Angelo Scelzo

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