Una parola al giorno dal vocabolario della crisi

  • 32/ LA FASE 3Quando L’emergenza si toglie la mascherina

Angelo Scelzo

È difficile tenere il conto delle fasi, chiamiamole di uscita, del coronavirus. È certo alle spalle la fase 2 ma niente appare più indefinito di una fase 3 troppo onnicomprensiva per essere vera. Anche gli Stati generali convocati dal premier Conte a Villa Pamphili sono entrati nella grande agenda di una ripresa di cui non si vedeva l’ora. C’è stato poco da fare: quel “libera tutti” temuto da molti ha avuto invece un via libera pressoché incontrastato. L’immagine è stata un po’ quella dell’uscita da scuola al suono della campanella: gli abbozzi di fila diradati ancor prima di varcare il portone, le distanze perse per strada, le regole e le mascherine dimenticate al primo angolo utile. In realtà, proprio come alunni un po’ indisciplinati, siamo stati sospinti fuori da una forza che abbiamo sentito caricata alle spalle, e che ci ha dato fretta nel riprendere il nostro posto, recuperare i nostri spazi, ripristinare abitudini lasciate forzatamente in disparte. Tradotto in formula, si è trattato di un ritorno alla normalità, accettato senza riserve, seppure, in modo non   proprio indolore. In molti modi la pandemia, seppure indebolita, continua a tenere banco e a condizionare pesantemente la vita quotidiana.

Verso la normalità non è possibile procedere a passo svelto, e la sensazione tutta nuova è quella di inciampare sui tratti più conosciuti. Gli ostacoli sono disseminati dappertutto, e si fa fatica a vederli, e forse, ancora di più ad accettarli. Il riallineamento è difficile ed è ulteriormente complicato da una serie di regole e disposizioni che disegnano, talvolta, un grottesco gioco dell’oca tra poteri locali – e spesso localistici – e governo centrale. Se nei momenti più acuti della crisi questa contrapposizione è stata la radice di drammi e tragedie – come non pensare a ciò che è accaduto nelle residenze sanitarie assistite? – ora è diventata il segno di una ripartenza non solo disordinata ma a tratti arruffata, come da gregge disorientato e disperso. Passare dai drammi ai disagi è un passo avanti enorme, ma più che il sollievo a farsi sentire è il peso aggiuntivo calato su un percorso ancora difficile. E alcuni segni non fanno che sottolineare la pesantezza di questa transizione: è crollata, quasi da un giorno all’altro, la vendita di mascherine, ed è difficile non vedere in questi dato una forma del tutto autonoma di una personale dimissione da un’emergenza che non si avverte più tale. Proprio nel momento più delicato, la voce dei virologi, forte e tonante durante la crisi, è diventata fievole e, soprattutto, incerta o addirittura balbettante.  Non si è trattato solo della discordanza dei pareri; si è avvertito, nelle diverse prese di posizione, il sapore amaro di una sorta di resa dei conti tra modelli e scuole di pensiero non di assoluta e totale derivazione scientifica. Proprio questa è stata la causa prima dello scompiglio nella fase del riallineamento. Nessuno ha saputo dire, in modo chiaro, cosa fare e come comportarsi, e l’iniziativa privata, di fronte a scelte così complesse, è  diventata un irresistibile incentivo per rifugiarsi nell’egoismo e nel tornaconto personale.

È apparso questo anche il modo per sciupare i tanti momenti in cui si è fatta viva, in forme non sporadiche, una coesione che è riuscita a trasmettere un’immagine nuova del Paese, o almeno a confermare che nei momenti di crisi, l’Italia sa far leva sulle proprie energie e sulle sue antiche risorse.

La fase 3 è tuttavia ancora lunga e tutta da percorrere.  È ancora disponibile il tempo per cambiare rotta e preparare in modo serio il terreno per una ripresa che rappresenta un bivio. È in gioco, come non mai, il futuro di tutto il Paese.

Angelo Scelzo

Share
Published by
Angelo Scelzo

This website uses cookies.