TRENTARIGHE
Una parola al giorno dal vocabolario della crisi
- 13/ IL RITORNO AI SACRAMENTI -A Messa con mascherine e guanti

Angelo Scelzo
Nel (lento) ritorno alla normalità, che avverrà a partire da lunedì prossimo, uno dei momenti forti sarà la riapertura al culto delle chiese con la possibilità di celebrare le messe e altri importanti atti liturgici. E’ stato necessario un protocollo d’intesa tra il vertice della Conferenza episcopale Italia e la presidenza del Consiglio per mettere a punto le misure necessarie e rendere possibile il ( parziale) ritorno alla vita sacramentale dei fedeli. Com’era prevedibile anche il protocollo ha lasciato insoluti molti dubbi e, soprattutto, ha delineato situazioni delicate e difficili. Per i parroci si tratterà letteralmente di “preparare” ogni celebrazione nel senso, del tutto inedito, di un evento logistico- organizzativo che rischia, peraltro, di sovrapporsi agli aspetti essenziali dei riti. Particolarmente delicata appare la “gestione” del momento culminante della Messa, con la distribuzione delle ostie consacrate per l’Eucaristia. La soluzione indicata è stata quella dell’utilizzazione dei guanti da parte del celebrante. Una misura (forse) igienicamente adeguata, ma certamente discutibile da ogni altro punto di osservazione.
È difficile non pensare all’estrema delicatezza di questioni che toccano punti nevralgici della fede, e che al contatto con i sacramenti – primo fra tutti l’Eucaristia- respingono come totalmente improprio un confronto con i pur necessari accorgimenti di tipo sanitario. Tra questi due diversi aspetti la distanza, occorre ammetterlo, è siderale, e tale quindi da non poter essere neppure prefigurata dal distanziamento del tavolo di lavoro che, a Palazzo Chigi, ha visto riuniti insieme il cardinale Bassetti e il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Paradossalmente, però, è proprio tale inconciliabilità assoluta, ontologica, a rendere, in una qualche misura, inevitabile e giustificabile una soluzione di compromesso. Che tuttavia resta tale e non annulla la sensazione di un forte disagio.
Alla vigilia del ritorno alle celebrazioni, non si può fare a meno di considerare come l’intera questione dei rapporti tra le chiese e le istituzioni civili, a partire dal Governo, abbia fortemente evidenziato, pur nel clima di una sostanziale collaborazione, l’assoluta alterità tra organismi di diversa natura e missione. Quando poi dal livello delle istituzioni, la parola è passata alla politica corrente, si può solo parlare di un tonfo assoluto. Sotto la spinta di polemiche e di prese di posizione, durante le prime fasi della pandemia, la questione delle chiese aperte o chiuse poteva sintetizzassi nella contrapposizione tra una presunta destra (chi voleva le chiese aperte) e un’altrettanta presunta sinistra, favorevole invece alla chiusura. È stato il modo davvero più banale, e perfino misero, per misurarsi con una questione non solo di fede, ma di forte impatto sociale.
Era forse inevitabile che succedesse, ma si fa fatica a rassegnarsi che sia finita così, con quest’altro steccato innalzato a bella posta e messo di traverso, prima di tutto, sulla strada del buonsenso. C’è un versante politico sempre pronto a intraprendere battaglie e a infervorarsi addirittura quando il terreno di sfida ha a che fare – anche alla larga – con la fede.
Perfino la corona del Rosario, insieme a qualche immagine della Madonna e di santi, si è trovata, spesso, indebitamente arruolata da una parte del campo. Invocare e ostentare il sacro dalla propria parte ha davvero poco di sacro, ma di fronte alla minaccia del virus, la distinzione è apparsa troppo impegnativa per chi non vedeva l’ora, invece, di cimentarsi in una sorta di “crociata” fuori tempo e fuori luogo. Seppure senza grandi clamori, la scelta opposta favorevole alla chiusura temporanea delle chiese, è riuscita ugualmente a fasi largo e a motivare le proprie ragioni. Sottratto alla contesa politica, il confronto è andato avanti per le vie normali di un dialogo anche serrato ma comprensibile. È toccato a Papa Francesco, da Santa Marta, durante le seguitissime messe del mattino, spingere a fondo sulla linea della mediazione, ben sapendo della forte pressione di vescovi e soprattutto di parroci verso una sollecita e completa ripresa – pur nel rispetto delle restrizioni imposte – dell’attività liturgica e di culto.
Fatto sta che una questione di tutto rispetto ha dovuto misurarsi con i troppi ostacoli di una “religione” che, trascinata sul terreno della contesa, finisce di essere se stessa.
Da Santa Marta, alle sette del mattino, tutto è stato ricomposto.
A livello di politica corrente, lavori ancora faticosamente in corso.