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Angelo Scelzo

Se la pasqua al tempo del covid scrive nuovi capitoli nella storia della chiesa

14/04/2020

Angelo Scelzo

In questa Pasqua che non s’era mai vista, i rintocchi delle campane che a distesa annunciano la resurrezione, hanno suonato, per così dire, a banda più larga. Segno dei tempi, in omaggio a una tecnologia senza più zone franche. Ma anche segno di questi tempi, drammaticamente presi in ostaggio, a livello planetario, dalla pandemia del coronavirus. Con il vuoto e il silenzio intorno, è un suono che, oltre a richiamare echi ormai lontani, irrompe, e sovrasta per un momento i toni bassi ai quali siamo costretti. Soprattutto è un suono che parla. E che racconta di tempi e cose nuove, delle quali occorre tener conto e prendere nota. Qualcosa di importante riguarda la chiesa stessa, la sua presenza, la capacità di trovare una non facile sintonia con un’umanità già smarrita e disorientata, e ora messa di fronte all’umiliazione della propria fragilità.  Niente che fosse scontato, tenendo conto di una secolarizzazione ormai diffusa che ha fatto piazza pulita di ciò che alla chiesa si assegnava e si riconosceva per consuetudine e norma. Come è venuta meno la naturale sequenza dei gesti dell’iniziazione cristiana (a partire dal segno della croce e dalle prime preghiera insegnate in famiglia) così anche la società si è trovata via via sempre più priva di riferimenti non solo di fede, ma semplicemente culturali.

La globalizzazione sembrava aver assestato il colpo di grazia a una visione post- cristiana, senza neppure tentare, come in passato, di accompagnarla all’uscio con il foglio di via di un contrasto ideologico o filosofico. Niente secolo dei lumi o il proclama di Nietzsche, Dio è morto; solo un naturale scorrere di tempi liquidi.

È accaduto invece tutt’altro.  La chiesa al tempo del coronavirus è diventata una storia a sé, una somma di capitoli nuovi sui quali riflettere, e ben oltre i confini segnati dall’emergenza.

Così, con i suoi toni forti e drammatici, l’allocazione Urbi et orbi di Papa Francesco, dall’interno della Basilica è parsa l’atto finale con il quale la chiesa ha affidato al mondo il messaggio di una settimana santa del tutto inedita e straordinaria, ma in misteriosa e totale sintonia con la condizione di sofferenza dell’umanità di questi giorni. Fermare i conflitti, allentare le sanzioni internazionali, riducendo, se non condonando, il debito pubblico. E poi l’appello a bandire da questo e da ogni altro tempo, parole come egoismo, divisione, dimenticanza. E l’Europa chiamata in causa in maniera diretta e immediata: si è fatta in tal modo più forte e autorevole la voce di una chiesa che in questo tempo, ha saputo trovare altari anche fuori dal tempio.

Ha fatto impressione proprio questa sua assoluta padronanza di campo: non il suo semplice adattarsi, ma quella sorta di dominio umile delle situazioni che ha reso, per esempio, uguale un cammino solitario nel centro della città deserta – il papa a San Marcello- a un intenso pellegrinaggio nel mondo. E una preghiera nel deserto di Piazza San Pietro, a un corale e suggestivo abbraccio raffigurato dalla tenerezza di pietra del colonnato del Bernini. E sempre su quella piazza – più che mai non più solo San Pietro, ma dell’Umanità-  le stazioni della Via crucis a rievocare  il cammino verso il calvario attraverso le tappe della sofferenza di chi è stato privato della libertà ma non della speranza della riconciliazione. La piazza, ma non solo. È stata la Pasqua del dramma delle chiese vuote e dell’assenza, della nostalgia dei sacramenti, proprio mentre il tempo liturgico li faceva esplodere nella vita degli uomini.   Sembravano troppe e irrimediabili queste privazioni, se poste, poi, in relazione con l’ulteriore estraniamento delle questioni di fede da una società tutta presa dalle sue conquiste tecnologiche. Ma appena le sirene dell’emergenza hanno cominciato a suonare, un papa arrivato dall’altra parte del mondo, aveva già attrezzato la sua chiesa a costituirsi come “ospedale da campo”, e non è stato dunque difficile ritrovarla nelle prime linee di una solidarietà allertata da più parti. Ma, si può dire già oggi, è stato, paradossalmente il meno. La chiesa    non è una organizzazione non governativa, una ong. L’ ha sottolineato più volte e con forza Papa Francesco- ed era perciò tenuta a mostrare dell’altro, anzi, a dare dell’altro che davvero mancasse non solo al tempo dell’emergenza, ma nell’ordinarietà di un tempo ordinariamente difficile. Proprio questa è stata la chiesa che si è fatta più presente, quasi si è rivelata agostinianamente di nuovo a sé stessa e al mondo. Si è vista la grande unità di gesti straordinari del Papa e, insieme, di pastori che hanno replicato sul territorio l’immagine di una chiesa coraggiosamente in uscita, capace di chiudere le porte dei suoi edifici di culto, e prendere invece la solitudine delle strade per andare in processione e recare i segni di una fede popolare nelle espressioni e tuttavia solenne nel significato. A Torino l’ostensione straordinaria della Sacra Sindone, a Brescia il crocifisso per le strade di una città smarrita, come a Salerno, dove il vescovo Bellandi, mascherina sul volto, ha attraversato la città, dall’ospedale al Duomo, portando in ostensione la Spina santa di Giffoni Valle Piana, un frammento della corona posta sul capo di Gesù crocifisso. Un Chiesa che ha pagato il prezzo altissimo della vita di oltre cento suoi sacerdoti. E che ha mobilitato, come mai uomini e mezzi sul fronte di una carità tanto intensa quanto ricca di inventiva, fino a far nascere nuovi spazi di accoglienza, come è accaduto qui a Napoli con la disponibilità di Cappella Cangiani, la storica casa dei gesuiti, affidata alla Curia che provvederà all’alloggio di una cinquantina di clochard.

 Non si tratta di episodi di cronaca, dall’interno di una chiesa al tempo dell’emergenza. Sono, uno dopo l’altro, i capitoli di una storia nuova che la chiesa sta costruendo sul campo, nel solco di   una Pasqua intensa come forse nessun’altra in passato.