Scandali e riforme. Papa Francesco e gli inciampi del vaticano
«Scandalo in Vaticano» è un titolo sempre in rialzo nel borsino mediatico corrente.
Niente di sorprendente, tenendo conto dell’assiduità con cui il piccolo Stato del Papa viene a trovarsi coinvolto, anzi al centro, di vicende del tutto fuori registro dalla propria naturale vocazione e missione. L’ultimo inciampo è particolarmente clamoroso, visto che ha chiamato in causa un cardinale di curia tra i più noti e importanti, il prefetto della Congregazione delle cause dei Santi, Angelo Becciu. Dal punto di vista giudiziario, tutto è, naturalmente, ancora da accertare. E il cardinale, pur sconvolto e amareggiato per la decisione del Papa, non ha preso tempo a mettere a punto, per ora a livello mediatico, la propria linea di difesa.
Proprio perché il caso-Becciu va comunque ad allungare la lista degli «incidenti», non è forse fuori luogo tentare una lettura più complessiva del malessere vaticano che Papa Francesco, con i suoi gesti sempre più risoluti non ha certo timore di portare allo scoperto. Ma anche qui, oltre alle iniziative di Francesco c’è dell’altro.
C’è il profilo, la storia, il carattere tutto particolare e, anzi, unico di uno Stato sui generis, che, a di- stanza di 150 anni dalla Breccia di Porta Pia, e a poco meno di novanta dalla nascita, trova più difficile che mai la via di un assetto che, dal punto di vista normativo e legislativo, lo renda del tutto simile alla natura di altri Stati. Non si tratta di voltare lo sguardo all’indietro, ma ripercorrere da questo versante, la sequela di «disavventure» porta faccia a faccia alla realtà di un mondo costitutivamente diverso, in cui l’incidenza di regole, e talvolta perfino di leggi, è semplice premessa a qualcosa di ancor più sostanziale: non altro che la qualità più alta ed esigente dei legami, e quindi dei comportamenti richiesti. Nel caso in questione ci si può laicamente meravigliare del «licenziamento» seduta stante decretato dal Papa nei confronti di un cardinale, e per giunta uno dei suoi più stretti e fidati collaboratori. Ma certo sarebbe irrealistico pretendere dal Papa la garanzia quasi sindacale di una “giusta causa”, come se il rapporto fosse regolato da una sorta di dipendenza aziendale. C’entra quindi davvero poco, anzi niente, l’accusa di «giustizialismo». Il Papa nomina, anzi ‘crea’, i cardinali, non ‘assume’ alti funzionari per il suo Stato. Ciò che è valso come metodo per Becciu vale naturalmente a ogni livello. Si può chiamare monarchia illuminata; dalla fede o dalla Misericordia, ma la sovranità del Papa, in un tempo in cui il governo dello Stato diventa impegno e materia più esigente, resta un punto fermo, poiché non deriva da un potere temporale. L’unicità del Vaticano è anche questa. C’è un’etica dello Stato che fa riferimento al Vangelo, la sua vera “carta costituzionale” e tiene così lontano la stortura di uno “Stato etico”. La natura di questa diversità si estende in più campi fino a dar vita, nel suo insieme, a comportamenti e un modus operandi non sempre in linea con la sensibilità corrente. Ciò naturalmente non sta per un rigetto di valori, come è, per esempio, quello della legalità, ma significa anche che neppure la legalità può essere il passo sul quale misurare il cammino di una comunità cristiana.
È evidente come questa diversità, da area estesa e ben identificata, stia diventando sempre più un’area prosciugata da un’omologazione imposta dalla società globale che, a sua volta, richiede com- portamenti il più possibile uniformi. È così che su molti versanti, e particolarmente su quello finanziario, lo Stato della Città del Vaticano ha ingaggiato, negli ultimi anni, una vera e propria – necessaria – corsa alla modernità, adeguando i propri comportamenti e le proprie leggi all’evoluzione senza soste di ordinamenti internazionali a tutela della trasparenza. Per affrontare al meglio quest’inedita sfida, il Vaticano non ha esitato, come mai aveva fatto in passato, a guardare fuori dalle propria mura, a cercare apporti e consulenze esterne, diventando «cliente» di riguardi di molte agenzie specializzate a carattere internazionale. Si è trattato certo di una corsa a ostacoli, ma proprio perché si è trovato nella condizione di affrettare il passo, e recuperare del tempo perduto, è difficile, non attribuire a questo gap operativo una buona quota delle défaillance mostrate sul campo, affrancandole da un sistematico ricorso a faide intestine o ad affarismi sempre in agguato. Fermo restando naturalmente l’individuazione – e il perseguimento – di reati oggettivi, contemplati da un codice penale vaticano sempre più aggiornato e al passo coi tempi. Non è fuori luogo pensare che in questa transizione, abbia pesato più del dovuto l’incertezza dei passi da compiere, il trovarsi di fronte a prassi e norme, oltre che a meccanismi del tutto diversi, e per i quali non sempre la competenza è parsa all’altezza. Proiettato all’esterno, lo spazio è quello dell’opacità e delle zone d’ombra. Ma resta fuori, in questa visione, l’incidenza – appunto – di uno stato di incertezza che può tanto frenare quanto indurre ad assumere iniziative imprudenti o a cercare apporti professionali poi rivelatisi inaffidabili, o anche peggio. Neppure ha giovato, nel quadro complessivo delle vicende, la scarsa conoscenza che all’esterno si è data, di norme che solo nel piccolo mondo vaticano (e non sempre) apparivano scontate: come quella, in particolare, dell’Obolo di San Pietro il cui ricavato è stato sempre diversificato, o l’esistenza di un fondo economico nelle diretta disponibilità della Segreteria di Stato.
È un fatto che Papa Francesco, il Papa della Misericordia, si sia trovato più di ogni altro pontefice dei tempi moderni, a mettere mano, come capo del piccolo Stato, alla giustizia. La mano ferma non contraddice un cuore di Pastore, proprio come i doveri di governo – e di uno Stato così particolare – sono altra cosa da un magistero che guarda avanti, proiettato verso orizzonti alti e non impantanato da qualche inciampo – o anche scandalo – ricorrente.