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Angelo Scelzo

SARAJEVO, PASSI DI PACE NELLA TERRA DELLA TRAGEDIA

06/09/2012

Angelo Scelzo

Il meeting della pace di Sant’Egidio

In nessun’altra città europea come Sarajevo i passi di pace diventano preziosi e simbolici allo stesso tempo: vent’anni non bastano a togliere dal terreno e dagli animi le scorie di guerra; un conflitto dei nostri giorni, con le armi a rivendicare   antichi e implacabili diritti  mentre, quasi negli stessi giorni, su altri tavoli si cercava di costruire un’altra Europa. La storia non passa mai invano da quelle terre, e il fatto che il più grande raduno delle religioni mondiali metta le tende, per tre giorni a Sarajevo, non può passare inosservato, e anzi costringe ad allargare lo sguardo  per dare un senso più profondo e ampio anche a ciò che accade intorno. Le  rivoluzioni arabe, la crisi mediorentale, il dramma siriano riecheggiano, nelle cronache di oggi, da altri territori,   quella grande sfida del vivere insieme che ha segnato per secoli l’area dei balcani macchiata di sangue e riscattata di speranza come in una lotta implacabile e senza tempo. Resta ancora sul terreno la minacciosa e bugiarda equazione secondo la quale la pluralità dei popoli non può  che risolversi in un groviglio di problemi; e tanto più irrisolvibili se a scendere in campo sono anche le religioni con le loro divisioni e talvolta i loro fanatismi. Non esiste al mondo un’area più propizia  per rovesciare il tavolo e cercare, nel tempo in cui c’è  il silenzio delle armi, ma non la quiete delle tensioni, di riprendere, a più largo raggio, il filo di un discorso nuovo, reso più credibile proprio dal fatto che viene dal pulpito  forse più insanguinato della storia d’Europa.

Non è difficile, una volta posta a tema la pace, trovare in ogni angolo del continente, un motivo che renda plausibile una grande convocazione nel suo nome: continua a essere questa, a distanza di ventisei anni, la missione degli Incontri attraverso i quali la  Comunità di Sant’Egidio fa rivivere lo  storico incontro woytiliano di Assisi. Ma una tappa come quella di Sarajevo, a partire dalla data ( 9-11 settembre) indica che il cammino di pace sa non solo trovare ma provare a costruire con coraggio e  intelligenza le sue strade. Cosi dei motivi che rendono del tutto speciale l’incontro in Bosnia ed Erzegovina, diventa difficile parlare di coincidenze messe in fila. A Sarajevo, dove saranno presenti molti esponenti, religiosi e non, che il papa incontrerà in Libano, la visita di Benedetto XVI nel paese dei cedri, sarà vissuta, più che altrove, come una grande vigilia nel segno della riconciliazione tra i popoli. La città martire offrirà il simbolo concreto dell’incontro inedito, dopo la fine della guerra, delle componenti bosniache – musulmani, ortodossi, cattolici ed ebrei. Sarà la prima volta in Bosnia anche per il patriarca di Serbia, Irenej, e a rafforzare anche in senso simbolico, l’aspirazione a una nuova convivenza, sarà la consegna  da parte della comunità musulmana di Bosnia, della celeberrima Haggadah di Sarajevo (una preziosa miniatura di narrazione del Talmud)  al Gran Rabbinato di Gerusalemme.

Tanto meglio se tutto questo avviene sotto gli occhi dell’Europa  che non può  aver dimenticato i 1300 giorni di assedio e i 1200 morti di un conflitto che ha sconvolto assetti statali – dagli accordi  i Dayton è nato uno stato unico ma con una doppia entità – ed  equilibri etnici e religiosi. Alla comunità cattolica è toccato il prezzo più alto: dimezzata nelle sue già limitate percentuali – scese dal 17 al  9 per cento, da prima a dopo la guerra – sta conoscendo, come in Medio Oriente, il fenomeno  di una continua e incessante emigrazione.

 Ma non sono i numeri a fare paura, nè è possibile lasciare spazio a rancori non sopiti. Si tratta di riprendere le file di  un dialogo a tutto campo, con le religioni in prima linea a rendere possibile ciò che il meeting esprime nel titolo: il futuro è vivere insieme.

Un impegno  che  riguarda non solo le fedi ma la  politica e  in primo luogo gli  organismi  europei, rappresentati al  più alto livello con il   presidente del Consiglio europeo  Van  Rompuy , e  Mario Monti, insieme con i capi degli stati bacanici. Un summit in piena regola, con  più  di trecento  leaders religiosi,  convocati  al  tavolo  di una pace che, dopotutto  rappresenta il fattore di crescita più concreto  della civiltà e  della dignità  dei popoli.