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Angelo Scelzo

SANI IN UN MONDO MALATO. LA FAKE NEWS SMASCHERATA DAL PAPA

14/04/2020

Siamo immersi in un tempo drammatico e misterioso. Un virus, il più minuscolo degli organismi presenti in natura, ha imposto un planetario fermo a un mondo che continuava a specchiarsi e a compiacersi della propria onnipotenza. Nessuno poteva immaginare qualcosa di più sconvolgente, anche in presenza dei molti segnali di allarme – sotto forma di terremoti, uragani, incendi devastanti e altri disastri via discorrendo. Un nemico invisibile era l’ultimo stadio di un attacco a più ampio spettro, e in grado, più degli altri, di portare sofferenza e dolore, e insieme il peso di una riflessione che può, forse, aggravare l’angoscia. È difficile non vedere, in questo tempo sospeso, come, guardandoci dentro, ne usciamo male un po’ tutti. L’ha detto, con parole che resteranno nella storia, Papa Francesco, in quella straordinaria e audace preghiera nel vuoto e nel silenzio di Piazza San Pietro, quando è arrivato a chiedere conto a Dio del suo “disinteresse”, di quel “non t’importa?” che i discepoli impauriti gli rinfacciarono sulla barca in tempesta: «avidi di guadagno ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornate dalla fretta. (…) non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri e del nostro pianeta gravemente ammalato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato»

Sani in un mondo malato: ecco l’illusione che vulnera senza scampo, e a morte, un’onnipotenza allevata sui nostri deliri, sui proclami autocelebrativi oggi smascherati come la più colossale delle fake-news in circolazione. Ma occorre riflettere e non cadere in trappola: è immotivata anche la vergogna della nostra fragilità. Ci apparteneva anche prima, ma ci costava ammetterlo, quasi avessimo bisogno di qualcuno o qualcosa che venisse a ricordarcelo.

E non a caso questo virus sembra sapere tutto di noi, conosce i nostri limiti, le nostre debolezze, sa tutto dei nostri modelli di vita e soprattutto delle nostre paure. Proprio per questo ha forse deciso di portare l’attacco nel momento peggiore, al tempo di un’umanità smarrita e inquieta, quasi sospesa in una transizione che sembra senza fine. L’offensiva è globale, ma non solo per la vastità dell’estensione, dal momento che va a toccare una linea di profondità che mette in campo, oltre a quello sanitario, altri e non meno inquietanti aspetti. In modo abusivo, questo virus si sta prendendo il compito di stilare per tutti noi uno sterminato rapporto sullo stato (non solo) di salute dell’umanità al tempo di quella nuova patria comune chiamata globalizzazione. Una patria fredda, poco amata, ancora estranea, venuta su più dalle analisi di mercato che dalle mani e dalla volontà degli uomini. Una patria che ha per bandiera la schiera grigia di numeri e cifre; che stavolta sono servite a contare i morti, ad aggiornare il computo dei contagi, la ragioneria triste dei posti mancanti nei reparti di terapia intensiva. Nessun orrore ci è stato risparmiato e, anzi, ne abbiamo conosciuti di nuovi, come la filiera di camion dell’esercito con le bare a bordo, diretta dov’era possibile trovare sepoltura. E poi l’atroce privazione dell’ultimo saluto in vita come in morte.

Invisibile, subdolo, spietato questo virus ha colpito più duro che poteva, senza eccezioni e senza confini. Ora l’ultimo danno che può fare, il più grave di tutti, è di colpire anche i nostri centri della memoria: se quando avrà tolto il disturbo, tireremo soltanto il fiato e brinderemo alla nostra vita sospesa e poi ritrovata. Metteremo alle spalle una brutta esperienza, avendo anche fretta a farlo, poiché la vita – come abbiamo imparato a viverla nelle lezioni di quotidianità prima che venissero interrotte da questo brutto “incidente” – non è altro che un infinito presente, un consumismo che non riguarda più solo le merci, ma diffuso a tutto il resto. 

Ciò che ci tocca invece ricordare è proprio il fatto che questa fragilità è stata messa a nudo, ci è stata sbattuta in faccia, come a renderci consapevoli, una volta per tutte, che fa parte di noi e dobbiamo tenerne conto.

Abbiamo bisogno di chi ci aiuti a vedere chiaro e a rialzarci. E se il virus ha scelto, per manifestarsi, un tempo di crisi dell’umanità, è anche vero che sulla sua strada ha trovato il tempo che alla speranza ha dato radici: il tempo di Pasqua, tempo di Resurrezione e rinascita.

Nel silenzio e nel vuoto in cui si è svolta, la Settimana santa al tempo della pandemia è stata l’altissima cattedra che ha dato ragione, in modo più vero e intenso che mai, della nostra speranza.

Di tutto questo Pompei è stato un segno forte. La “sua” preghiera, il Rosario, ha scandito i momenti più intensi di fedeli e comunità che si sono ritrovate o anche costituite al momento: dai balconi di casa, dai cortili di fabbricati o nei mille modi suggeriti dalla “fantasia dello spirito”.

Per alcune ore al giorno sono rimaste aperte anche le porte del Santuario, pur nel rispetto delle norme sul distanziamento sociale.

Non si è fermata, soprattutto, l’Opera di carità, la maggiore e più importante istituzione della Pompei che, con gli occhi e il cuore della Vergine del Rosario, guarda al mondo dalla parte degli ultimi e degli indifesi. Tra i micidiali effetti collaterali del coronavirus occorre aggiungere anche questo: l’attacco concreto e frontale a chi ha bisogno di aiuto per aiutare a sua volta. Una catena di solidarietà e di amore che Pompei è per vocazione l’anello forte. 

(Rnp n. 2 marzo-aprile 2020)