RACCONTARE IL GIUBILEO, NARRAZIONE E CRONACHE TRA VECCHI E NUOVI MEDIA
Pagina 1 di 3

SAGGIO SUGLI ANNI SANTI NELL’ENCICLOPEDIA UTET
Angelo Scelzo
Alla voce Giubileo e Anno santo, nel gran libro della storia della Chiesa, la narrazione ha due piani e due epoche distinte. Suggestioni antiche e l’eco di richiami che si perdono nei secoli riportano al tempo e al clima dell’Antico Testamento, in cui l’evento è stato generato, ha messo radici e sviluppato una propria memoria. Ma senza mai prendere corpo.
Il suono del jobel, il corno di montone, arriva forse più acuto oggi – sull’onda della forza evocativa del primo medium giubilare – rispetto a un passato che agli Anni santi s’era limitato a preparare il clima e a costruire un impianto teologico per i tempi a venire. E neppure tanto vicini, poiché l’anno di nascita risale al 1300, quando il secondo atto e la seconda epoca della storia hanno preso avvio.
Che sia stato proprio il Medioevo a riprendere il filo di una vicenda che, in realtà, non aveva mai avuto corso, è risultato uno di quegli atti che hanno poi contribuito a riabilitare, almeno sul fronte della fantasia e dell’inventiva, un’epoca liquidata alla meglio come buia e oscurantista.
Un fatto è certo. È stato il Medioevo ad aprire, attraverso i Giubilei e gli Anni santi, la più grande raccolta sistematica, a intervalli regolari e di lungo periodo, di cronache, celebrazioni ed eventi nella vita della Chiesa in cammino verso la modernità.
Ogni Anno santo ha fatto storia a sé, ma tutti insieme vanno ora a formare il capitolo di maggior rilievo dell’intera vicenda ecclesiale. Neppure alla lunga serie dei Concili, tra i grandi eventi riconosciuti, è possibile attribuire altrettanta incidenza.
La più grande raccolta sistematica di cronache ed eventi nella vita della Chiesa
Le Porte sante dei Giubilei hanno sempre rappresentato il varco finale di un movimento di folle, tale da rendere visibile e concreta l’immagine di quel pellegrinaggio considerato come l’emblema stesso della condizione di vita dei cristiani.
Indicando l’approdo della porta, il Giubileo dirige pellegrini e fedeli verso i luoghi santi, ma intanto vive e si manifesta nelle strade arrivando addirittura a tracciarle o a crearle – come la celebre via Francigena – spesso a invaderle, quasi sempre a dominarle. Non si è mai visto un Anno santo che non abbia smosso, accanto (forse) alle coscienze, anche la viabilità e gli ordinari criteri di accoglienza. L’effetto di questo tipo di religiosità “invasiva” non resta, di solito, agli atti di nessun consesso – come avviene, per esempio, per le assemblee conciliari – ma dà luogo, nondimeno, a una vasta, quasi sterminata, produzione di fatti, di piccolo o grande rilievo, di cronache di stampo ecclesiale o anche laico, e di eventi che, messi insieme e ordinati in senso cronologico, formano il corpus di una narrazione giubilare di sicuro effetto e, a sua volta, largamente estesa nello spazio e nel tempo.
La ricerca dei mezzi attraverso i quali la storia, anche minima, dei Giubilei è stata in grado di propagarsi apre un capitolo a sé nel mondo di una comunicazione che, anche nell’era moderna, si è trovata a dover mettere a punto i suoi strumenti (o addirittura a crearne di nuovi) proprio per raccontare al meglio un evento come l’Anno santo. Di passaggio non appare inutile considerare la specificità comunicativa di ogni Giubileo, che pone di fronte il media-system alla necessità di tener viva l’attenzione, offrendo cronache di adeguato interesse, per un lungo periodo. Impresa non sempre facile ma che la natura degli Anni santi certamente agevola, almeno rispetto ad altri eventi analoghi.
Come fenomeno religioso di massa, l’Anno santo, prima che nei luoghi santi, porta per le strade l’uomo al massimo grado della sua integralità, ovvero nello stato di tensione più forte, sia per l’impegno fisico del viaggiare e del camminare, sia per la motivazione religiosa che lo muove. È davvero e pienamente l’essere umano “anima e corpo” a proporsi sulla scena di un evento pronto a coglierne ogni mossa e soprattutto ogni debolezza.
Lungo il suo cammino attraverso i secoli, il pellegrino dell’Anno santo si è sempre trovato addosso, anche senza saperlo, i riflettori dei diversi media del tempo. E non deludendoli mai quanto al raccolto, sia per la prima produzione orale, sia al tempo dei (rari) taccuini di carta cinese, o delle pergamene e via via dai block-notes fino agli smartphone e ai file vocali.
Ancora per un altro verso, l’informazione giubilare si è sempre distinta dalle altre: narrando il Giubileo ha raccontato anche la vita ordinaria; ha così documentato la storia in atto, portando testimonianze vive e mettendo in campo esperienze di vita.
Sul piano religioso, poi, è andato ben oltre, nel senso che spesso è stato l’Anno santo a fare la storia, a deviarla addirittura dal suo corso.
Il Giubileo che diventa notizia
È avvenuto così proprio all’inizio, quando ancora il Giubileo era solo una lontana eco delle pagine delle Bibbia e nessuno pensava potesse ritornare se non in vita, almeno alla ribalta.
Correva l’anno di grazia 1300.
Occorre innanzitutto dar conto della fonte di una cronaca così minuziosa: un autore illustre, il cardinale Iacopo Stefaneschi, diacono di san Giorgio in Velabro, che in uno splendido codice, ora conservato alla Biblioteca apostolica vaticana, scrisse il suo De Centesimo seu Iubileo anno liber. Nella miniatura del primo foglio il cardinale appare inginocchiato ai piedi di Maria, alla quale l’opera veniva dedicata.
Con quell’atto il Giubileo apriva anche l’era della scrittura, ossia di una testimonianza non più solo orale ma documentale. E quando, quasi in contemporanea, un altro scrittore della Cancelleria papale, Silvestro, si incaricò di redigere e diffondere una circolare nel giorno stesso in cui Bonifacio VIII promulgò il Giubileo, fu chiaro che quell’atto di nascita segnava anche il via libera a una più ampia narrazione degli eventi.
Il Giubileo, da suggestione o mito del passato, cominciava da allora a fare notizia. Ecco dunque scendere in campo una prima e agguerrita pattuglia di cronisti ufficiali,capeggiata da Giovanni Villani di Firenze e Guglielmo Ventura di Asti. Si deve ad essi non solo la trasmissione del clima e i tocchi di colore che lo contrassegnavano, ma anche la minuziosa ricostruzione di una sorta di “giallo” tra la Bolla ufficiale e una circolare allegata, denominata Nuper per alias.
In realtà gli autori della Bolla ufficiale erano stati il cardinale Stefaneschi e lo scrittore della Cancelleria Silvestro. Del documento furono fatte diverse copie e spedite a quanti erano “in comunione con la Chiesa”. In allegato alla Bolla ufficiale fu inviata anche la circolare esplicativa. Essa sola, si scoprì, conteneva la sostanza di tutto: il riferimento al Giubileo ebraico. Il legame era stato riannodato. Bastarono tre versi leonini, a rima baciata, quasi un ritornello per i predicatori e i pellegrini in marcia verso Roma: “Annus centesimus Romae semper est jubilanus. Crimina laxantur cui poenitet ista donantur. Hoc diclaravit Bonifacius et roboravit. (Il centesimo anno a Roma è sempre giubilare. Si cancellano le colpe e a chi si pente viene dato il perdono. Così ha stabilito Bonifacio e di sua autorità lo ha confermato)”.
Lettera circolare a parte, il Giubileo di Bonifacio ha in realtà poco a che fare con la tradizione del mondo biblico. Molto, invece, con la pietà popolare della cattolicità occidentale del tardo Medioevo.
Era forte la convinzione che l’anno secolare avrebbe portato, come tredici secoli prima, una nuova riconciliazione, la dilutio peccaminum: alcuni erano persuasi di lucrare l’indulgenza plenaria, altri un’indulgenza di cento anni; era comunque opinione corrente che Roma avrebbe concesso un grande perdono. Ciò durò sino al 4 febbraio, “giorno che a tutto il mondo viene mostrata la venerabile immagine che si suol chiamare Sudario o Veronica”, quando pellegrini, specie stranieri, assai più del solito e in turbe fitte, continuarono ad attestare al Papa la convinzione che s’era diffusa sull’acquisto dell’indulgenza”.
Guglielmo di Ventura, cronista astigiano, venuto a Roma in quell’anno, riporta le parole che folle di pellegrini andavano ripetendo al Papa: “Dacci, o Padre Santo, la tua benedizione prima che ci colga la morte. Sappiamo noi dai nostri avi che chiunque l’anno centesimo visiti i corpi dei santi Apostoli, va libero di colpa e di pena”. Si chiedeva al Papa un’indulgenza che non aveva precedenti. Bonifacio VIII fece indagare se nell’Archivio Papale si trovassero tracce di indulgenze secolari concesse dai suoi predecessori. Nulla però fu trovato; gli bastò tuttavia il sensus fidelium e, dopo aver chiesto consiglio ai cardinali convocati in un solenne concistoro, il 22 febbraio 1300, giorno della festività della Cattedra di San Pietro, Bonifacio VIII, in forza della pienezza del potere apostolico (apostolicae plenitudine potestatis), pubblicò la Bolla Antiquorum habet.
La Bolla istituiva così il Giubileo concedendo l’indulgenza plenaria a quanti, ad ogni scadere del centesimo anno, dopo essersi confessati, avessero visitato le basiliche degli apostoli Pietro e Paolo. Vi fissava il numero delle visite: un minimo di trenta per i romani e di quindici per i forestieri, e l’arco di tempo: un anno che, secondo lo stile dell’Incarnazione, andava dal 25 dicembre alla vigilia del Natale successivo. Si dava pertanto valore retroattivo al documento, facendo coincidere l’inizio dell’anno giubilare con il 25 dicembre del 1299 e il termine con il 24 dicembre 1300. L’anno giubilare fu pertanto inteso come celebrazione del centesimo anniversario della nascita di Cristo; di conseguenza si sarebbe potuta acquistare l’indulgenza “in ogni anno centesimo che seguirà”.
L’annuncio avvenne dall’ambone della basilica Vaticana, “velato di drappi di seta e d’oro”, così come appare nell’affresco della basilica Lateranense, sommario di una complessa storia, riprodotta nei dettagli da Giotto sulla loggia delle benedizioni nella basilica di San Giovanni in Laterano.
Un’epigrafe come mezzo di comunicazione
L’affresco di Giotto, anche per il valore simbolico della rappresentazione dell’evento, da allora in poi può essere considerato uno strumento di comunicazione permanente nella vita degli Anni santi. L’immagine di Papa Bonifacio VIII in primo piano, con ai lati due personaggi, uno dei quali con in mano un cartiglio, è anche l’emblema della storia controversa di ogni Giubileo, delle sue interpretazioni, dei suoi adattamenti di fronte ai tempi o anche alla particolare sensibilità che la Chiesa esprime in un determinato momento. Tanto per cominciare, l’incipit del documento mostrato nel dipinto non si riferisce, come sarebbe logico pensare, alla Bolla di indizione che ha dato sempre il via, in tutti i sensi, a tutti gli Anni santi, ma a un semplice “allegato” contenente sanzioni e divieti per coloro che erano ritenuti all’infuori dalla comunione ecclesiale. Anche il punto fermo della durata, pur implicita nel nome, si è trovato talvolta in discussione.
Accadde già agli inizi del XV secolo, quando Alessandro V, eletto dal Concilio di Pisa, alla delegazione romana che andò a rendergli omaggio promise un Giubileo straordinario per il 1413. Il Papa non fece in tempo a celebrarlo, poiché morì l’anno dopo l’elezione del 1409. Il Giubileo successivo, in assenza della revoca formale della Bolla, fu quindi quello del 1423 che non ebbe, tuttavia, sorte migliore, al punto che, non essendo stato neppure pubblicizzato, alcuni storici continuano a metterne in discussione l’effettivo svolgimento.
Ciò che resta di quell’Anno Santo si deve a un cronista lucchese Giovanni Sercambi, per il quale non era da mettere in discussione, prima di tutto, la concessione delle indulgenze. Sfoderando un buon piglio cronistico, il Sercambi a proposito del Giubileo mancato scrisse: “Sempre si de’ presumere che quando per uno papa è stato conceduto indulgentia e per altri papi non sia tale indulgentia dilevata; che la indulgentia sta ferma” (Sercambi, Croniche, 2, 421). Anche se non rispettò la cadenza cinquantennale, propria del Giubileo, questo Anno santo svolse tuttavia l’importante ruolo di annunciare il ritorno della Chiesa e della cristianità all’unità e il rientro definitivo del Papa a Roma. L’istituzione giubilare acquistava così un nuovo significato simbolico.

Di fatto proprio in quegli anni Martino V (1417-1431) pose fine al grande scisma d’Occidente. Quanto al Giubileo in sé, Martino V ha lasciato un’unica testimonianza documentale: la concessione a due “stranieri”, un lituano e un inglese, di lucrare il Giubileo nelle rispettive patrie.
Ma alla comunicazione dell’Anno santo pochi Pontefici più di lui sono riusciti a dare un contributo più efficace e significativo. L’epigrafe sulla tomba di Martino V, nella basilica di San Giovanni in Laterano, ha il valore di una cronaca perenne lasciata agli atti di ogni Giubileo. Ecco come ne descrissero le doti i suoi contemporanei: “Tutti riverivano e temevano il suo nome; non c’era nessun brigante per le vie, nessuno che mettesse impedimento ai pellegrini; il viaggio dei viandanti era sicuro sia di notte che di giorno, tanto per le persone che per le merci, e i passeggeri potevano dimorare sia nei boschi come nelle città. Tanta era la tranquillità, tanta la fertilità, tanta la pace in tutte le terre della Chiesa che sembravano ritornati i tempi di Ottaviano”.
L’altra testimonianza sul Giubileo di Martino V viene da una firma più illustre, Poggio Bracciolini, allora al servizio del Papa, che scrisse di una “moltitudine di pellegrini che arrivavano d’Oltrape e portando con sé fetore, stercore, spurcitia e pediculus, per cui molti morirono di peste”.Ma durò poco, forse proprio per l’energia mostrata dal Papa: a fine Giubileo tutto tornò alla normalità.
Il Giubileo annullato di Alessandro V non rappresenta un caso unico nella storia degli Anni santi. Attraverso un salto di secoli, fu la caduta della Repubblica romana che impedì a Pio IX, rifugiato a Gaeta, di indire il Giubileo del 1850. E drammatico fu il clima nel quale 25 anni dopo si aprì un Anno santo che sarà ricordato per la Porta chiusa e per l’assenza di pellegrinaggi: nessuna cerimonia pubblica, solo l’inaugurazione, alla presenza unicamente del clero, con una celebrazione nella basilica di San Pietro. Anche la celebrazione di apertura avvenne in ritardo, l’11 febbraio, rispetto alla data di aperura.
Dal Jobel alla Bolla: come “parla” il Giubileo
In principio fu Jobel, termine ebraico per indicare il corno d’ariete elevato a strumento dei grandi annunci nella storia d’Israele. Il suono di tromba si diffuse cupo e profondo per monti e valli della Terra promessa per sancire l’alleanza del Sinai (“Quando si suonerà il corno, allora soltanto essi potranno salire”), e anche per la presa di Gerico (“Appena voi sentirete il suono della tromba, tutto il popolo proromperà in un grande grido di guerra, allora le mura della città crolleranno e il popolo entrerà”).
Nei secoli che seguirono, tuttavia, più che il suono del jobel servì il nome, visto che a partire dal Trecento, per opera della traduzione di San Girolamo, si passò alla dizione latina di jubilaeus, (giubilo, gioia) dal quale il Giubileo ha preso nome e identità cristiana una volta per sempre.
Gutenberg non aveva ancora inventato i caratteri mobili, e tuttavia non era più tempo per il corno di ariete. Ecco quindi avanzare un medium che da allora, cambiando forma quasi ad ogni uscita e adeguando il proprio stato alle tecniche del momento, è diventato l’incipit di ogni Anno santo, al quale ha finito addirittura per dare il titolo. Si è così cominciato, e non si è mai finito, di parlare di Bolla,un termine quasi predestinato, vista l’inarrestabile ascesa che lo ha portato prima a indicare semplicemente il sigillo posto in una capsula di metallo, poi il “bollo” di piombo apposto al documento e infine, per estensione, il documento stesso. E non uno qualsiasi, ma solo quello pontificio, e tra questi solo gli atti più solenni. Era infatti il sigillo di piombo a differenziare le Bolle dai brevi – col sigillo solo di cera – e da una serie piuttosto lunga di altri documenti, come motu propri, suppliche, chirografi,che avevano libero corso senza orpelli e bardature.
Nessuna testimonianza più della Bolla può essere efficace per dimostrare, come afferma Mc Luhan, che il mezzo è il messaggio.
Avendo attraversato i secoli, le Bolle hanno conosciuto tutte le tecniche e i materiali di stampa. Già dal X secolo cominciarono ad essere scritte su carta pergamena, peraltro ancora oggi in uso da parte della Curia per documenti di particolare importanza. Redatte sempre in lingua latina e nella scrittura del tempo, dal XIV secolo cominciò ad essere impiegato un tipo speciale di scrittura molto elaborata e graficamente fiorita,detta appunto scrittura bollatica. Un tipo di scrittura di gran pregio artistico, ma spesso di difficile comprensione, tanto da essere addirittura vietata nel 1878 da Leone XIII, che ordinò l’uso dei caratteri moderni.
Non è stata necessaria, da quel momento in poi, nessuna particolare ordinanza per “vestire” le Bolle dell’abito grafico più adeguato. Anche il salto verso le nuove tecnologie non ne ha scalfito minimante la funzione: le tecniche passano ma quel nome e quel titolo continuano a indirizzare il cammino dei Giubilei verso le Porte sante delle Basiliche papali di Roma e delle diocesi nel mondo.
Fu la Incarnationis mysterium, con la quale il 29 novembre del 1998 Giovanni Paolo II indisse il Grande Giubileo dell’Anno Duemila, a sperimentare il primo trattamento informatico.
Non a caso si parlò, per l’Anno Santo del Duemila, come del primo Giubileo dell’era telematica.Si era appena all’inizio della grande rivoluzione informatica, che fa ora apparire il termine stesso di Bolla come un tenace residuo del passato.
Il Giubileo on line non rappresenta oggi nessuna fuga in avanti, ma solo la presa d’atto che anche questo grande evento vive nel suo tempo e che quindi l’Anno santo due punto zero ha ormai la strada, e le porte, spalancate. Sugli schermi dei computer e degli Ipad, o negli smartphone dei vaticanisti e della stampa accreditata per l’Anno Santo, la Misericordiae vultus, la Bolla di indizione del “Giubileo straordinario della Misericordia” di Papa Francesco, è apparsa l’11 aprile del 2015, in contemporanea con l’annuncio nella Sala Stampa.
La comunicazione in tempo reale si è inserita quindi nella trama di un evento che porta il peso di secoli, senza esserne però sopraffatto. È antico il nome e non meno le suggestioni cui esso rimanda, ma per i Giubilei l’era moderna non è stata un salto nel buio. A individuare i meriti, è difficile non pensare al contributo di un’informazione che, di fronte a ogni Giubileo, ha sempre dilatato le sue corde, cimentandosi sul piano di una narrazione a tutto campo, tanto concreta quanto immaginifica, reale e virtuale al tempo stesso, e sempre con al centro l’uomo, le sue passioni, la fede, il surrogato delle superstizioni, i suoi riti e i suoi miti.
Un grande racconto collettivo che apre, a intervalli di tempo che ormai variano da Bolla a Bolla, le sue pagine a tutti.
Per il Giubileo straordinario della Misericordia saranno anche quelle dei social-network e invece dei graffiti la memoria potrà essere affidata a un più innocuo tweet.
Ma nondimeno tra la pergamena e il tweet c’è tutto un mondo della vecchia e nuova comunicazione che, sulla via degli Anni santi, attende ancora di essere esplorato. Anche la comunicazione giubilare ha avuto una propria età e non le sono mancati gli strumenti per esprimerla. La materia del racconto c’era ed è sempre stata abbondante.
A facilitarla, già dal Giubileo del 1475 – detto anche, per la prima volta, Anno santo – fu l’invenzione della stampa a caratteri mobili che consentì una più ampia e immediata diffusione non solo dei libri, ma anche di qualche più agile manuale contenente, per esempio, le istruzioni per lucrare le indulgenze o i testi di preghiere rituali.
Non si trattò di un’operazione editoriale di poco conto, dal momento che fu possibile stampare, oltre alle circolari, anche le tessere per regolare la giornata del pellegrino. Nasceva, nell’ambito del Giubileo, anche l’informazione di servizio. Come in quasi tutte le prime tipografie c’era la mano dei maestri tedeschi.
Diari, cronache e poi Gutenberg: i messaggi degli Anni santi
Diari, cronache ricostruite su brandelli di appunti, bandi, avvisi e i messaggi più impegnativi affidati all’eloquenza delle arti, a cominciare da pittura e scultura: gli antenati dei media degli Anni santi della modernità hanno attraversato i secoli lasciando più tracce che potevano.
Non hanno tenuto nascosto il loro tempo. Lo hanno invece raccontato a fondo, tanto che oggi è possibile dividere per sezioni il loro lavoro. C’erano, infatti, i cronisti di nera, e certo uno di essi era Paolo dello Mastro, al quale si deve un’accuratissima cronaca della peste che funestò il Giubileo del 1450. “Morì tanta gente e molti di questi romieri; e morivano talmente – aggiungeva – che tutti gli ospedali, chiese, ogni casa, era piena tra malati e morti; e cascavano morti per le strade come cani, tra l’aria che era infetta ed essi che venivano a grande disagio bruciati dalla calla e dalla polvere”.
Non era questo il tono, e si potrebbe pensare a un cronista di bianca, quando nel Giubileo di 50 anni dopo a un anonimo scrittore di corte toccò tramandare ai posteri il forte spavento di Papa Alessandro VI per un violentissimo temporale abbattutosi sul Palazzo apostolico. Per una raffica di vento crollò quasi interamente il tetto e la camera del Papa fu ridotta in macerie. Presto si diffuse la voce della morte di Alessandro VI, e con altrettanta rapidità i disordini, interrotti poi da una salva di cannone da Castel Sant’Angelo che rassicurava sulla vita del Pontefice. Si trattò comunque di una tragedia, perché nel crollo perirono molte persone.
Ma i cronisti non erano tutti anonimi. Quella di Giorgio Vasari, per esempio, poteva essere già considerata una grande firma e non a caso è suo il resoconto su un pellegrino illustre del Giubileo del 1550, Michelangelo Buonarroti. Già avanti negli anni e oberato di lavoro, Michelangelo volle tuttavia unirsi ai pellegrini che a Roma rendevano visita alle tradizionali “sette chiese”.
Il racconto del Vasari è quello di un testimone privilegiato, poiché fu lui stesso ad accompagnarlo e a giovarsi, poi, della doppia indulgenza che Clemente VII decise di concedere al Buonarroti. Dalla cronaca del Vasari sappiamo che Michelangelo apprezzò molto il doppio perdono giubilare. Era convinto di averne bisogno, come scrisse in una quartina qualche anno dopo: “Di giorno in giorno, insin dei miei prim’anni, Signor, soccorso Tu mi fosti e guida, onde l’anima mia ancor si fida, di doppio aiuto nei mei doppi affanni”.
E nelle pagine d’informazione politica troverebbe oggi certamente posto il resoconto sul blocco dei fitti ordinato, prima di morire, da Paolo III per il Giubileo del 1550. Alla Camera apostolica erano giunte continue lamentele da parte di inquilini “molestati” dai proprietari a ogni vigilia di Anno santo. I prezzi andavano alle stelle e, attraverso un solenne decreto firmato dal cardinale Guido Ascanio Sforza, si stabiliva che “in futuro, in vista di ogni Giubileo, sempre quando ricorrerà un anno del genere, per un anno prima la pigione delle case non possa essere aumentata agli inquilini da parte dei padroni delle medesime, né essere alterato il modo di pagare la pigione”.
L’invenzione di Gutenberg era destinata a influire a fondo sui Giubilei del futuro e soprattutto su quelli dal Cinquecento in poi. La circolazione sempre più rapida di testi e informazione intensificò di molto l’affluenza di pellegrini a Roma, ma fece anche crescere la volontà di mettere a frutto in termini economici quel pellegrinaggio sempre più affollato ed intenso. Non si rivelò felice l’idea dell’abbinamento offerte-indulgenze che, pur incrementando il gettito immediato, innescò poi una spirale di propaganda anti-curiale romana che esplose nella scissione della Chiesa latina di Occidente in cattolici e protestanti. La Chiesa di Roma veniva espressamente accusata da più parti di simonia. Furono queste le basi della rivolta di Martin Lutero, che scagliò la sua ira contro il commercio delle indulgenze.
Non fu necessario attendere il Giubileo del 1500 per registrare il clima di estrema tensione: prim’ancora di Martin Lutero, a Firenze turbava i sonni di Papa Alessandro VI la vicenda del domenicano Girolamo Savonarola, predicatore molto ascoltato in una città divisa tra il partito dei Piagnoni (quello di Savonarola), quello dei Palleschi (vicini ai Medici) e quello degli Arrabbiati.
Non finì bene: nonostante il divieto del Papa, la Signoria di Firenze gli commissionò la predicazione del quaresimale del 1496. Contro la Chiesa di Roma uscirono parole di fuoco: “Fatti in qua, ribalda Chiesa, fatti in qua e ascolta quello che il Signore ti dice: Io ti avevo dato le bella vestimenta, e tu ne hai fatto idolo. I vasi desti alla superbia; i sacramenti alla simonia; nella lussuria sei fatta meretrice sfacciata; tu sei peggio che bestia; tu sei un mostro abominevole. Una volta ti vergognavi dei tuoi peccati, ma ora non più”.
Il passaggio dai vecchi ai nuovi media
Il passaggio dai vecchi ai nuovi media per i Giubilei non è stato indolore, nel senso che il rapporto è completamente mutato. L’informazione intorno agli Anni santi fino alle soglie del Duemila è stata caratterizzata da una narrazione dai toni marcati e ben definiti e in cui l’epica, pur sfumata nel tempo, si era sempre avvertita. Per la comunicazione nel suo insieme, ogni Anno santo rappresentava un evento a sé, con le proprie modalità, il ricco bagaglio di storia e di colore sempre a portata di penna e l’aggiunta collaterale di quel comparto sulle opere pubbliche legate ai Giubilei che è stata una costante per tutto il cammino.
Opere pubbliche ma non solo, perché è straordinario anche il corredo che i Giubilei del passato hanno consegnato al mondo dell’arte, in particolare attraverso la pittura, la scultura e in qualche caso interi complessi di opere. Su questo piano gli Anni santi hanno comunicato in modo intenso e, almeno per la prima parte del XX secolo, anche continuo.
I cronisti del Giubileo del 1475, stabilito da Paolo II ma inaugurato dal suo successore Pio IV, poterono raccontare della costruzione di un nuovo ponte sul Tevere (che dal Papa prese il nome) e dei grandi lavori per rendere più all’altezza di quei tempi l’ospedale di Santo Spirito, trasformato in un attrezzato ed elegante luogo di cura. Furono poi in grado di tramandare ai posteri la grande soddisfazione del Papa per la nuova facciata, tanto bella da indurre il Botticelli a riprodurla in uno dei suoi affreschi nella Cappella Sistina, precisamente quello rappresentante “Le tentazioni di Cristo”. La facciata del Santo Spirito, nel dipinto, “sostituiva” il tempio di Salomone a Gerusalemme. Sull’opera non mancarono neppure le notazioni non tanto della critica d’arte, ma, come rivelò un cronista dell’epoca, di un “maligno” che aveva voluto vedere nella raffigurazione del diavolo – vestito con un saio simile a quello dei francescani – un preciso ammonimento morale e spirituale al capo della Chiesa universale.
E che dire delle testimonianze libere di pellegrini di passaggio, che affidavano i propri commenti a notes di fortuna che potevano essere di carta, papiro o di altri generi utili a lasciare un segno. Potevano servire le mura di qualche locanda o anche un intaglio nel legno, a parte naturalmente ogni forma di racconto orale, in prosa e talvolta in versi.
Efficace e chiara, quanto alla prosa, la testimonianza lasciata da un pellegrino del Giubileo del 1575 sullo spinoso problema dell’accoglienza.
A lui andò bene e ne dà atto con parole appropriate: “Dopo aver riposato un’ora a Ponte Milvio, ci vennero incontro dei gentiluomini per invitarci ad andare ad alloggiare nelle loro stanze. Arrivati che fummo ci vennero ad incontrare altri 40 gentiluomini romani, tutti vestiti di rosso, che ci fecero fare orazione e poi accomodare in una stanza con 30 letti con lenzuole di bucato. Dove ci riposammo fino all’ora di cena”.A quel gruppo di pellegrini, secondo il seguito del racconto, i gentiluomini romani lavarono alla fine anche i piedi “affaticati per il lungo cammino”. Non era un trattamento per tutti, e neppure loro si aspettavano tanto. Rimasero stupiti e il giorno dopo furono perfino “accompagnati nelle quattro chiese a pigliare il santo Giubileo”.
Non si fa fatica a immaginare che al tempo d’oggi quel racconto sarebbe finito su un social- network e a quell’anonimo cronista avremmo dato il nome di blogger.
Ma non si tratta solo di una trasposizione di tempi.
L’informazione ha cambiato nel frattempo tutte le sue marce: anch’essa metaforicamente viaggiava per tratturi e sentieri di vie che erano consolari solo agli snodi più importanti. Oggi neppure il concetto delle autostrade informatiche rende l’idea di un’informazione in tempo reale che, in verità, non conosce limiti.
Questo tipo di comunicazione non è pero solo infinitamente più veloce, ma ha contribuito a fare del Giubileo un evento mediaticamente diverso. Gli Anni santi, sotto tale versante, non vivono più di vita propria. Per quanto importanti, sono entrati a far parte di un flusso informativo che mette insieme, senza riguardi particolari, tutta una serie di grandi eventi ai quali viene al più riconosciuto di far parte di un “pacchetto” da trattare a parte, ma senza più il segno di una specificità che ora viene attribuito in modo quasi esclusivo alla sfera ecclesiale.
In realtà anche il Giubileo sembra essere entrato nel novero di una straordinaria normalità, che sui media si riflette non solo in senso quantitativo.
Il Giubileo, evento di punta dei media
Il Giubileo continua a essere un argomento di punta dei media, ma è difficile non accorgersi di come questo evento sia andato via via ad immergersi nel corso più ordinario di una realtà sociale, culturale e anche economica che in molti versi ha finito per assorbirne e diluirne gli effetti. Ciò che un tempo costituiva la sostanza dei pellegrinaggi – la fatica, l’avventura, in molti casi l’incognito – oggi sarebbe da derubricare sotto la voce folklore.
Nelle cronache del Grande Giubileo dell’Anno Duemila ha avuto un risalto non trascurabile il viaggio dalla provincia di Madrid a Roma di un camionista e di un contadino spagnoli in compagnia dei loro due asini, caricati dei bagagli. Ma è di questo genere tutta la letteratura che è possibile sviluppare intorno ai Giubilei dell’era moderna. Gli effetti dell’invenzione di Gutenberg sulla diffusione delle informazioni e delle notizie sono stati replicati, sul piano dei trasporti, dalla nascita dei motori a scoppio e soprattutto dalla prima estensione della rete ferroviaria. Il pellegrinaggio ha assunto forme e anche significati diversi.
Il tempo del Giubileo si confonde sempre più con il tempo della vita.
E l’occhio dei media appare sempre più attento a coglierne gli effetti. Sono state ricorrenti, ritornando in vita anche in vista del Giubileo straordinario della Misericordia, le critiche della Chiesa versi quei media che, a suo giudizio, trascurando l’aspetto spirituale, ponevano l’accento sui problemi legati alle opere pubbliche e ai relativi appalti. A scorrere la storia, anche quella antica dei Giubilei, niente di nuovo sotto il sole. Ma è difficile non accorgersi che si è di fronte a problemi correnti, che appartengono, sì, al Giubileo, ma si spingono subito oltre.
È difficile dire per quanta parte la natura del Giubileo da un lato e dall’altro il sistema dei media, abbiano contribuito a questo cambio di prospettiva.
La comunicazione ha preso le sue molte strade ed è sempre più lanciata nella vorticosa corsa verso un futuro a questo punto imprevedibile. Quasi non ha tempo, soprattutto sul versante informativo, di fermarsi a pensare o a valutare. Ha forse la vista oscurata e non sempre riesce a guardare in faccia la realtà dal migliore dei punti di osservazione. I new media premono e mettono fretta.
Il Giubileo ha un fascino antico ma anche un tempo di svolgimento lungo, fuori dai parametri ordinari.
Non è un problema nuovo. A studiare attentamente il rapporto tra informazione e Giubileo del Duemila, il cambio di scena non arriva all’improvviso.
Il primo Giubileo dell’era telematica
Mai nella storia si era celebrato un Anno santo come quello indetto da Papa Wojtyla. Cinque anni di durata, due di fase anteprepratoria e tre di preparazione vera e propria. Il documento di indirizzo (Tertio millennio adveniente) pubblicato addirittura sei anni prima. Alla guida un Comitato centrale con 12 diverse Commissioni. È stato, su tali premesse, anche il Giubileodi una comunicazione che giungeva al suo grande bivio, nel momento di passaggio tra vecchi e nuovi media.
Non a caso è stato anche il grande anno della televisione, con la serie di celebrazioni in diretta e l’apoteosi comunicativa della Giornata mondiale dei Giovani a Tor Vergata. Due milioni di giovani e un vecchio Papa che li teneva a bada tra fede e allegria, roteando un bastone e accompagnando i canti con gli occhi che facevano sorridere anche il volto.
Gioia e sofferenza, la vita ai suoi estremi sotto i riflettori del mondo. La televisione aveva fatto la sua grande parte già all’apertura dell’Anno santo. Diventò a suo modo evento anche la regia affidata a un maestro come Ermanno Olmi.
Se il Giubileo aveva ancora da raccontare, nessuno più di Olmi poteva raccogliere e trasmettere un linguaggio che veniva da lontano.
Ma forse proprio in quella solennità cominciava ad affacciarsi il messaggio di una svolta. “Il Giubileo che ha inaugurato il terzo millennio – ha scritto monsignor Dario Viganò, direttore del Centro Televisivo Vaticano – sembra acquisire un particolare valore paradigmatico da un punto di vista mass-mediologico anche perché traccia un discrimine importante nella storia della comunicazione mondiale, ponendosi in qualche modo come momento e insieme come una sorta di peculiare punto di arrivo dell’evoluzione tecnologica che ha segnato l’età della comunicazione elettrice ed elettronica”.
Non solo per la televisione, ma per tutto il sistema della comunicazione il Grande Giubileo dell’Anno Duemila è stato una specie di spartiacque tra un tempo e l’altro. Non c’entra naturalmente la suggestione millenaristica che pure, sotto forme più raffinate e moderne, è riuscita a farsi strada anche alla fine del XX secolo.
Ma tutto l’antico mondo giubilare, con il suo carico di suggestioni e il suo ricco bagaglio di note, aneddoti e fatti, sembra aver passato la mano. Come se avesse dato le consegne, prendendosi il tempo per sistemare e ordinare gli archivi. È come un pezzo di storia che tira il fiato dopo un lungo cammino.
E neppure è un caso se il primo Giubileo dopo quello del millennio sarà straordinario e di carattere tematico.
Se al Grande Giubileo dell’Anno Duemila resta la definizione di primo Giubileo dell’era telematica, parlare di Anno santo due punto zero per il Giubileo straordinario della Misericordia sembra già riduttivo. Le nuove tecnologie dell’informazione hanno già varcato troppe porte – più o meno sante – e troppi varchi per poter prevedere un qualche nuovo approdo prossimo venturo. Tutto l’apparato nel suo insieme, a cominciare dai social network,arriva a questo nuovo appuntamento già con un tempo di esperienza alle spalle. Un tempo che, certo, ha poco a che fare con i ritmi e le scadenze dei Giubilei. Ma l’impatto con un evento come questo non perde mai d’interesse. Gli Anni santi continuano ad essere un racconto in atto. Sulla loro strada l’informazione ha cambiato, quasi tutto in una volta, mezzi, parametri e, in qualche caso, anche modalità e leggi. Questo nuovo incontro si presenta ricca di molte promesse.
Anche per gli Anni Santi si preparano pagine e tempi nuovi.