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Angelo Scelzo

Pompei aiuta a non rassegnarsi al senso (e alla percezione) di “un’umanità perduta”

01/09/2019

Nell’epoca dei social e della comunicazione istantanea, sembra quasi una domanda fuori luogo e fuori tempo: come chiameremo, sotto quale categoria classificheremo questo primo ventennio del nuovo secolo (e millennio) che sta per concludersi? Quale può essere il suo profilo ideologico? O meglio: è già possibile tracciarne uno? E di che genere? E con quale attendibilità? Troppi interrogativi per una sola risposta, ammesso che una risposta ci sia. Il conclamato tramonto delle ideologie, non aiuta certo a definire un quadro almeno approssimativo. L’unica certezza sembra proprio questa: la scomparsa, dal catalogo dei pensieri strutturati della vicenda umana, di un riferimento che aiuti, faccia da lanterna a questa prima parte di cammino in un’epoca che, nonostante la rivoluzione informatica resta più che mai – e meno male – una foresta inesplorata.
Parecchi gradini più sotto alle certezza vi sono le sensazioni. Ed è innegabile che a prevalere, un po’ sotto tutte le latitudini, sia un senso di smarrimento e di spaesamento, come se vivessimo tempi non solo nuovi, ma a volte estranei anche a noi stessi.
Scuotendo l’albero delle ideologie era inevitabile che cadesse un po’ di tutto, a cominciare da qualche falso mito. In pochi, almeno all’inizio, hanno provato nostalgia per le prime foglie che volavano via, alleggerendo, così si pensava, un tronco appesantito e stanco.
Ma quando ci si è accorti che a cadere al suolo erano anche le foglie verdi di valori non appassiti, il ripensamento si è fatto inevitabile. Le ideologie non sono foglie secche e i valori, quando sono veri, non sono rami persi. È questa la condizione che ci troviamo a vivere oggi, sospesi tra uno stato di nostalgia ancora acerba e un futuro che non sembra trovare il tempo, o la volontà per staccarsi – e liberarsi – da un presente troppo vivo e assillante: l’“eterno presente” che, a sua volta, con le armi sempre più appuntite della cronaca, va ogni giorno all’assalto della storia, fino a modificarne il volto e i contorni. Come per le bizzarrie del meteo, anche per il tasso di umanità di questi tempi, a farsi valere sono più che altro i valori percepiti. Percepiti perché, in sostanza, imposti. Sono anni che un dramma vero come quello delle migrazioni, di cui sono vittime non numeri ma persone, viene spacciato come l’incubo ricorrente di una nuova e più rovinosa invasione di altri popoli e altre culture. Questo ventennio rischia di avere il volto sfregiato dell’inganno e della paura. I segni sono tanti e purtroppo, proprio nel nostro Paese, sono più visibili e più allarmanti che altrove, visto che è proprio la sponda politica a produrre più veleni. Porti chiusi e porte sbattute in faccia ai migranti e, in questo caso senza distinzione di nazionalità, ai poveri e agli ultimi della fila: la “strategia” messa in atto e perseguita a livello ministeriale non è stata altra. Si è fatto concreto il rischio di un’assuefazione di massa e in molti hanno cominciato a credere a un Paese cambiato, anzi stravolto, diventato tutto in una volta inospitale e inaccogliente. Un Paese senza più anima. E dire che proprio in quest’anno si celebra il mezzo secolo dello sbarco dell’uomo sulla Luna; l’uomo che apre le vie dello Spazio e che meschinamente arriva a chiudere le strade della libertà e del dialogo tra i popoli. Chi si è opposto a questa deriva? Che cosa sarebbe oggi l’Italia, e non solo essa, senza le voci di contrasto? Senza la più alta e più forte di queste voci, la chiesa, che in questi primi vent’anni del secolo ha già parlato attraverso tre papi?
Nell’incontro di giugno a Napoli, Francesco ha chiesto un impegno a tutto campo anche ai teologi, gli “intellettuali” della chiesa, per allargare all’intera area del Mediterraneo le prospettive di dialogo e di pace che possono nascere proprio da una scelta innanzitutto umanitaria a favore dei più indifesi e di coloro che attraversano oggi il Mediterraneo non come gli antichi mercanti ma come gli schiavi dei tempi moderni.
Anche Pompei, con la sua storia e il suo oggi di una carità operosa e concreta, è sulla rotta indicata da Papa Francesco. La rotta dell’uomo e della sua inviolabile dignità.

(Rnp n. 4 luglio-agosto-settembre 2019)