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Angelo Scelzo

PICCOLO E URGENTE PROMEMORIA PER STATI GENERALI DELL’ANIMA

17/06/2020

Oltre il “gran cantiere” della ripresa, La solidarietà non è il racconto di quel che è stato

Angelo Scelzo

È irresistibile ma ancora precoce la tentazione di chiudere i conti con la pandemia. Ha rallentato il ritmo nel nostro Paese ma viaggia e imperversa in altre parti del mondo. Non vuol saperne di lasciare il campo dopo averlo devastato e lasciato tracce che dureranno a lungo. Esistono tutte le ragioni, osservando quel che è avvenuto, per parlare di un prima e un dopo pandemia, sulla impressionante scia degli altri titoli di testa della breve ma già intensissima cronaca del XXI secolo, vent’anni appena e già sulle spalle l’11 settembre, la crisi finanziaria del 2008 e ora l’esplosione del coronavirus.  Non è forse senza significato che questa intensità di accadimenti coincida con l’inizio di un millennio; come se la storia avesse voluto mettere le mani avanti e accettare, lei per prima, la sfida di un’accelerazione dei tempi nel naturale ciclo della produzione di eventi. Ma non è solo la frequenza di ciò che avviene a dare il segno di una sorta di consumismo che ha finito per intaccare anche la storia. C’è un timbro tutto diverso a certificare, quasi ad apporre i sigilli, su un nuovo corso del tutto allineato non solo al ritmo ma perfino allo spirito dei tempi.

Ognuno a suo modo i tre capitoli maggiori di questo primo scorcio di secolo hanno portato il marchio di una terribile evoluzione: il terrorismo delle Torri gemelle– e il terrorismo in generale- come efferata prosecuzione di una guerra tradizionale non dichiarata e quindi senza quartiere, sparsa nel mondo e puntata al cuore delle metropoli. La crisi finanziaria del 2008, derivata dal perverso dominio della finanza del raggiro e del depredamento sull’economia, anch’essa non innocente, ma tuttavia strutturata in funzione di un modello riconoscibile, quale indubbiamente è il capitalismo.

Ora il coronavirus, una catastrofe senza le macerie di pietra del terremoto, e senza i paesaggi devastati dalla furia di altri elementi della natura, e comunque più di ogni altra simbolo della sorda ribellione di un pianeta maltrattato e saccheggiato. Seppure solo davanti agli occhi, una catastrofe “virtuale”, e in sintonia con l’evoluzione del nuovo ordine globalizzato introdotto dalla rivoluzione digitale. 

 Non si tratta semplicemente di un cambio di scena. La tipologia dell’aggressione contiene, neppure tanto nascosto, l’indicazione di una risposta.

L’immagine più evocata è quella della rinascita dopo l’ultima guerra. Ci troviamo di fronte a un grande cantiere aperto. Ma stavolta anche l’immagine un po’ scontata di questa officina in opera ha bisogno di una messa a punto preliminare. Non può entrare in quel cantiere solo un materiale di costruzione ordinario: il dispiego pur massiccio di fondi (e stavolta non è possibile parlare della latitanza dell’Europa), i progetti di riconversione delle grandi aree urbane, nuovi modelli di sviluppo e di assistenza, un sistema sanitario che non ponga di fronte a scelte inumane. Anche durante la quarantena non è mancato l’assembramento delle task-force convocate a costruire, quasi pezzo per pezzo, un nuovo futuro. Tutto è convogliato, a livello di governo centrale, negli Stati generali, diventati una sorta di Assemblea costituente del dopo Covid 19.

A mano a mano che si affolla di piani e di contributi, quel cantiere comincia ad accorgersi e a lamentare l’assenza di qualcos’altro, o, forse, addirittura di un omologo: gli Stati generali dell’anima che non sono un comparto del virtuale, ma un complemento necessario a tenere meglio in piedi tutto, a dar forza alle idee, a restituire la speranza andata dispersa. Le premesse per questo cantiere di altro tipo sono state già poste. Lo ha fatto Papa Francesco, smascherando, durante la straordinaria preghiera nel vuoto e nel silenzio di Piazza San Piero, la fake-news più drammatica tra tutte, quella di poter vivere da sani in un mondo malato. Una frase- caposaldo, con un rimando non difficile da cogliere a quel capitolo tutto nuovo aperto dal Documento sulla Fratellanza universale firmato ad Abu Dhabi dal Papa e dal grande Imam di Al- Azhar. Un atto solenne e già prefigurato come una guida per un mondo più giusto e solidale, che allarga il campo d’impegno a tutte <le persone che portano nel cuore la fede in Dio e la fede nella fratellanza umana>.  Questo tipo di materiale è già abbondante sul campo e a sua volta rimanda all’impegno di una chiesa che, senza attendere la pandemia, si era costituita, con il magistero di Francesco, come “ospedale da campo”. La straordinaria solidarietà messa in campo non può correre il rischio di diventare un edificante racconto di quel che è stato o, di qui a poco, addirittura ritrasformata in capo d’imputazione  come espressione di “buonismo” È materiale da cantiere per il futuro, soprattutto dopo l’ulteriore passo avanti di considerare chi è stato aiutato non come uno sconosciuto ma una “parte di sé”, in una dimensione di reciprocità senza la quale non c’è sostenibilità. Ma soltanto il crollo dell’impalcatura di tutto il cantiere.

Ci servono questi altri Stati generali. Pensiamoci.