Skip to main content

Angelo Scelzo

PER NON AVER PAURA DI AVVICINARSI ALLA GROTTA

19/12/2012

Sapienza e sapere secondo Papa Benedetto nell’incontro in San Pietro con gli atenei romani


ANGELO SCELZO

N on è usuale che il Papa, in qualche modo, metta le mani avanti e, avendo di fronte il mondo universitario romano, arrivi a definire una «riflessione forse un po’ scomoda» le parole che stava per pronunciare. C’era da dar conto di un paradosso e quando Benedetto XVI viene a trovarsi faccia a faccia con qualche ‘verità’ da sistemare, o – talvolta – da rivoltare, ciò che vien fuori è sempre qualcosa di poco ordinario.

Qual era il paradosso? La celebrazione dei Vespri, all’inizio della novena di Natale pone al centro la prima delle antifone dette Maggiori: un canto alla Sapienza che «esce dalla bocca dell’Altissimo».

Davanti al Papa, nella Basilica di San Pietro, era schierata la rappresentanza romana di quell’universo ufficiale del sapere quali sono gli atenei. Quantomeno – apparentando per un momento conoscenza e sapienza – un pubblico di «intenditori», sui quali, però, è caduta l’obiezione del Papa: «Domandiamoci: chi c’era – la notte di Natale – alla grotta di Betlemme? Chi ha accolto la Sapienza quando è nata? Chi è accorsa per vederla, l’ha riconosciuta e adorata?».

No, di sapienti o dottori della legge non c’era traccia. Accanto a Maria e Giuseppe, si trovarono, invece, i pastori, gente umile, illetterata. Tra i «piccoli» della terra, erano forse loro i più irrilevanti, subito investiti, però, dalla grandezza di una convocazione misteriosa e inaspettata. Essere lì cambiava non solo la loro storia, ma quella del mondo. Erano loro uno dei segni di contraddizione che quella notte cominciava a spandere ai quattro angoli della terra.

Duemila anni – e oramai un decennio – dopo, non è ancora scaduto il tempo per riparlare di un paradosso come questo. Ed è qui che entra in gioco quel particolarissimo dono – potremmo dire: la maestria – di Papa Benedetto nel rendere più larghe e accessibili le strade che stanno intorno alla verità e che ad essa conducono.

Molto spesso ad aprire i varchi può essere perfino un interrogativo, come quello che a professori e studenti è toccato ascoltare da un teologo e intellettuale salito alla cattedra di Pietro: «Ma allora non serve studiare?».

In molti hanno abbozzato un sorriso. Chi più del ‘professor Ratzinger’ poteva spingere il paradosso a tali estremi, e fino a chiedersi, inoltre, se lo studio potesse, addirittura, risultare «nocivo e controproducente per conoscere la verità»? Nella contrapposizione del Papa, un fatto è sempre apparso lampante: se il sapere smarrisce la strada della sapienza, smarrisce per primo se stesso.

I pastori puntarono in alto: avevano, dalla loro, un vantaggio. Erano piccoli. Anzi: avevano un «animo ‘da piccoli’», uno spirito umile e semplice che ha permesso loro di guardare al di là degli orizzonti alla loro portata. Un sapere fine a stesso porta invece da altre parti. Porta anche ad «aver paura di avvicinarsi alla grotta», perché si fa strada il timore di una criticità messa in pericolo e di una modernità non assecondata.

Studiare, anzi: applicarsi allo studio per diventare «piccoli» è certo un paradosso, ma esiste un titolo che favorisce, più di ogni altro, l’accesso al livello superiore, ed è la carità intellettuale, la strada maestra che conduce alla sapienza. A una «sapienza creatrice» che, nella visione di Papa Benedetto, suscitando «l’amore appassionato» di professori e studenti cristiani, porta a leggere tutto alla sua luce: le tracce di particelle elementari e i versi dei poeti; i codici giuridici e gli avvenimenti della storia.

La sapienza come riflesso sempre accesso della verità sul sapere e, in ultima analisi, garanzia e perfino controprova dello studio, della ricerca e del dialogo scientifico. Al fondo è parsa questa la «riflessione forse un po’ scomoda». Ma scomoda perche Papa Benedetto non conosce mezze misure, e continua ad aprire – insieme – di sapienza il cuore e di sapere la mente.