Passa dalla Campania la via della fratellanza da Lampedusa alla Querida Amazonia
Quaresima, tempo di conversione, è la più classica delle definizioni per indicare quei 40 giorni di lontananza dalla gioia della Pasqua. Tempo di conversione per tutti, e forse anche – dopo la pubblicazione di “Querida Amazzonia”, la splendida esortazione finale del Sinodo di ottobre – per un’informazione che è riuscita a raccontare più stessa – le sue attese, forse le sue speranze – che il grande tema, ecclesiale e culturale, che Papa Francesco aveva proposto con forza e umiltà alla chiesa universale. Paradossalmente, da un documento di così vasto respiro si è arrivati ad attendere quasi un “risultato finale” un sì o un no rispetto alla possibilità di ordinare al sacerdozio, in quelle zone, i diaconi sposati. Ma solo quest’assurda attesa è andata inevitabilmente delusa. “Querida Amazzonia” è un documento-chiave non solo di questo pontificato, ma, in senso assoluto, di questo tempo.
Su tutt’altro versante, anche “l’epidemia ai tempi di Internet” è una frase suggestiva, ed è naturale che ricorra spesso nel racconto, drammatico ma anche un po’ onirico, della diffusione del coronavirus, di marchio e provenienza cinese. I virus hanno un riconosciuto, e temuto, diritto alla doppia cittadinanza nel mondo digitale e in quello reale.
Il coronavirus è una brutta faccenda umana e non digitale, eppure lo sfondo di un mondo nuovo tutto in mano ai prodigi della rete e delle connessioni, è largamente presente anche nei momenti più drammatici e tragici di una lotta che, per l’enorme area di diffusione, è diventata davvero senza frontiere. Ed è il caso di notare che, clandestino a tutti gli effetti, il virus proprio delle frontiere si fa beffe, e anche qui su un doppio fronte: ignorandole e passando oltre, o costringendo intere aree e i Paesi colpiti, a misure che stravolgono la vita quotidiana. In sostanza innestando un elemento di “dovuta” irrazionalità nel cuore di una società apparentemente super-organizzata e autosufficiente. È stato impressionante vedere grandi metropoli urbane –spesso sconosciute, come Wuhan, ma abitate da milioni di persone – trasformate in deserto, in una trasposizione di mondo nuovo e mondo vecchio che la paura del contagio e il contagio già avvenuto, rendevano plasticamente visibili. Quelle immagini inducevano a guardare indietro, a rievocare paure ataviche di età e mondi lontani che la modernità non ha mai sconfitto. Nel momento in cui la stessa parola “virus” faceva più pensare ad attacchi informatici, ecco affacciarsi invece il lato oscuro di epidemie e delle antiche suggestioni dei secoli bui. È ritornata a farsi viva la paura per gli untori, fino a favorire l’insopportabile mutazione, propria di questi tempi, in forme di vero e proprio razzismo.
Si spera vicino il tempo in cui del coronavirus si potrà parlare al passato, come per altri virus più o meno della stessa specie. Ma resta sul campo, come un pensiero da non lasciar cadere neppure dopo che il morbo avrà tolto il disturbo, la proclamata manifestazione di una fragilità complessiva che ha interessato, e colpito, tanto l’uomo quanto il suo ostentato “tempo di internet”. Un tempo che non mette al riparo ne’ dal coronavirus ne’ da altri mali o germi di una vita che non si stanca di proporre sempre nuove sfide; un tempo che, proprio attraverso l’iperconnessione, pone in primo piano l’elemento del contagio e, in senso positivo, dell’interdipendenza, di quel non essere e non sentirsi mai soli, che può rappresentare il punto di partenza per un nuovo umanesimo, anche questo, “ai tempi di internet”. I passi di chi si pone su questa strada si vedono da lontano.
Viene in mente il cammino di Papa Francesco, la sua traiettoria sempre più chiara iniziata da quel primo viaggio a Lampedusa via via “replicato”, nelle sue motivazioni, in altre parti del mondo – come l’Isola di Lesbo – ed ora concentrato nell’area a noi più prossima del Meridione italiano affacciato sul Mediterraneo. L’anno scorso Napoli, con la partecipazione al convegno della Facoltà teologica di Posillipo, il 23 febbraio a Bari, per il summit sul Mediterraneo come “frontiera di pace”, a maggio con la visita ad Acerra, “capitale” di quella “Terra dei fuochi” diventata l’emblema di un ambiente maltrattato e vessato da ingiustizie e violenze di ogni tipo.
Non è senza significato che la Campania si ponga sempre più come una rotta privilegiata del pontificato di Francesco; come ha senso ricordare che di questa terra, nelle sue visite, a partire dalla prima a Napoli, Francesco ha scelto il Santuario di Pompei, la “casa di Maria” quale prima “stazione” di un itinerario che è innanzitutto di preghiera. Un itinerario a larghissimo raggio poiché a far da sfondo a questo lungo pellegrinaggio nel Mezzogiorno d’Italia, è il Documento sulla “Fratellanza umana” firmato un anno fa ad Abu Dhabi. Non è altro, quello storico “patto”, che un invito al contagio della fratellanza, dell’amicizia e della convivenza tra i popoli. In una parola, della pace. E ciò che questo significa nel Mediterraneo, scosso da troppi conflitti, e umiliato dalle acque arrossate di sangue del popolo dei migranti, è drammaticamente sotto gli occhi di tutti.
(Rnp n.1 gennaio-febbraio 2020)