LA VIOLENZA CHE SNATURA IL VOLTO E L’ANIMA DI NAPOLI
La camorra senza freni: non ha esitato a spingersi anche nel cortile di una <materna>
Angelo Scelzo
Ai piedi della statua dell’Immacolata, nella centralissima piazza del Gesù, nel cuore della Napoli antica, il saluto del vescovo è un inno alla Vergine, come dappertutto nelle tantissime piazze, già in clima natalizio, che ricordano il dogma di Pio IX. E il saluto del cardinale Sepe pone subito davanti ai fedeli, attraverso lo sguardo dall’alto di Maria, i due momenti in cui la vita si svolge: quello terreno e quello celeste, aggiungendo che non è possibile privarci di una visione dall’alto ” perché in sua assenza s’annebbia anche la vista sulle cose ordinarie”.
Mentre il cardinale parlava non era difficile avvertire tra la folla un’attesa un po’ innaturale che rendeva quelle prime parole quasi un preludio a ciò che realmente ci si attendeva. Napoli è sotto tiro della violenza camorristica più cieca e feroce, che non ha esitato a spingersi nel cortile di una scuola materna per far vilipendio anche dell’ultima, virtuale “zona franca” sottratta al territorio di scorribande sempre più insanguinate.
L’attacco di Sepe non si fa attendere; ed è durissimo, come sempre, senza essere soltanto un crescendo di aggettivi. Parla di una violenza che, seminando lutti e devastazioni, viene a gravare sulle spalle dei più deboli per i quali costituisce un tormento in più.
Gli uomini della camorra ammazzano, spadroneggiano, cercano di trasformare la città e il territorio circostante in una fiera truce e cattiva di tutte le iniquità possibili. E della più grave, forse, non riescono a rendersi neppure conto: stanno togliendo o snaturando dall’anima di Napoli, il corso delle emozioni più ordinarie. Non solo lo stupore dei bambini – quello che ha consentito a maestre brave intelligenti di far credere che bisognava lasciare la scuola perché Babbo Natale aveva anticipato il suo arrivo. Ma anche quello dei grandi, dal momento che, a suo modo, appariva fuori registro anche l’attesa delle parole che, ai piedi della statua dell’Immacolata, il vescovo della città si vedeva “costretto” a pronunciare sull’onda di una violenza da tempo in atto; ma ricorrendo stavolta ad accenti insoliti e inconsueti per sottolineare l’eccezionalità degli ultimi eventi. Non era un’omelia quella del cardinale, ma un discorso alla città; eppure sentir parlare dal pulpito della piazza di innocenti che muoiono per un “sms” arrivato in ritardo, o di un assassino che confessa di non riuscire più a fermarsi quando preme il grilletto, non può che segnalare, da un altro versante, il malessere sempre più profondo della comunità intera. Il disagio prende anche la chiesa: non che il linguaggio della cronaca, nella sua crudezza, la contamini perché la realtà le appartiene tutta intera. Ma è pur sempre il linguaggio dell’affanno e della ricerca di vie d’uscita alle emergenze in atto. E’ un linguaggio che preclude, poi, la via dei grandi orizzonti, questi si’, congeniali alla storia di Napoli, oggi ridotta a brandelli di giorni tristi e avvelenati.
Che cosa deve più accadere perché anche lo stupore venga cancellato da quelle risorse che una città così non può più permettersi?
Napoli ha orami esaurito tutti i punti esclamativi che possono andare a corredo, così come a condanna, della sua storia. Si uccide nel cortile di una scuola materna, ma l’omicidio in sé – la vita di un uomo lasciata per strada- passa in secondo piano: morire ammazzati qui non è (più) una notizia. Anche alla morte occorre il supporto dei punti esclamativi. E più orrendi di quelli di un’esecuzione davanti al cortile di una scuola è difficile trovarne.
Ascoltando le parole di Sepe, proprio di fronte a scenari di questo tipo, e anche al di là dei toni forti e inappellabili, ciò che appare chiaro è dove e da chi poter trovare conforto in una realtà così grave e compromessa.
Attraverso il suo vescovo la chiesa di Napoli, a piedi dell’Immacolata, ha capovolto ancora una volta le carte in tavola nel rapporto con la città: quanto più dura è la condanna per chi la umilia – e chi fa in modo che il suo nome venga infangato e ricoperto d’ingiurie – tanto più profonda è la compromissione, fino a dire che “non c’è bisogno di andare a cercare motivi giusti e ragioni adeguate per amare una città come questa”. L’amore non si merita, si dà.
Per chi vive la realtà della chiesa di Napoli, non si tratta di una frase del discorso di Sepe all’Immacolata: è cronaca viva di una chiesa diventata anch’essa, suo malgrado, di frontiera; una chiesa che conosce il valore delle parole soprattutto quando sono poi le azioni e le opere concrete ad apporvi un sigillo di verità. Si può capire come a una chiesa così l’esercito alle porte di Scampia, venga visto come una necessità, ma ancor più come una sconfitta. Di altre forze – morali e civiche innanzitutto – la città mostra di avere disperato bisogno.