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Angelo Scelzo

La svolta di don mimmo, ora tocca alla città

09/02/2021

Non sarà difficile, s’era capito subito, vedere il nuovo vescovo di Napoli, don Mimmo Battaglia, fare visita e portare di persona, insieme ai volontari, piatti di pasta, bibite e panini ai poveri accampati tra i marciapiedi o i portici della città. È avvenuto l’altra sera, nei pressi del Teatro San Carlo, alla vigilia della celebrazione della Giornata della vita. Con i riflettori un po’ più defilati, si è ripetuto lo schema della giornata d’ingresso, con il prologo nelle periferie esistenziali che, in mattinata, lo aveva come introdotto all’altar maggiore della sua più importante esperienza episcopale. Un elemento in più, a distanza di una settimana, per dire quanto forte e motivata fosse l’attesa per l’esordio, al contatto vivo con la sua chiesa, del successore di Sepe.
Gli elementi di novità che lo avevano preceduto prima ancora del suo ingresso ufficiale erano già molti. Una biografia del tutto diversa da quella del suo predecessore, ora emerito, diplomatico di carriera, esponente di rilievo della curia romana, poi generoso pastore sul campo, di una chiesa e di un territorio tra i più esigenti e complessi. Certo, addentrarsi fin d’ora, pur nell’eloquenza di gesti così significativi, nella sostanza di un reale cambio di passo, sarebbe non solo fuori luogo, ma anche velleitario di fronte non solo alla realtà ma alla storia, ricca e complessa, della chiesa napoletana. Si può certo dire che è iniziato un nuovo cammino, e aggiungere che il nuovo pastore non ha fatto mancare, sin dall’inizio, indicazioni sul senso di marcia – il dialogo, la sinodalità ecclesiale, il rapporto franco e libero con le istituzioni civili – e sulle scelte pastorali volte a realizzare, attraverso uno sguardo privilegiato agli ultimi della fila, il sogno di una chiesa povera per i poveri.

Resta necessariamente sullo sfondo la sostanza del cambiamento – in attesa di prove che certo non mancheranno – appare più importante segnalare ora, proiettandolo sullo schermo più ampio della comunità civile, lo stile, il metodo, alla fine la natura stessa di un avvicendamento così importante nella vita complessiva della città. In questo senso si può parlare di un esempio che viene dalla chiesa, su almeno due versanti, di stretta e reciproca connessione. Il primo: anche quando opera cambiamenti all’interno di sé stessa, la chiesa chiama a testimonianza l’intera comunità civile. È stato anche questo, al di là dell’aspetto pastorale, il senso del pellegrinaggio nelle periferie esistenziali che ha preceduto la celebrazione d’inizio del ministero episcopale. Più in generale, la chiamata alla città, non rappresenta il semplice invito di partecipazione a un evento ecclesiale, quanto una forma di impegno laico, quasi un’offerta di garanzia, per un investimento condiviso sull’obiettivo del bene comune. Battaglia ha fatto di questo aspetto l’elemento di maggiore novità del suo esordio di fronte alla città. Nelle mani dei suoi rappresentati istituzionali ha consegnato un messaggio schietto e diretto, totalmente affrancato dalla retorica delle «reciproche promesse di collaborazione», e centrato invece nel confronto immediato sulle grandi contraddizioni di una terra che «mentre toglie il respiro per la sua bellezza» ed è ricca di belle persone, di volontariato, di associazionismo e di Terzo settore, si mostra ancora sottomessa al giogo pesante della criminalità e della camorra e ad affaristi senza scrupoli che crescono e ingrassano sulle sofferenze degli altri. Posto nei termini crudi di chi sa che non gli è concesso neppure il tempo di una fase di apprendistato o di studio – e consapevole, d’altra parte, che proprio una tale urgenza lo ha portato sulla cattedra di Sant’Aspreno – il primo livello di un dialogo con la città parte così non tanto dall’individuazione quanto dalla radicalità dei reciproci impegni. Anche per una chiesa a tutto campo esiste in realtà il limite, anzi il rischio – dal quale ha messo più volte in guardia lo stesso Papà Francesco – di uniformarsi all’attività e agli obiettivi di un organismo di pronto soccorso sociale, una sorta di ong perennemente in allerta sul fronte delle emergenze. Don Mimmo ha tenuto subito lontano, anche avvalendosi di un linguaggio accorato e immaginifico, un pericolo del genere. E si è visto con quanta cura e immediatezza, nonostante la pratica reale, abbia preso le distanze da quell’approssimazione senza senso del prete o vescovo di strada. L’altro aspetto chiama in causa ancora più direttamente il profilo del rinnovamento e del ricambio della classe dirigente di una città. Anche la chiesa esprime al suo interno, e talvolta in maniera più che marcata, sensibilità e orientamenti diversi, non difficili da riscontrare anche nelle esperienze episcopali di Sepe e Battaglia. Ma per quanto ricco e vasto non è il lessico ecclesiale – magari rinforzato da qualche toppa di ecclesialese – a indirizzare sul piano della composizione piccole o grandi divergenze pastorali o addirittura teologiche. Il fatto che sullo sfondo riesca sempre a stagliarsi la dimensione di una continuità naturale, è però una forma di garanzia sull’ancoraggio finale ai valori primari ed essenziali. Se trasferita sul piano sociale sarebbe appunto questa la modalità capace di assicurare ricambi meno precari o addirittura avventurosi alla guida di una comunità civile per la quale il bene comune continua ad essere semplicemente un miraggio. In sostanza, per come è avvenuto, l’inizio del ministero episcopale a Napoli di don Mimmo Battaglia, è stato moto più di un evento simbolico. I segni che ha già lasciato riguardano peraltro anche chi al nuovo vescovo ha ceduto il passo. Lo scambio di messaggi, oltre che la visita nella nuova residenza, con il cardinale Sepe, è andato, per esempio, ben oltre il senso di una scontata cordialità personale. E quel saluto – a’ Maronna t’accumpagna! – nei confronti del suo successore, ha avuto il senso di un’affettuosa ma anche solenne consegna dal vecchio al nuovo pastore.

Né è passato inosservato, nei saluti al termine della celebrazione ai vescovi campani, quello rivolto a monsignor Antonio Di Donna, vescovo di Acerra, nominato due settimane fa, presidente della Conferenza episcopale campana. In passato, e non solo per una forma di galateo istituzionale (esiste anche nella chiesa) a capo dei vescovi della Regione era automaticamente chiamato l’ordinario di Napoli. Una delle prime richieste di don Mimmo ai suoi confratelli è stata quella di non addossargli subito quest’altro impegno. Napoli può bastare.