La morte di Alika e lo scudo di latta della tolleranza
Alika, il giovane nigeriano massacrato di botte, era una presenza abituale nel corso centrale di Civitanova, uguale a tanti altri, di città anche più grandi, omologate dalle insegne di uno shopping che è come una sola grande vetrina lungo la via del passeggio più affollato. Negli ultimi tempi, dopo un infortunio, si aiutava con le stampelle per offrire la sua povera merce come debole copertura alla richiesta di elemosina. Era, quel che si dice, una presenza tollerata. Esercitava con discrezione, secondo l’ammissione di chi lo conosceva, la sua sempre più difficile, anzi estrema, condizione di povero. L’economia in crisi che abbassa i dividendi e taglia i salari e le entrate in famiglia, a chi ha poco toglie quasi il respiro. E non è solo questione di moneta. Sulla vita di stenti di Alika, si è abbattuta all’improvviso, e tutto in una volta, la lunga filiera di tutti quei mali che diventano malesseri a cominciare dal razzismo, e dai suoi sottoprodotti, come il primatismo che mette in fila i diritti a seconda di chi “gioca” in casa sul proprio territorio; e che rappresenta una rapida scorciatoia verso la sopraffazione, oltre che una sorta di mano libera nel regolare i conti senza andare per il sottile. Ancor prima viene l’indifferenza, esercitata stavolta senza voltarsi dall’altra parte, ma mettendo mano allo smartphone, usato sempre più come una protesi o una scatola nera della nostra esistenza.
Non è mancata, in quella mortale aggressione nessuna delle voci, una più triste delle altre, che hanno trasformato la terribile trama in tragedia. Eppure, qualcosa, è rimasta in disparte e proprio il sacrificio di Alika induce a parlarne, anzi a portarlo allo scoperto: l’irrilevanza, anzi la debolezza della tolleranza, una virtù ordinaria per tempi ordinari. Che non sono questi, e si allungano, con asprezze mai tanto insopportabili, ben oltre i confini di una tranquilla città della provincia marchigiana. A Civitanova s’è visto, però, come la tolleranza può essere nient’altro che uno scudo di latta, una forma di difesa che è sembrata fare il verso agli atteggiamenti di chi era sul posto e che, di fronte a un massacro, non è riuscito ad andare oltre qualche invocazione “salva coscienza”: un basta, un fèrmati, ma forse più per dire e significare che la lezione ci voleva e non era quindi necessario l’intervento diretto. Potevano bastare quei colpi di stampella già assestati.
Non c’era un ring, ma intorno sono spuntati arbitri improvvisati e ciechi che non si sono accorti, almeno si spera, della drammatica deriva in corso. La tolleranza, certo, ha mostrato, come s’è tragicamente visto dopo, un vistoso lato scoperto. Ma vien da chiedersi se, alla fine, questo sentimento così tiepido, coinvolgente quanto basta, come nella prescrizione di un medicinale, ha in sé la forza e l’estensione giusta per misurarsi, e in qualche modo fronteggiare, il cumulo dei mali che affollano i nostri giorni. O non rappresenti solo una prima risposta, anzi il primo gradino per salire di livello e di tono di fronte non solo ad Alika e a tutte le vittime della mancata accoglienza, ma al confronto con la nostra stessa umanità che non può accontentarsi di risultati minimi o parziali. Ecco, l’accoglienza. È questo il nome, e la questione vera, che deve porsi intorno alla crescita della tolleranza, a un salto di qualità che i tempi rendono necessario e urgente. Non è il momento di giocare sulla difensiva, dalla tolleranza all’accoglienza c’è un cammino virtuoso che non può essere più lasciato alle spalle. La tolleranza non può essere di più che un atto dovuto, il minimo sindacale che si applica a un semplice riconoscimento. In definitiva è nient’altro che l’accettazione guardinga e prudente che a sua volta mette in guardia e tronca sul nascere l’avvio di relazioni più significative e più umane. In senso figurato, essa non vale neppure una pacca sulle spalle. Alika era “accettato”, non dava “fastidio”, era diventato di casa in quelle vie del centro. Ma gli è bastato compiere solo un passo in più oltre la soglia della tolleranza per sprofondare nell’abisso di una violenza cieca e insensata. La specie di cui godeva si è fatta viva con la sua voce incerta e fioca, e soprattutto con l’assoluta mancanza di nerbo che, nelle versioni più mediocri, sembra esserne il marchio. La tolleranza non è roba per tempi così, segnati dalla pandemia, attraversati da un sanguinoso conflitto nel cuore d’Europa. Non ha funzionato a Civitanova, dove sulla vita di stenti di Alika si è addensato tutto il peggio dei nostri giorni, non si vede come possa farsi valere nel campo più largo delle tempeste in corso. Scalare le marce, sul terreno dei valori, non porta lontano. La tolleranza, quando va bene, copre il fianco a una sorta di quiete “a tempo”. Non preserva da tutto il resto, compresa un’aggressione in pieno centro, con le stampelle che da strumenti di sostegno si trasformano in arnesi di morte. Di accoglienza, invece, si può solo vivere, perché è vita quella che sparge intorno a diradare i veleni di una concezione agonistica dell’esistenza, in cui Alika e i suoi tanti compagni di strada, continueranno a essere prima bersaglio e poi uomini. Messi alle strette dalle nostre pavidità ci faremo forse scudo proprio della tolleranza. Ma è uno scudo sempre più di latta.