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Angelo Scelzo

la finestra su piazza san pietro

12/10/2012

Angelo Scelzo

Un po’ focolare, un po’ libro aperto sulle vicende della terra, la finestra che da piazza San Pietro s’affaccia sul mondo ha da sempre il prospetto sulle speranze e sulle attese dell’umanità intera. Da lassù l’umanità non è un panorama indistinto. I volti degli uomini, agli occhi di chi guarda, sono come l’infinito plurale dell’unico Volto di Cristo. “Vedo i vostri sguardi, ascolto le vostre voci”, disse Giovanni XXIII in quel discorso che cinquant’anni fa fece di quell’uscio che sovrasta dall’alto il colonnato del Bernini, il mezzo di comunicazione più artigianale ed efficace, pronto a sfidare, ancor oggi, i sofisticati apparati di internet e dintorni.

A distanza di mezzo secolo, il quarto successore del Beato Roncalli – dopo Montini, Luciani e Wojtyla – si è affacciato alla stessa ora, dalla stessa finestra, sullo stesso suggestivo e commovente scenario di folla, un’infinità di punti luce che, come allora, alla fiamma delle candele, hanno illuminato la piazza.

Giovane teologo del Vaticano II, che quel giorno s’era aperto con l’imponente processione di oltre duemila padri conciliari, Papa Benedetto ha voluto ricordare che anche lui, quella sera – quella splendida sera – era in quella piazza, lo sguardo fisso alla finestra, e la luna che guardava dall’alto. È toccato al giovane teologo di quel tempo rinnovare quella carezza, che quasi ancora vive, di Giovanni XXIII ai bambini; la carezza sotto forma di un bacio da portare a casa, sempre a nome del Papa. Di quella sera, il gesto di tenerezza del Papa diventò il segno – delicato e incancellabile-  di una “nuova primavera” – forse di una nuova Pentecoste -che trasmetteva felicità ed entusiasmo in tutto il popolo del Concilio. 

Cinquant’anni dopo da quella stessa finestra e dalle parole del giovane teologo diventato Benedetto XVI, l’onda di quella gioia non si è certo spenta, né ha perso smalto: ha però – questo sì – cambiato tono. È diventata “più sobria e più umile”, perché il deserto di Dio in tutto questo tempo ha guadagnato terreno, e vi ha lasciato tracce profonde.

Fragilità umane che non tramontano, zizzania nel campo e pesci cattivi nella rete di Pietro: la zavorra è pesante e a veder navigare la Chiesa con vento e minacce contrarie, s’è fatto infine largo il pensiero drammatico del “Signore che dorme e che ci ha dimenticato”. 

La finestra che ha parlato al mondo anche nel silenzio di Giovanni Paolo II, al quale la malattia aveva sottratto la voce, ha finito così col raccontare e far vivere, da un mezzo secolo all’altro, il cambio di clima nella chiesa e nel mondo. La gioia di quella sera non è svanita in nessuna mistura di un nuovo pessimismo dei tempi.  Il sano e lucido realismo di Papa Benedetto è semmai anche la lente di ingrandimento che fa vedere più a fondo alla speranza. C’è un percorso, nei pellegrinaggi lungo i deserti del mondo contemporaneo che non può essere ignorato: quello di un mondo senza Dio riconoscibile da alcune pagine tragiche della storia, ma che oggi si rende presente ogni giorno, intorno a noi. I giovani che ieri sera erano sotto la finestra del Papa conoscono certo più a fondo il secondo tratto, forse più faticoso e infido. Sono generazione di altri tempi e di altre esigenze rispetto ai coetanei di mezzo secolo fa. La fede è stata spesso un cammino e non un’eredità tramandata in famiglia. Hanno bisogno della speranza, ma più ancora, forse, di conoscerne le ragioni. Ma se hanno risposto alla chiamata del Papa è per dire che sono pronti a fare la loro parte. È su questo punto che l’incontro con Papa Benedetto nell’incendio di fiaccole di piazza San Pietro, ha continuato ad aprire strade. Mezzo secolo fa e oggi non è solo lo spazio di un confronto. La certezza che Papa Benedetto offre oggi alla sua Chiesa, come all’avanscoperta dei giovani sotto la finestra di piazza San Pietro, è che un mondo senza Dio è un mondo più povero per tutti. L’Anno della Fede, nella memoria viva del Concilio, non è altro che un rinnovato appello a rendere nuovamente- e sempre – Cristo presente nella vita dell’uomo.