la comunicazione al centro del grande giubileo dell’anno duemila
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Nessun Anno Santo del passato poteva essere rapportato a quello che si andava preparando. . Di qui un impegno forte e straordinario per una comunicazione all’altezza dell’evento
Come fu raccontato dai media vaticani il “primo Giubileo dell’era telematica”
- Angelo Scelzo
“Il primo Giubileo dell’era telematica”. Si trattava naturalmente di una frase di Giovanni Paolo II. L’anno era ancora il ’96 e il Duemila, per quanto a portata di mano, sembrava “giornalisticamente” ancora lontano. Ma nel discorso ai membri del Comitato Centrale del Grande Giubileo dell’Anno Duemila – ironizzando anche su quella dizione così burocratica da ricordargli la nomenclatura della vecchia Unione Sovietica – il Papa inaugurava una nuova, straordinaria stagione d’impegno per i media vaticani. Quel grande evento, particolarmente nella fase di preparazione, rendeva evidente più che mai il duplice ruolo della comunicazione vaticana, chiamata non solo a svolgere la propria funzione informativa, ma a porsi al servizio di chi si affacciava dall’esterno sull’“epicentro” del mondo cattolico per conoscerlo meglio o addirittura per scoprirlo. La consapevolezza di trovarsi di fronte a una enorme, imperdibile sfida divenne subito molto forte per i mezzi di comunicazione vaticani. Si trattava in qualche modo dell’esame generale su uno dei temi più significativi del pontificato di Giovanni Paolo II. Gli elementi in gioco erano tanti e tutti diversi tra loro: occorreva innanzitutto prendere atto, in maniera realistica, che il Giubileo rappresentava un evento di forte suggestione per il mondo cattolico, ma non sempre approfondito nei suoi contenuti. Ancora di più ciò era vero per i giovani, mentre l’annunciato flusso di pellegrini provenienti da ogni parte del mondo rendeva necessaria una sensibilizzazione informativa su larga scala, con mezzi e linguaggi adeguati. Nessun Anno Santo del passato poteva infatti essere rapportato a quello che si andava preparando e che segnava non solo il passaggio del secolo, ma del millennio. Mentre iniziavano i cinque anni di preparazione, diventava inevitabile il richiamo alla prima Enciclica di Giovanni Paolo II, la Redemptor hominis nella quale, con accenti umanissimi, si prefigurava la grande celebrazione: «È difficile dire in questo momento che cosa quell’anno segnerà sul quadrante della storia umana, e come esso sarà per i singoli popoli, nazioni, Paesi e continenti. (…) Per la Chiesa, per il Popolo di Dio, che si è esteso – sia pure in modo diseguale – fino ai più lontani confini della terra, quell’anno sarà l’anno di un gran Giubileo». A rendere del tutto unico l’Anno Santo del Duemila, con il triennio finale dedicato alle Persone della Trinità, era anche il suo carattere universale, che prevedeva la celebrazione a Roma ma anche in Terra Santa e in tutte le diocesi del mondo. Fondamento di ogni Giubileo, e tanto più per quello del millennio, è sempre stato il fortissimo intreccio di elementi spirituali e religiosi con quelli di natura sociale. Del resto, l’usanza dei Giubilei cristiani ha avuto inizio nell’Antico Testamento, e trova le sue radici nella vita sociale e religiosa giudaica. Ma accanto a temi di più largo respiro, come la libertà per i prigionieri, la remissione dei debiti, la riconciliazione, si profilava un altro aspetto che avrebbe caratterizzato la lunga fase di avvicinamento alla celebrazione. Il prevedibile grande afflusso di pellegrini da ogni angolo del pianeta verso la Porta Santa di San Pietro e delle Basiliche Papali romane aveva già fatto emergere, nelle prime cronache dei giornali, il pericolo di un “gigantismo organizzativo”, che innescava da solo una naturale scia di polemiche preventive.