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Angelo Scelzo

LA CHIESA E IL MEZZOGIORNO

25/02/2017

di Angelo Scelzo

I n quest’ora di gravi trepidazioni, di violenti

contrasti e di decisive battaglie, mentre uomini

di tutte le tendenze puntano il loro sguardo sul

Mezzogiorno d’Italia (…) noi arcivescovi e

vescovi dell’Italia meridionale…»

L’incipit tradisce gli anni, ma la solennità del tono lascia

capire quale e quanta urgenza vi fosse dietro un testo che,

pagando il poco dazio richiesto allora alla cronaca, passava

subito alla storia; e non solo per l’importanza e lo spessore del

contenuto, ma per quelle firme, 73 vescovi, due prelati e tre

abati, poste a garanzia di un documento finalmente

collettivo, affidato sì nella stesura, a un leader del tempo,

l’arcivescovo di Reggio Calabria, Antonio Lanza, ma segno di

una volontà e di un sentire comune, Qualcosa di molto vicino

a un’unità che sul versante Chiesa-società, nel Mezzogiorno

non è stata mai scontata. Datata 25 gennaio 1948, la “Lettera

collettiva dell’episcopato dell’Italia meridionale su: i problemi

del Mezzogiorno” aprì il lungo corso degli interventi della

Chiesa sulla realtà della parte più povera del Paese. Nello

stesso anno l’Italia si dava la Carta costituzionale. I cantieri

della ricostruzione, con la guerra appena alle spalle, si

aprivano sulle strade ma anche nelle aule e in tutti quei

luoghi della cultura e del sapere dove i segni del progresso

davano alla ricostruzione la forma più nobile di rinascita. Una

distinzione sottile che non riguardava però una metà del

Paese al quale non era certamente bastato il tratto unitario,

iniziato quasi novant’anni anni prima, per liberarsi almeno di

qualcuno dei suoi mali antichi: la miseria, la corruzione, in

tutte le sue forme, la criminalità, l’analfabetismo; e con il

lavoro e le infrastrutture visti come traguardi di mondi

lontani.

I termini della «questione meridionale», erano quindi già

tutti presenti e ognuno di essi minava a fondo, fino talvolta

a distorcerla verso elementi di superstizione e vera e propria

magia – come testimoniato largamente dagli studi di Gabriele

De Rosa – la religiosità di un popolo sul quale la Chiesa,

invece, faceva largo affidàriiento. Un segno furono anche i

molti vescovi provenienti dal Nord messi a capo di diocesi

meridionali. Vista dalla parte della Chiesa, l’arretratezza finiva

per tarpare le ali anche a una crescita più armonica della

propria comunità. La “lettera”, in uno dei suoi passaggi più

innovativi, metteva su carta una condizione che creava

innanzitutto inquietudini “ad intra” sulla purezza del

sentimento religioso, taht’è – si affermava – che, di fronte a

«forme parassitarie e superstiziose, lo stesso vizio, osa, a volte,

porsi sotto le ali della religione e del culto». Spianato il terreno

dagli equivoci di una contaminazione, restava la visione

spettrale di un Mezzogiorno cosparso di una povertà che

arrivava ad uniformare e quasi omologare il panorama

complessivo. Terreni e ancora terreni, coltivabili e no, dai

quali si ricavava ricchezza per pochi e vite di stenti, e miseria

in abbondanza per i più. Erano stati proprio i problemi della

terra, e la vita grama di coloni, braccianti, i feudi del latifondo,

a scuotere in maniera “collettiva” i vescovi del mezzogiorno.

La spinta decisiva venne dalla « XXI Settimana sociale dei

cattolici», tenuta l’armo prima a Napoli e su un tema che non

lasciava scorciatoie: «I problemi della terra e del lavoro nella

dottrina sociale della Chiesa».

Anche questa era stata una strada a lungo preparata, e alla

quale aveva dato un contributo forte e originale don Luigi

Sturzo.M prete di Caltagirone riuscì di mettere al servizio

della «questione meridionale», due – apparentemente –

opposte direttive del magistero papale sull’impegno sociale

dei cattolici: il «Non expedit» di Pio IX e le indicazioni della

«Rerum novarum» di Leone XIII che, all’inizio del nuovo

secolo, diedero forma e nuova sostanza alla dottrina sociale

della Chiesa. Il divieto imposto ai cattolici di partecipare alle

elezioni politiche fu visto da don Sturzo (ma non solo) come

un’opportunità favorevole anche per il clero locale, per

sottrarsi a forme di vecchio clientelismo. Sul terreno

parzialmente bonificato dal disimpegno finì per avere

maggior presa il clima della “Rerum novarum”. La “Lettera

collettiva” fu in questo senso un punto di arrivo, anche

perché rendeva ragione dell’impegno isolato, ma di grande

prospettiva, di vescovi – come per esempio Nicola Monterisi –

per i quali i problemi sociali non erano una cosa a parte

dell’azione pastorale delle chiese locali. Nel quarantotto il

Concilio Vaticano II era ancora lontano ma il timbro pastorale

di quella “Lettera” ne anticipava quantomeno i toni. A

richiamarli fortemente, anche nella forma di un linguaggio

nuovo («la questione meridionale è questione di Chiesa e

posta anche alla Chiesa») e nel

nesso tra evangelizzazione e

promozione umana, fu il

commento ufficiale che i vescovi

italiani, nel ventennale del

documento e dunque negli anni

immediatamente successivi alla

chiusura del Vaticano II, affidarono

all’arcivescovo di Lecce, Michele

Mincuzzi. Si voltava pagina, nel

senso di una più forte

compromissione e vicinanza della

Chiesa con il suo popolo e, nel

caso del Mezzogiorno, con un

popolo vessato da molti problemi

e tenuto fuori, anche per qualche

precedente silenzio della Chiesa,

dai circuiti di sviluppo e di

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progresso già innescati nel resto

del Paese.

Neppure negli anni del boom

economico, i mitici Sessanta, il

divario tra le due Italie si è fatto più

leggero. Anzi. Al Mezzogiorno è

toccato di pagare larghe quote di un

benessere che non lo riguardava da

vicino. La “Questione”, col tempo,

ha cambiato l’ordine dei fattori, ma

non il risultato: niente più “patti

agrari” e lotte per le terre, ma uno

dopo l’altro, pur con la nascita di

organismi di sostegno – primo fra

tutte la Cassa per il Mezzogiorno – i

fallimenti di industrie che, in

cambio delle molte illusioni, hanno poi lasciato la realtà di

una devastazione e di un impoverimento del suolo.

Aggiungendosi ad altre “calamità” come la disoccupazione, la

malavita organizzata e le forme di corruzione, tuttora di ogni

tipo; senza contare la cronica carenza di infrastrutture e di

servizi, a partire da una sanità che incoraggia sempre più i

“viaggi della speranza” altrove per l’Italia o per il mondo. E la

Chiesa? Il Mezzogiorno aveva cambiato pelle sotto i suoi

occhi; e una formula più di ogni altra metteva a fuoco la

nuova condizione: quella della “modernità senza sviluppo”

che rivestiva il Sud della patina falsa di un benessere di

facciata, privo del fondamento di un’economia salda e che

quindi esponeva tutta l’area alle insidie nuove di un

consumismo esasperato. La corsa ai consumi, mentre

contribuiva a dilapidare le residue risorse, erodeva anche i

pilastri di una cultura di vita modellata largamente

dall’aspetto religioso. Veniva meno, in questo campo, la

trasmissione naturale della fede e si apriva, per gli operatori

pastorali, la difficile prospettiva di un Mezzogiorno come

terra di nuova evangelizzazione e di vera e propria missione.

Pur cambiando volto e riferimenti, l’antica “questione” non

scompariva certo dall’orizzonte della Chiesa meridionale; e

anzi ne diventava il tema più dibattuto, mobilitando Pastori e

studiosi, diocesi e centri universitari e, in prima linea, i

numerosi istituti teologici dell’Italia meridionale.

A1 nche tra i vescovi, dopo gli anni dei Lanza, dei Monterisi,

.dello stesso Mincuzzi, padre spirituale di don Tonino

Bello, si formò un nuovo nucleo di pastori particolarmente

attenti al tema Mezzogiorno, come Nicodemo e Motolese, i

cardinali Ursi a Napoli e Pappalardo a Palermo, l’arcivescovo

Sorrentino a Reggio Calabria. Tutti vescovi meridionali ma

ognuno di essi al centro di un’opera di largo respiro: era

l’intera Chiesa italiana, ora, a prendersi carico, nel suo

insieme, di una questione che non riguardava solo più

un’area ma tutto il Paese. A sancire significativamente questo

cambio di passo, un altro documento dei vescovi italiani

dell’ottobre ottantanove: “Sviluppo nella solidarietà: Chiesa

italiana e mezzogiorno “. Per la prima volta si rendeva

esplicito, ponendo l’affermazione quasi a titolo di tutto il

documento, che «Il Paese non crescerà se non insieme». Si

esprimeva l’intera Chiesa italiana e solenne era anche il

mandato per quel documento, sollecitato già dal larghissimo

spazio che i problemi del Mezzogiorno conquistarono

all’interno del primo Convegno ecclesiale nazionale su

«Evangelizzazione e promozione umana» nel 76, e

“rafforzato” nel clima del successivo Convegno di Loreto

nell’ottantacinque su “Riconciliazione cristiana e comunità

degli uomini”, quando alla Chiesa italiana venne chiesto un

impegno deciso e visibile nella realtà sociale del Paese.

Non più quindi solo un impegno collettivo ma corale, di

tutta la Chiesa sulla spinta deE’incessante magistero di

Giovanni Paolo II, sia attraverso i suoi numerosi e prolungati

viaggi pastorali nelle regioni e nelle città meridionali che nei

discorsi per le «Visite ad limina» degli episcopati meridionali.

E con la memoria di quel drammatico e solenne “Basta!”

gridato in faccia ai mafiosi nel viaggio in Sicilia, ad Agrigento,

a sottolineare la forza dei gesti: come quello che, con non

minore efficacia, replicò Papa Francesco a Cassano Jonio, nel

giugno di tre anni fa, e poi a Napoli nella memorabile visita in

cui si scagliò a suo modo (la «corruzione spuzza») contro il

malaffare e ogni forma di violenza organizzata. I pastori e

accanto ad essi, a rafforzarne la voce, i papi, Wojtyla e

Bergoglio, ma anche Benedetto il quale si recò a Bari, per il

Congresso eucaristico nazionale, appena quaranta giorni

dopo la sua elezione, prima di visitare poi Lametia Terme, Il

brindisino, Cagliari, Napoli e Pompei. E proprio da Napoli, nei

giorni prossimi, la Chiesa italiana riprenderà il discorso mai

interrotto del suo impegno per il Mezzogiorno. Come a dire, e

a ribadire, che il Sud non può essere, tantomeno per la

Chiesa, un problema a sé.

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