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Angelo Scelzo

LA “CASACCA” DEL nAPOLI E QUELLA DELLO STATO

27/09/2011

Quasi in contemporanea Napoli ha espugnato due “fortini”. l’Europa del calcio e il bunker dei casalesi

Angelo Scelzo

Quasi in contemporanea Napoli ha espugnato due fortini: l’Europa del calcio, dove gli <azzurri> di Mazzarri sono riusciti a spingersi dove era stato costretto a fermarsi perfino Maradona, e quella specie di internazionale del crimine, a due passi da casa, Casal di Principe, diventata, suo malgrado, non solo capitale ma anche sinonimo delle più efferate gesta della camorra.

Le coincidenze hanno sempre una stretta parentela con il caso. Ma nella consistente produzione di fatti e misfatti, quasi l’unica industria di Napoli che continua a girare a pieno regime, accade che si debba legare con lo stesso spago anche articoli tra loro molto diversi, proprio come in un bazar che espone merce di ogni tipo.

L’esultanza dei tifosi azzurri è stata incontenibile: nella filosofia a buon mercato che regge la vita difficile della città, anche il calcio entra a far parte degli elementi di possibile riscatto sociale. E i napoletani non si tirano certo indietro da una tale interpretazione: semmai, sull’onda di una passione, data per scontata, arrivano a investire persino troppo su un rapporto sempre a rischio di qualche squilibrio. Una volta tanto, però, quest’entusiasmo di piazza, che dalla città spagnola di Villareal, s’è propagato e diffuso nei quartieri gemelli – anch’essi spagnoli- di Napoli è parso anche l’eco, fatto di applausi e di scene di esultanza, di quell’altra vittoria, anch’essa lungamente attesa, che ha visto la città e lo Stato espugnare la roccaforte di Michele Zagaria, capo riconosciuto di una holding del crimine ugualmente a dimensione continentale.

La porta violata del Villareal per mano (o meglio per i piedi) dei suoi frombolieri – nella circostanza uno svizzero, Inler, e uno slovacco Hamsik – ha allungato al Napoli la strada per l’Europa, a poche ore di distanza dal cedimento di quell’altra porta, presa d’assalto da uomini schierati sul campo con la casacca dello Stato per portare a casa, anche a caro prezzo, risultati di legalità e di giustizia che, più di tutto, giovano all’autentico sviluppo di Napoli. Se i fatti, così distanti e diversi l’uno dall’altro, non vanno confusi, appare invece necessario che gli applausi di Napoli, in questa circostanza, vengano considerati come un fronte comune: costituitosi al momento, e per vie, certo, imprevedibili. Ma il segno di queste due vittorie, pur in campi che non si appartengono, resta. E diventa a suo modo un simbolo perché di applausi Napoli, in questi anni difficili e tormentati ne ha ricevuti davvero pochi, e prodotti anche meno. 

C’è poi, ad alimentare il peso delle suggestioni, quel simbolo comune della porta – <violata>, secondo il gergo calcistico a Villarreal – e abbattuta, a colpi di trivella nel bunker del boss dei Casalesi.

Altre porte sono in questi giorni sul proscenio della realtà più viva di Napoli: sono quelle che, una dopo l’altro, in tutti i quartieri della città, si sono aperte al passaggio di un evento, il Giubileo della diocesi, che sta giocando, con successo, la partita decisiva per il futuro di Napoli: quella di recuperare il senso di una speranza affievolita da troppe sconfitte, mortificata da una moltitudine di passi falsi in ogni campo.

Pur con tutti i suoi limiti e i suoi drammi, Napoli continua a rappresentare la porta sempre aperta a un nuovo inizio.

E’ in questo senso che la chiesa locale, sotto la guida del suo pastore, il cardinale Crescenzio Sepe, si è posta al centro di un progetto che ha poco a che fare con il tecnicismo dei tanti (e falliti) piani di sviluppo, ma molto invece con l’anima autentica della città: con la sua storia, la sua religiosità innata, il< genio>, pur così spesso sciupato, di un’eccellenza in molti campi.

il Giubileo sposta ora la partita sul versante pastorale: non esiste, nella realtà di Napoli, un versante più ampio e più propizio per prendersi cura davvero, e in modo non provvisorio o parziale, del futuro della sua gente.