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Angelo Scelzo

Il cardinale e la misericordia

14/05/2019

Di Angelo Scelzo

È tutta “colpa” della Misericordia. Si è capito, soprattutto con Papa Francesco, che le ha dedicato perfino un Giubileo straordinario, che essa può far scandalo, può arrivare a turbare l’equilibrio di una giustizia che ha pesi e misure tarate a freddo sulle circostanze. La Misericordia ha la forza di “truccare” le bilance, fino a far pendere l’ago da una parte stabilita, spesso laddove la giustizia è con le bende agli occhi. E’ accaduto proprio questo nella vicenda dello stabile occupato a Roma, rimasto al buio e senza acqua calda per molti giorni, fino all’intervento dell’elemosiniere del Papa, il cardinale Corrado Krajewski. Si può parlare, per paradossi, di una prova di forza della Misericordia, o anche di un sussulto (nel caso in questione, una “scossa”) nel momento e nel tempo in cui è sempre più messa da parte e, anzi, sfidata, se non irrisa, a viso aperto in tutti i campi di sua competenza: nei campi dell’umano, in realtà. E quindi dappertutto, dovunque l’uomo metta mano. A fatica e con i mezzi che può, la Misericordia – il guardare e il prendersi cura degli altri-  cerca nient’altro che un proprio diritto di cittadinanza, un suo “ius loci” a frontiere aperte.

In realtà nessuno si aspettava che da una chiesa sempre più disposta a sporcarsi le mani, venisse fuori un porporato deciso a imbrattarsi – non metaforicamente- perfino la tonaca. Anzi il clergyman, giacca e pantaloni – nella circostanza di lavoro- per calarsi meglio non nella parte, ma nel fossato dove erano alloggiati i generatori di corrente. Tecnicamente non c’era da riparare un guasto, poiché si trattava-come tutti sapevano –  di un corto circuito da bolletta inevasa, ma nell’uno e nell’altro caso nessuno meglio di Krajewski poteva metterci mano. Il groviglio di fili e contatori metteva in gioco la sua competenza di elettricista, le bollette in bianco il suo presente di “braccio armato” della Misericordia di Papa Francesco. Due estremisti della materia: nel campo dell’aiuto e dell’assistenza a chi si trova in difficoltà –  e non solo per le bollette non onorate- nella chiesa di questi tempi, si scrive Krajewski, ma si legge Bergoglio. E si tratta solo dei vertici di una carità diffusa in mille e mille rivoli, quasi sempre nascosti alla superficie.

Giovane cerimoniere ai tempi di Papa Wojtyla, creato prima vescovo e poi cardinale per rendere esplicita una vicinanza al papa e, anzi, un agire a suo nome, accanto ai segni liturgici e ai paramenti, di don Corrado- come lo chiamano tutti- al popolo dei clochard e dei senzatetto che frequenta giorno e (spesso) notte, è stato più evidente il passaggio dalla bicicletta (ancora in uso) al doblo’ bianco, non un Suv dei poveri, ma, nella circostanza, per i poveri. E’ con quello che gira non solo Roma, ma il Paese, dovunque suoni una campana del bisogno, per drammi e tragedie o povertà di antica e nuova specie.  Men che mai nelle borgate della capitale, il Doblo’ bianco ha bisogno di ricorrere al navigatore di bordo; ed è sempre quel furgone che parte pieno – stipato di ogni roba, viveri, abiti medicine, coperte, talvolta piccoli mobili – e ritorna svuotato di tutto.

Nessuno più di don Corrado poteva interpretare così alla lettera un ruolo, nel suo caso una missione, come questo. Con un carisma in più: se c’è da mettere mano a fili e contatori lui, com’è avvenuto, non ha bisogno di indossare tute metaforiche o di prendere a prestito qualche divisa di ordinanza.  È un tuttofare con lo stemma della Misericordia sempre appiccicato addosso e un rosario sempre a portata di mano; un teologo del “corpo a corpo” con la Parola di Dio e la voce del popolo. Anche da questa vicenda è sempre più evidente come la Chiesa di Bergoglio intenda percorrere come un paracarro, spianando ogni terreno, la strada di una solidarietà senza se e senza ma. È ormai questo il campo dei “principi non negoziabili”. Ed è qui anche lo spazio non per una sfida ma certo per un confronto a tutto campo, che non esclude neppure le istituzioni. Il gesto, definito estremo dallo stesso cardinale, di violare i sigilli, è non solo emblematico ma spiega fin dove arriva la determinazione di un pontificato che nella Misericordia ha il suo inconfondibile segno. È la Misericordia a guidare più che mai i passi di Francesco, e sono le opere che nel suo nome compie, a spianare la strada, costruire ponti, aprire varchi: fino al punto, se occorre, di manomettere sigilli. Niente, può apparire – ed essere – “vietato” o esagerato in nome della mano tesa agli altri, soprattutto quando si tratta dei più svantaggiati e degli ultimi della fila. Viene da qui, dalla sostanza teologica dell’attenzione ai bisogni, lo stile tutto diverso di un magistero che non finisce di stupire. Un pontificato di gesti e parole nuove, declinate spesso in un vocabolario che proprio al contatto con la carità, sembra accendersi e fare scintille, fino a rendere visibile quel “desiderio inesauribile di offrire Misericordia” di cui Francesco parla nella Evangelii Gaudium. La misericordia come “urgenza dei tempi”: è questo che spiega tutto.

Perché se anch’essa va in “bolletta” il conto è più salato per tutti.