i sampietrini,piccola storia
Angelo Scelzo
Quando i lavori non finiscono mai, a Roma (e non solo) viene naturale l’accostamento con la <Fabbrica di San Pietro>, sinonimo, seppure illustre, di opere capaci di sfidare il tempo, al punto, talvolta, di non tenerne conto. Fatto sta che aperto ufficialmente il 18 aprile del 1506, quel grande cantiere messo in piedi per la <riedificazione del nuovo tempio vaticano> non ha mai chiuso i battenti. E non e’ previsto che un giorno lo faccia.
Già dalla posa della prima pietra da parte di Papa Giulio II Della Rovere, il capofila dei venti pontefici, che per 120 anni -fino a Paolo V Borghese- hanno visto rinascere la basilica costantiniana, si manifestò l’esigenza che per rifare San Pietro occorreva fare i <sampietrini>. Chi avrebbe assicurato la lunga vita che meritava a quel < ben di Dio> a cui si apprestavano a mettere messo mano il Bernini, il Bramante, Michelangelo, Raffaello e, da ultimo, il Maderno?
Nel libro- mastro dell’avvio lavori, il funzionario del tempo annotò che si rendeva necessario, fin dall’apertura, un certo numero di <manuali > addetti alla continua manutenzione della Basilica e retribuiti <secondo dell’abilità, dell’età e del lavoro>. Nasceva così, in forma ufficiale, la <Fabbrica di San Pietro>, una sorta di azienda plenipotenziaria sulla gestione finanziaria e tecnica di un cantiere che più maestoso non si poteva, e che da quel momento in poi, si poneva come caposcuola di maestranze specializzate chiamate ad aver cura di statue e mosaici, affreschi e dipinti, sculture e opere in legno, tessuti e documenti cartacei: il tutto distribuito su due ettari di (preziosa) superficie. Ogni angolo era messo nelle mani dei <sampietrini>, per l’assunzione dei quali fu adottato un modello di pianta organica che, prevedeva una forma di flessibilità’ in entrata così efficace da resistere fino ad oggi. Accanto alla squadra ufficiale, fin dal primo momento fu previsto l’apporto di alcuni <soprannumerari> scelti, come si legge nelle note del <fattore generale>, di poca età per istruirli nelle opere meccaniche e per valersene in quelle opere che devono eseguirsi affidata la persona a delle corde, ove si vuole somma agilità e sveltezza, requisiti- si aggiungeva – che difficilmente si trovano in uomini di qualche età. Un turn-over in tutta regola e con l’occhio attento alla formazione e al ricambio generazionale. Nessuna meraviglia se Clemente VIII, al principio del XVII secolo, finì per trasformare l’organismo nella <Congregazione della Reverenda Fabbrica di San Pietro>: titolo conservato fino alla riforma della Curia di Paolo VI, poco più’ di 40 anni fa.
Reverenda o no, la Fabbrica continua a portare il marchio di uno specialissimo cantiere, quasi sospeso tra il cielo e la terra e con competenze e prerogative confermate, ad ampio spettro, anche dal beato Giovanni Paolo II, nella <Pastor Bonus> appena 24 anni fa: un grande laboratorio di opere a sostegno di un inimitabile monumento di fede. E a ciclo continuo, con i tempi anch’essi, in qualche modo, sospesi tra le incombenze del quotidiano e le prospettive dei secoli a venire.
Anche per questo la Fabbrica di San Pietro è diventata sinonimo di tempo indefinito: una macchina di lavoro svincolata dagli obblighi dei piani di produzione. Ma fino a un certo punto, poiché’ alcune opere di manutenzione richiedono ancora oggi cure particolari: anche la cupola va ogni tanto tirata a lucido, seppure mettendo mano a mezzi e strumenti tecnologici ben diversi che rendono non più’ necessarie le acrobazie che, un tempo, evocavano l’immagine del <sampietrino> imbracato alla vita, intento a scalare la vetta arrampicandosi dai costoloni della Cupola di Michelangelo. Seppure superata dai tempi, e mandata in soffitta dalla sicurezza, rimane certo questa una delle immagini più suggestive per cogliere la particolarià” del mestiere che tocca ai colleghi postumi di Nicola Zabaglia. Chi era costui? Un autentico fuoriclasse della categoria, ricordato da una strada a lui intitolata a Trastevere. Quasi totalmente analfabeta, lo Zabaglia, nato nella seconda metà del 1600, diventò un ingegnosissimo meccanico pratico, il quale < per sola forza di naturale talento, colla meditazione della mente e colla scorta dell’esperienza, divenne inventore di macchine, tanto più ammirabili quanto più semplici, operò cose che artisti addottrinati e scienziati architetti, né seppero fare ne’ credettero possibile ad eseguirsi>. Un geniale autodidatta che arrivò a pubblicare anche un volume (< Castelli e ponti di Maestro Niccola Zabaglia con alcune ingegnose pratiche e con la descrizione del trasporto dell’Obelisco Vaticano e di altri del cavaliere Domenico Fontana>). Altri Zabaglia sono poi cresciuti tra le fila delle tute blu’ dei sampietrini chiamati anche oggi a prestare un’opera che, perfino negli interventi più immediati e banali si ricollega a una trama antica e da rinnovare giorno per giorno. La filosofia della Fabbrica è, in fondo, proprio quella di un moto perpetuo capace di sfidare il tempo. Al punto, talvolta, di non tenerne conto.