I giovani, per dare nuovi orizzonti ad un’Europa sfiduciata e senza approdi
Si chiama “ripresa”, ed indica quel tempo che, subito dopo la pausa estiva, viene a dare una metaforica sveglia e a richiamare alle armi di un’attualità tenuta, seppur per breve tempo, da parte. Formulato così, lo schema appare certo un po’ vecchio, perché l’estate come tempo di lunga ricreazione è ormai una favola del passato, così come “Sotto il sole niente di nuovo” è solo il titolo di un film passato irrimediabilmente di moda. L’estate, semmai lo è stata, non è più una sorta di (beata) parentesi tra una stagione e l’altra, ma sempre più un’agenda senza spazi in bianco. Si potrebbe applicare alla densità dei fatti e delle cronache d’estate, quel manifesto del luogo comune dedicato alla meteorologia, secondo cui non esistono più “le stagioni di una volta”.
È aumentato il ritmo di vita – o forse soltanto il suo affanno – ma fatto sta che c’è dell’altro oltre il dilemma mare-monti che un tempo scandiva la cosiddetta “bella stagione”. È stata questa la definizione ricorrente per lungo tempo: la “bella stagione”. Se ora s’allunga su di essa l’ombra del “cosiddetta” è perché lo scenario è cambiato, ed è diventato quello di una sfida ricorrente: quella tra i radi ponti e i molti muri innalzati sulle vie – di acque e di terre – del popolo dei migranti, la “nazione” composita ma non nuova venuta a insediarsi – e per molti a insidiare – la geografia del quieto vivere e della difesa dell’identità territoriale. Solo adesso, dopo anni in cui si è continuata a chiamarla “emergenza”, si è disposti ad ammettere che la dimensione reale è quella di un fenomeno che segna e caratterizza un’epoca. E di fronte al quale, prima di ogni altra misura politico o tecnica, occorre scegliere la propria parte di campo: se accanto ai ponti, o al di qua dei muri innalzati a propria protezione e salvaguardia.
È una scelta di campo che naturalmente non riguarda solo i singoli, ma continua a porsi, in maniera sempre più drammatica, per Stati nazionali e organismi continentali, per i quali si delineano rapporti del tutto inediti. Denunciando la propria impotenza a un’accoglienza indiscriminata, i Paesi di prima frontiera del Mediterraneo puntano, non senza ragione, a identificarsi innanzitutto come porta continentale, rivendicando aiuti e assistenza adeguati. È questo uno dei punti di crisi in cui si imbatte l’Europa, divisa da aspre e umilianti contrapposizioni che rendono lontana e perfino estranea l’idea stessa dell’integrazione. Nel campo della solidarietà e dell’accoglienza il vecchio continente sta rinverdendo la divisione tra blocchi che aveva caratterizzato la sua storia recente. L’appartenenza a un blocco o all’altro è materia fluida e dipende, nei singoli Paesi, dagli orientamenti politici dei governi in carica. È sotto gli occhi di tutti come in Italia sia improvvisamente cambiato il vento. Per i profughi, e peggio ancora per i migranti, è tempesta piena: nei fatti, con l’annunciata e pratica chiusura dei porti, e non di meno nei ripetuti e minacciosi proclami del ministro dell’Interno – nonché vice premier – Salvini. La miscela è davvero incendiaria: da una parte gli egoismi dell’Europa, dall’altra una politica “muscolare” che non porta lontano, se non a incrementare un clima di tensioni e di contrapposizioni che certo non giova al Paese. Se mancano gli approdi, ancora più pesante si fa nell’Italia di questo inizio millennio la carenza di orizzonti. C’è qualcosa in giro a cui prestare attenzione per ricavarne speranza? Tra gli enormi spazi bianchi delle agende correnti, spicca un “pro- memoria” a nome Francesco: il Sinodo sui giovani che si aprirà dal 3 ottobre in Vaticano. I giovani sono i soggetti da cui ripartire per dare un’altra faccia, meno stanca e con meno rughe, a un mondo che forse è nelle mani e nei cuori sbagliati. Troppi sintomi inducono portano a pensare alla necessità di un cambio di passo dell’intera umanità. La vastità delle sfide in campo fa emergere prima di tutto il senso di inadeguatezza, la coscienza di limiti che neppure le straordinarie e strabilianti conquiste tecnologiche riescono a mascherare.
C’è bisogno di altro.
E il Papa con i giovani può essere un nuovo punto di partenza. Un orizzonte che si apre.
(Rnp n. 4 luglio-agosto 2018)