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Angelo Scelzo

FIAMME E INCURIA, I NERONE CHE MINACCIANO ROMA

03/08/2012

le nuvole di fumo dalla collina di Monte Mario fino al centro città. Un territorio sotto tiro

Angelo Scelzo

Un incendio a Roma, fosse anche di sterpaglie, fa subito venire in mente Nerone. Ma esistono più che fondati motivi per ritenere che l’imperatore c’entri poco con le fiamme che in questi giorni hanno messo a ferro e fuoco la zona a nord della capitale. Anche se, non può essere sfuggita la coincidenza tra il rogo di Monte Mario e della Storta con l’annuncio dei lavori di restauro al Colosseo, l’anfiteatro più famoso del mondo che prende il nome proprio dal <colossale> monumento dedicato non al principe ma al Re degli incendiari.

Per quelle associazioni che anche la cronaca minuta riesce a ritagliarsi al cospetto della storia, ecco che viene anche in mente come la salvaguardia di un polmone di verde da una parte, e la cura del patrimonio artistico dall’altra, rappresentino in realtà i due poli di un’unica emergenza che va a colpire il cuore antico e moderno della città eterna.

Le nuvole di fumo che dalla collina di Monte Mario si sono spinte fino al centro, annebbiando il panorama dei monumenti più illustri, a partire dalla cupola di San Pietro, al di la’ della minaccia concreta, sono state anche il simbolo di un territorio sotto tiro, sempre più vulnerabile ed esposto a ogni male di stagione: ha fatto guai la neve in inverno, non e’ passata liscia neppure con gli incendi d’estate. Ma non e’ una partita che può chiudersi con un pari e patta. Si tratta di sconfitte sul groppone di una città che uno dopo l’altro accumula e si porta in casa le inefficienze e i limiti di un’area metropolitana che, dappertutto, non solo a Roma, sembra diventata sinonimo di un’estensione dei problemi, molto più che di un ampliamento di superficie. La cinta urbana che le città cercano di replicare facendo presidio intorno ai centri storici, è diventata poco più di una semplice indicazione turistica. Anche in questo senso Roma e’ un modello, e il fatto di correre, quasi contemporaneamente, a spegnere gli incendi di Monte Mario e ad aprire il cantiere di restauro al più celebre dei suoi monumenti, rende anche plasticamente l’idea di questo nuovo doppio allarme azionato all’incrocio tra modernità e conservazione.

È forse questo il nuovo corso ordinario che tra interventi di pronto soccorso, nelle aree a rischio più immediato, e lunghe degenze di ponteggi e imbracature per un patrimonio d’arte in affanno di cure e di anni, segna la strada di un <rimessaggio> sempre più’ necessario sui due fronti più esposti di ogni centro urbano. Se questo centro urbano si chiama Roma e le fiamme arrivano a lambire quartieri abitati, occorre prendere atto che un’altra emergenza è pronta all’assalto di un tessuto che continua a mostrare troppe crepe.

Dopo molti anni di attesa il Colosseo sta per aprire il suo storico (in ogni senso) cantiere di restauro. Anche la formula utilizzata sa d’antico, con la riscoperta di un mecenatismo che, al tempo della globalizzazione, potrebbe davvero non sembrare fuori posto. Nessuna nuova formula può invece venire incontro all’altra più ordinaria esigenza di salvaguardare le condizioni di <vita buona> della città; della sua ecologia e, quindi, della difesa del suo suolo e del suo verde, ora minacciato dalle fiamme (ma non solo). I roghi che si spingono sempre più a ridosso dei grandi agglomerati sono l’ultimo brutto segno di una devastazione che avanza da fronti diversi.  Per incuria o, peggio per interesse, il rischio è ormai quello di considerare le fiamme un elemento naturale dell’estate, come la pioggia in inverno.

Sensibilità e coscienza ambientalista da un lato (senza mettere da parte il più banale ed elementare senso civico), cura e valorizzazione del patrimonio artistico e archeologico dall’altro, sono due binari dai quali è possibile deragliare-e spesso lo si fa –  ma a prezzi sempre più insostenibili. C’entra – e come non potrebbe- la crisi economica, ma la questione, se possibile, la trascende. Occorre rendersi conto, a livello istituzionale ma anche personale, che maltrattare i luoghi in cui si abita significa alla fine farsi del male da soli.  Se poi il malaffare ci mette del suo si arriva al dramma della <terra dei fuochi> che nessuno meglio dei lettori di questo giornale conosce. Ma Roma, su questo versante ha già dato. Ecco che viene ancora in mente Nerone.