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Angelo Scelzo

DON ENZO QUAGLIA, IL PARROCO

11/04/2020

Sacerdote ed educatore a San Domenico, una parrocchia ( e un mondo) a parte

                            Angelo Scelzo

Non dimentico il primo incontro: sulle scale della Chiesa, naturalmente San Domenico, perché era da lì che don Enzo Quaglia sembrava tenere a bada tutta la vita che poteva svolgersi (e non  pareva molta)  anche oltre i confini della piazza, quasi un sagrato un po’ allargato, seppure profanato dal via vai delle auto. Nessuna presenza più della sua era così abituale in quello slargo, ma nessuno come lui incuteva quel tipo di soggezione che, certo, non intimoriva ma ti ricordava a ogni momento che un prete è un prete. E in più lui era parroco. Anzi: il parroco, perché di questa figura – la più centrale e riconoscibile nella vita della Chiesa – era non solo il ritratto fedele, ma una raffigurazione vivente. Del parroco aveva tutto: la zimarra un po’ lisa e con qualche bottone che inevitabilmente mancava, il saturno- quel cappello a cupola di cui ormai si è persa traccia – gli occhiali spessi e la barba che quando scompariva, ogni tre-quattro giorni, tutt’a un tratto, ringiovaniva il viso. Anche l’altezza era quella giusta di un parroco; così la voce, quasi sommessa nei momenti ordinari, ma tonante dall’altare, sia quando c’era da spiegare il Vangelo che da fare, e non mancavano mai, gli annunci per le attività della parrocchia.

C’era però un tratto che rendeva più di tutto, don Enzo- parroco. Era il passo, quella camminata veloce e attenta che lo portava ad attraversare le strade di San Domenico – e a sconfinare per i territori intorno – come tra le quinte di casa propria: si aveva l’impressione che tutto il quartiere – persone e luoghi – non fosse molto più che una proiezione di quel binomio casa- chiesa in cui racchiudeva, ben saldi, la vocazione e gli affetti, le due cose che, alla fine, davvero hanno contato nella sua vita.

Ho sempre pensato che don Enzo non potesse fare altro: non dico il prete, ma il parroco, che resta il modo più pieno e significativo per essere sacerdote. Più di tutto si sentiva <amministratore dei misteri di Dio>; ed era per questo che, come ogni buon curato d’anime, si preoccupava di tenere in equilibrio la vita dell’altare, che ruotava intorno ai sacramenti, con quella più ordinaria che imponeva alla parrocchia di organizzarsi, né più né meno, come un efficiente organismo pubblico a servizio della fede. In questo salto, il rischio della burocratizzazione poteva essere davvero dietro l’angolo. Ma con don Enzo non c’era pericolo: anche le regole, pagavano il dazio a un uomo che faceva del contatto personale la sua prima opera di evangelizzazione: partiva dal fatto, e sapeva che gli era concesso, che tu non potevi che vedere in lui un prete, ossia un uomo di parte; uno che finiva per parlarti di Dio anche restando in silenzio. E forse era per questo che, più eloquenti delle parole, in don Enzo erano i gesti, soprattutto gli sguardi che, quando – anche per un solo momento- non inquadravano il volto di chi gli era di fronte, annunciavano nubi e tempeste in arrivo. Parlava con gli occhi e con una mimica dalla quale si poteva ricostruire l’intero vocabolario dei suoi stati d’animo. <Ma famm  ‘o piacer…>, con il palmo della mano alzato in segno di insofferenza era la più audace – e temibile – delle sue invettive. Era lui che troncava il discorso, esercitando quello che gli sembrava un suo diritto e che nessuno, per la verità, si sognava di contrastare.

In maniera sbrigativa si potrebbe mettere in mezzo una parola grossa, autoritarismo. E qualcuno che si fosse trovato a passare a San Domenico di sfuggita, quella parola non l’avrebbe trovata fuori posto.

Ma passare di sfuggita a San Domenico – ecco – questa sì era davvero un’impresa difficile. Chi entrava in quell’angolo appartato – una piazza e due vicoli d’accesso intorno – metteva piede in un altro mondo. E non faceva nessuna fatica ad accorgersene. Una piazza appartata sì, ma sempre piena di gente e, soprattutto di giovani: una specie di movida della fede, ante litteram, perché – altra cosa strana- era che la piazza e la chiesa, almeno in certe ore canoniche, si facevano quasi concorrenza: talvolta si riempievano i banchi all’interno, altre volte (per la verità più numerose) il muretto che delimitava (ora è stato abbattuto) i bordi dello spiazzo. E tra la piazza e la chiesa, come una protesi dell’una e dell’altra, un’officina sempre aperta: il <mastrillo>, uno spazio coltivato a pallone, proprio come un piccolo orto sul quale provare a piantare le passioni del tempo, con la Salernitana in prima linea. Con il tempo il <mastrillo> ha subìto (proprio così: nel senso di sopportare) lavori di sistemazione e di rifacimento, fino a meritarsi il titolo piccolo-borghese di <campetto>. E’ stato a quel punto che la mia generazione (a partire da Enzo Massa, presidente a vita, Gaetano Florio, Attilio Baldi, Gigetto Amato, Andrea Bisogno, Salvatore Cuomo, Raffaele Granata, Lino Duca e altri) si è trovata di fronte alla svolta. Era cambiato il <mastrillo>, e quasi senza che ce ne accorgessimo, stavamo cambiando anche noi. Avevamo già perso per strada, molto prematuramente, uno della primissima ora, Tanino Ricciardi.   La vita ci portava, chi più chi meno, fuori piazza. Il lavoro, che ad alcuni ha imposto perfino le valigie (Enzo Massa a presidiare le linee ferroviarie dell’Alto Adige, Attilio Baldi a cercarsi altri bar in giro per l’Italia, prima di riapprodare a piazza Portarotese), la famiglia, i figli. Da qualche tempo anche i nipoti. E il <mastrillo> che sembrava – ed era – sempre più un campetto, addirittura con le porte vere, e non più con qualche mano di calce sul muro a disegnare le linee approssimative di pali e traversa. Come oltraggio aggiuntivo alla polvere nobilmente calpestata per anni, il cosiddetto <campetto> è stato perfino trasformato, talvolta, in parquet da basket e in rettangolo da tennis: due torve e sinistre evoluzioni favorite dall’incerta e fiacca ortodossia dei nuovi titolari della parrocchia, segnatamente don Franco Fedullo e don Pietro Rescigno ( e a quest’ultimo toccherebbe l’aggravante di una frequentazione previa, evidentemente senza alcun costrutto). Tutt’altra storia con la mitica signorina D’Agostino, che di quello spazio- come del primo impatto educativo, dagli <aspiranti> in poi – era la padrona incontrastata. Era lei a regolare e a presidiare gli accessi, avendo cura di sbarrare le porte per chi non era in regola con i <ticket> di adunanza e frequenza in chiesa.

Sono andato troppo avanti; il <mastrillo> mi ha preso la mano (e se ricordo che, un giorno, mi toccò scoprire che don Franco Fedullo non sapeva neppure che cosa fosse, mi viene da pensare all’eccessiva indulgenza del diritto canonico). 

Il fatto è che in quel rettangolo sghembo, all’ombra di San Domenico, sono passate le stagioni della vita e anche quelle della chiesa: il fuori campo del tempo era il vento nuovo del Concilio che arrivava fin lì, fra gli sbuffi di polvere che s’alzavano a ogni tiro e la pausa <obbligata> della Benedizione serale del mese di maggio (il punteggio restava congelato e si riprendeva da quel momento in poi). Anche il Sessantotto, naturalmente, s’è affacciato da quelle parti, ma proprio nel momento in cui eravamo già troppo occupati; e quasi nessuno se n’è accorto.

Era, a suo modo, la liturgia di un’esistenza così circoscritta ma anche così intensa da far considerare quasi un viaggio fuori porta perfino la semplice puntata serale a via Lungomare. Si andava fuori presidio, e lasciando San Domenico alle spalle, era un po’ come andare all’avventura.  Navigavamo nel nostro minuscolo “web” del tempo antico, ma col timore addosso di perdere la nostra connessione. Di trovarci da soli oltre il portone di casa della Chiesa, della piazza e del <mastrillo>; trovarci fuori da quel piccolo mondo che a vederlo ora, in retrospettiva, appare ancora più piccolo e fuori tempo, con quelle regole che ne segnavano e restringevano perfino i già angusti confini. Anche a lungomare era già visibile il salto di atteggiamenti e costumi più disinvolti e spensierato nei rapporti, per esempio, tra i due sessi: a San Domenico <l’adunanza> delle giovani non poteva essere certo violata da presenze maschili; e viceversa. E così sui banchi della chiesa, gli uomini da una parte le donne dall’altra; e fuori certo non passavano inosservati sguardi e accompagnamenti anche solo di pochi passi che preludevano a un più lungo cammino nella vita. Una mano nella mano valeva, per il parroco e per tutti noi, una promessa formale di matrimonio. Era un po’ come <dare parola> davanti a tutti e essere autorizzati, da quel punto in avanti, a portare avanti un fidanzamento che, al pari del matrimonio, aveva già il carattere dell’indissolubilità.

Don Enzo era il sacerdote anche di questo tipo di liturgie, con l’occhio sempre vigile e attento. Di San Domenico, come chiesa e come quartiere, aveva tutto sotto controllo. Anche le elezioni rientravano, in qualche modo, tra le attività  <a latere> della parrocchia, sempre ben fornita, per la verità di personaggi – dal mitico avvocato Buonocore, al senatore Valiante e, per qualche tempo anche al compianto Franco De Michele – che non facevano rimpiangere un appoggio attribuito in  <coerenza con la scelta di fede>.  Non che fosse indispensabile, per don Enzo, dover giustificare la cosa attraverso qualche formula adatta: sapeva di poter contare su di noi a occhi ( e urne) chiuse. Certo: pretendeva anche che non si dovesse discutere; e anche questo gli era concesso, salvo qualche timido e raro smarcamento, tenuto però sempre sotto osservazione.

Tirate le somme, parlare di autoritarismo potrebbe sembrare non proprio inappropriato. Ma le somme, per don Enzo, vanno tirate mettendo ben in ordine i diversi addendi.  E due su tutti: la cura d’anime e la generosità umana.  Prete, anzi parroco, ma prima di tutto uomo, e quindi padre, fratello, amico: uno di casa e di famiglia per tutte le generazioni passate dalla sua mani e dal suo cuore a San Domenico. Bastava lui a rendere grande quel piccolo mondo che, a distanza di anni, appare ancora più piccolo. Ma anche più prezioso: perché si trattava davvero di un contenitore di vita, di uno spazio nel quale poter costruire, anche nell’apparente ristrettezza di elementi, un’esistenza capace di andare al largo. E di portare, nella mente e nel cuore, quel piccolo regno di San Domenico, di cui è stato – e resta – sovrano, un prete umile e talvolta irascibile, innamorato dei suoi giovani e di Maria: don Enzo Quaglia, di vocazione parroco.

(E se l’albero si vede dai frutti, anche i suoi successori- don Franco e don Pietro, non fosse per l’eresia del <mastrillo>, continuano a testimoniare che a San Domenico del parroco, e di tutto il resto, sarà difficile perdere traccia)