DALLA “BARCA DI PIETRO” ALLA (MANCATA) FLOTTA DEL VATICANO
LETTERA DA OLTRETEVERE
Angelo Scelzo
In 44 ettari di territorio, “quel tanto di corpo che bastava a tenersi unita l’anima“, secondo il commento di Pio XI di fronte al residuo di potere temporale stabilito dai Patti lateranensi, c’e’ proprio tutto: la stazione ferroviaria, le poste, il tribunale, i corpi militari, la bandiera e, oltre allo splendore dei Giardini, perfino una zona industriale con operai in tuta blu’ come ormai se ne vedono pochi anche fuori le mura. Tre volte più piccolo del Principato di Monaco, lo Stato del Papa compensa questa angustia di spazi con la vastità dei suoi orizzonti spirituali che si stagliano verso l’alto, residenza incontrastata dei suoi territori dell’anima. Il cielo non ha confini, ma beninteso la familiarità che può vantare Il Vaticano è di altro tipo, pur tenendo conto delle possibilità – scientificamente elevate- della Specola dei gesuiti che, sia da Castel Gandolfo che da Tucson, in Arizona, esplora, sempre per conto dello Stato del Papa, l’infinita distesa degli spazi celesti.
Poca terra, però tanto cielo.
Ma di rincalzo, e tanto più con l’estate alle porte, si fa strada un quesito: e quanto al mare? Il richiamo alla <barca di Pietro> viene naturale, ma se si passa dallo stato dell’anima all’altro, piu’ concreto, nel quale – provvisti del regolare “passi”- è possibile mettere piede, non è detto che il navigare debba restare solo un modo di dire, o rimandare subito con la mente a internet o al web.
Perché il fatto, poco noto, alla fine e’ questo: lo Stato Vaticano uno sbocco a mare ce l’ha. Certo, prima di tutto sulla carta, (il “mare nel cassetto”‘ come scrisse L’Osservatore Romano). Ma non solo, dal momento che di Navigazione marittima sotto bandiera dello Stato della Città del Vaticano, si parla negli ” Acta apostolicae sedis” la gazzetta ufficiale dello Stato che, oltre a riportare gli articoli del codice di navigazione, fa riferimento alla convenzione di Barcellona siglata nel 1921. Ancor prima dei Patti lateranensi, essa prevedeva che il Vaticano potesse costruirsi addirittura un suo porto. Detto e (quasi) fatto, anche perché’ a occuparsi della vicenda fu un personaggio di primo piano, Francesco Pacelli, protagonista delle trattative per i Patti, il quale, oltre ad essere fratello del futuro Pio XII, aveva una competenza specifica del ramo, come libero docente del diritto delle acque pubbliche. Si passò, quindi, subito all’azione e furono individuate due diverse aree, una nei pressi di Fiumicino, l’altra sul litorale tra Ladispoli e Civitavecchia. Non c’era, naturalmente, nessuna flotta vaticana in attesa al largo, ma fu stabilito che anche i territori privi di confini a mare potessero disporre di una loro flotta. E d’altra parte era stato proprio questo il consiglio del maresciallo Petain a Pio XII, durante la seconda guerra mondiale. La bandiera vaticana issata nei mari avrebbe consentito una libera navigazione anche ai soccorsi. Non se ne fece nulla e restò memorabile il piccato commento del cardinale Tardini, che esclamò: < Ora manca solo che indiciamo un concorso per nominare un ammiraglio, e poi un bel titolo sull’Osservatore: Dalla barca di Pietro alla flotta del Vaticano >. Al concreto anche le trattative del marchese Pacelli trovarono poi il modo per arenarsi. Accadde che lo Stato del Papa avviò le trattative per uno scambio di proprietà con l’ambasciata sovietica: l’accordo prevedeva la cessione di una vasta tenuta occupata da un istituto di suore. Sembrava tutto fatto. Ma la madre superiora non volle saperne di avere a che fare con i bolscevichi. <Non cederemo il nostro terreno ai nemici della fede neppure se l’ordine venisse dal Papa> fu la ferma e inappellabile risposta della religiosa. (Chi ha mai detto che nella Chiesa le donne contano poco?) Il porto è così rimasto nel cassetto. Ma pur senza banchine e frangiflutti, si può dire che il molo vaticano e’ come una nave ancorata al largo. A riva, continua a ritornare, invece, l’onda lunga dell’interesse sempre vivo di studiosi e appassionati della flotta vaticana. Uno dei piu’ noti deve proprio a questa sua curiosità l’avvio della sua lunga carriera politica. Si era alla viglia della guerra e un giovane studioso andò a cercare notizie sulla flotta nella Biblioteca Vaticana. Il bibliotecario al quale si era rivolto aveva, in quel momento, altro per la testa e lo trattò in maniera brusca: ” Ma lei, gli disse in modo severo, non ha proprio nient’altro da fare?“. Il giovane era tale Giulio Andreotti, il bibliotecario, Alcide De Gasperi. Fu l’inizio di una lunga navigazione comune. Ma qui si va per altri mari.