cronista a napoli, ma il dramma e’in prima persona
Angelo Scelzo
Aveva pronto il taccuino di giovane cronista; le è toccato sfogliare, dal gran libro della vita, una pagina che porterà, sì, la sua <firma>, ma scritta con l’inchiostro bianco delle lacrime. Era corsa per un fatto – di <nera>, pane quotidiano del circondario di Napoli- e Mary Liguori, giovane collaboratrice de <Il Mattino>, ha badato poco a quelle strane chiamate, dal tono concitato, che la invitavano a lasciar perdere quel servizio che, solo poco prima le avevano commissionato. Anzi, lei non aveva neppure atteso la chiamata del giornale per piombare sul posto e dar conto di quel duplice omicidio che, tra l’altro, era segnalato in una zona che lei conosceva quasi pietra per pietra. Proprio lì papà Vincenzo ha la sua officina di meccanico. Forse, avrà pensato, poteva addirittura aiutarlo in una prima ricostruzione di fatti.
Ma a Mary è toccato subito, da quella ressa che stranamente si faceva intorno a lei, distogliendo perfino l’attenzione alla scena madre, capire che non poteva essere lì da cronista. Una delle due vittime era papà Vincenzo, un gran lavoratore, un uomo senza macchia, che, pochi attimi prima si era trovato nel posto sbagliato: un pregiudicato era stato assassinato sotto i suoi occhi. Un testimone, per i malviventi, è sempre scomodo e così hanno provveduto, mettendo in azione il loro terribile codice. Papà Vincenzo si è trovato nel posto sbagliato; e così, poco dopo, anche Mary, caduta, e presa, anche lei, per il dolore che le tocca versare, nella trama avvelenata di una città che rischia sempre più di diventare essa stessa il posto sbagliato, il luogo dove tutto può accadere: perfino che il racconto della realtà debba troncarsi per un drammatico conflitto tra le <parti in causa>. Si è al punto in cui anche la narrazione arriva a pretendere un prezzo: quello che amaramente è toccato a una giovane cronista, lei che tante volte, con una <firma> in calce al <pezzo> aveva soltanto dovuto rendere conto della violenza che girava intorno al suo circondario. Stavolta il male, nei suoi confronti, ha preso un’orrenda scorciatoia; dal taccuino l’ha trapassata al cuore.
Di fronte a una tragedia come questa, Napoli non è solo uno sfondo: qui il bene e il male, e gli eventi che ne derivano, si misurano, alla fine, sul metro degli eccessi, tanto che la città appare come l’enfasi di sé stessa: sempre più, Napoli è un incombente punto esclamativo che, alla fine, più di ogni discorso, riesce a illustrare la grammatica delle cose.
Portano su questa strada il dramma di Mary Liguori, ma, su un altro versante, anche la tragedia di Federica Iacono, 15 anni, morta a Napoli, l’altro giorno, senza che stavolta c’entri qualcosa la violenza. Ha messo un piede in fallo mentre scendeva alla fermata dell’autobus; è scivolata, la gamba è rimasta impigliata, insieme allo zainetto che portava in spalla, tra le portiere in chiusura. Il mezzo ha ripreso la corsa, senza che l’autista riuscisse ad accorgersi di nulla. Neppure ai soccorsi, una volta tanto, è possibile addossare colpe: sono arrivati in fretta e, ancora prima, l’autista di un altro bus di linea non ha risparmiato esperienza e generosità per aiutare la ragazza che, sei ore dopo, in ospedale, ha cessato di vivere.
Federica è stata vittima, potremmo dire, di un colpo di sfortuna, ma è difficile rassegnarsi di fronte a 15 anni inciampati nella morte. E se questo accade a Napoli, ecco che la città, pur tenendo da parte il capitolo- violenza, riprende il suo ruolo; si pone da sfondo a una realtà che sfida l’ordinario, e continua a mostrare, in sostanza, che la normalità è una categoria inesistente. È forse proprio questo il limite più grande di Napoli o, per altri versi, la sua colpa più evidente. Nella dinamica dell’assurda morte di Federica, l’attenzione si è rivolta verso un dispositivo di sicurezza – un antibloccaggio alle porte – che al bus mancava e che invece è disponibile sui nuovi modelli: una beffa ancora più atroce, ma che, rapportata alla realtà di Napoli, porta alla mente l’iniquità di dover considerare, rispetto al resto, solo una piccola e irrilevante carenza, quel piccolo congegno che poteva però salvare una vita.
Anche quando non agiscono in maniera diretta, i mali – antichi e nuovi- della città, riescono sempre a lasciare una loro inconfondibile traccia. Accade così che i giorni portano, senza mai riuscire a nasconderle, le ferite di anni; e sono esse a erodere, in un inavvertibile e malizioso silenzio, anche i congegni ordinari chiamati a sorreggere la fatica della quotidianità.
La vita di Federica è rimasta impigliata proprio in questo infernale congegno. Il dramma di Mary ha un altro segno. Ma è Napoli a sovrapporsi all’una e all’altra.