Civitavecchia, la madonna che piange
Angelo Scelzo
“Che brutta storia quella delle Madonne che piangono. C’e sempre qualche burlone che si prende lo sfizio di imbrattare gli oggetti sacri. Poveri noi dove siamo capitati. Con don Pablo che va pure dietro a queste stupidaggini. Mater boni consilii, ora pro me.”
Era il 5 febbraio del ’95 e il vescovo di Civitavecchia- Tarquinia, mons. Girolamo Grillo, una lunga militanza in segreteria di stato, alle dirette dipendenze del mitico sostituto Benelli, poi diventato arcivescovo di Firenze, così annotava nel suo diario quotidiano a conclusione di una giornata che aveva cominciato a prendere una piega non proprio ordinaria. In quelle due righe sembravano prendere corpo anche gli sbuffi per una perdita di tempo fuori programma.
Due giorni prima, don Pablo Martin, spagnolo, parroco di Sant’Agostino si era presentato di mattina presto con l’aria trafelata e un foglietto tra le mani: a voce, come poteva, e con quella nota scritta intendeva mettere al corrente il suo vescovo di un fatto straordinario accaduto la sera prima – 2 febbraio, festa della Presentazione di Gesù al Tempio e Purificazione di Maria – nel giardino di una casa della sua parrocchia. Una bambina di 5 anni e mezzo, Jessica Gregori, si era improvvisamente arrestata di fronte alla statuina della Madonna che lo stesso don Pablo aveva portato in dono da Medjugorje: un rigagnolo rosso, partendo dagli occhi, si allungava come un filo colorato sul disegno delle vesti.
Spaventata, Jessica aveva chiamato il padre, Fabio, operaio dell’Enel, a sua volta rimasto senza parole di fronte a un evento decisamente incomprensibile.
Iniziava così il fenomeno della Madonnina che piange lacrime di sangue a Civitavecchia: un evento, secondo testimonianze giurate, ripetuto 15 volte nel giro di un mese e mezzo, fino al 15 marzo.Sono trascorsi oltre 16 anni e l’eco mediatica, diventata a un tratto fortissima, si e’ certo affievolita. Ma non si trattava solo di quello, se il flusso dei pellegrinaggi non si e’ interrotto e se tutta la vicenda può essere ancora catalogata tra i casi insoluti della fede.
Il foglio che, al termine di quel colloquio d’emergenza gli consegno’ il suo parroco, mons. Grillo lo fece in quattro parti. Discorso chiuso, la carta appallottolata nel cestino non sembrava ammettere repliche.
Si e’ di fronte, invece, ora a un nuovo e non secondario capitolo della storia, le memorie scritte ( “La vera storia di un doloroso dramma d’amore- La Madonnina di Civitavecchia” ed. Shalom) di quel vescovo che di Madonne che piangono non voleva saperne e al quale, quasi per contrappasso, tocca di rendere credibile questa sua particolarissima “conversione” maturata dal vivo, visto che a suffragio della sua conquistata verità mons. Grillo non espone una tesi, ma la testimonianza diretta e personale: la statua della Madonna, parola di vescovo, ha pianto davanti ai suoi occhi.
Tutto parte, o riparte, da una tale esperienza.
Alle spalle, innanzitutto, certe ardite e perfino irrispettose annotazioni private (“perché mai il Papa si e’ introdotto in questa questione? Sara’ a conoscenza di qualche segreto? Oppure anche il Papa e’ impazzito [sic] “?) In realta’ era proprio dal Vaticano, secondo la ricostruzione di mons. Grillo, quando ancora non si era trovato di fronte alla lacrimazione, che la barriera dell’indifferenza tendeva a farsi sempre più fragile. Perche, altrimenti, quelle strane telefonate del cardinale Sodano, che lo invitava a non essere troppo scettico e ad aprirsi quindi all’eventualità del soprannaturale? (” Purtroppo anche in Vaticano vedono la tv“‘, e’ annotato nel diario)
Mons. Grillo, che ha lasciato la guida della diocesi da cinque anni, e’ andato a rileggersi, giorno per giorno, gli appunti di quell’anno di svolta, e mettendoli in fila ne ha ricavato, com’era naturale, un libro di memorie dal doppio impatto: ricostruisce i fatti, ma in maniera ancora più efficace fa rivivere atmosfere e sensazioni che hanno finito per segnare la vicenda forse più degli stessi avvenimenti. E il rilievo che in tutto questo assume la figura di un vescovo prima insicuro e tormentato, poi battagliero come nel suo carattere ordinario, infine preoccupato di lasciare sulla vicenda una sorta di testamento spirituale, fa in modo che da atto un po’ notarile, la pubblicazione acquisti un valore documentale non trascurabile. (E ciò anche tenendo conto, come e’ detto nell’introduzione, che i quindici diari compilati negli anni, potranno essere consultati soltanto dopo il 2050, quando cioè verranno a cadere i riferimenti a persone in vita).
La storia che propone Grillo ha tuttavia un protagonista quasi assoluto, Giovanni Paolo II. “Senza il suo intervento, si afferma nella dedica, mai avrei creduto alla Madonnina di Civitavecchia”; e a ben vedere, si tratta, per un vescovo di un’affermazione abbastanza singolare. Grillo fa di tutto per mettere Papa Wojtyla, in maniera insistita e finanche ostinata, al centro della sua storia, fino al punto di rilanciare la notizia, in se’ clamorosa – anche se tutta da accertare – di ben due visite in incognito del Papa a Civitavecchia. La lacrimazione davanti al vescovo segna quasi un nuovo inizio dell’intera vicenda. La svolta avviene la mattina del 15 marzo, nella residenza del vescovo, dopo la celebrazione della messa. Con il vescovo, anche la sorella Grazia e il marito. in casa, anche tra familiari, era difficile parlare d’altro e a mons. Grillo, quella mattina, come per troncare discorsi, quasi scappo’ un’espressione delle sue:” preghiamoci su, tanto una preghiera non fa mai male”. Cosi’ a suor Teresa, una giovanissima suora rumena, fu chiesto di prendere l’effige della Madonna custodita in un armadio – e avvolta con mille cautele in un letto di bambagia- ed esporla per un momento di meditazione. Il vescovo, come ha scritto nelle memorie, era assorto nella recita del Salve regina in latino. Era arrivato, ricorda, alla strofa dell’ illos tuos misericordes oculos ad nos converte, quando si senti’ dare, dal cognato, un colpo all’avambraccio. “Non vedi che cosa sta succedendo?”
Alla vista della lacrima di sangue che scendeva dall’occhio destro della statua, il vescovo non resse. Fu chiamato un cardiologo, il dott. Marco Di Gennaro, dall’ospedale civile di Civitavecchia. Nel momento in cui riprese i sensi, mons. Grillo si trovo’ a cominciare anche una nuova vita. Non che i dubbi e le incertezze finissero di assillarlo. Anzi. Invece di “rassicurarlo” quella visione gli aveva fatto crescere, se possibile ancora di piu’, un’inquietudine che non lo lasciava. E non erano di aiuto, oltre alla scontata pressione dei media, i commenti tra l’irrisione e il sarcasmo di molti confratelli, soprattutto quelli riuniti nella conferenza episcopale laziale. Uomo di chiesa ma anche di mondo, Grillo sapeva bene che una delle accuse riguardava il sospetto che la vicenda fosse stata messa in piedi per agevolare qualche salto in carriera. Anche per questo tardo’ a rendere pubblico quel suo segreto. Ma non aveva fatto i conti con la magistratura che, a un tratto, ordino’ il sequestro della statua ” per accertamenti”. ” La Madonnina e’ stata messa in carcere” titolarono i giornali e le stesse parole furono trascritte, con commenti più coloriti, nel diario di giornata. Come ordinario della diocesi, mons. Grillo riuscì almeno a strappare al magistrato la nomina di “custode” della statuetta. (E annoto’ secondo il suo stile’:” sono diventato il custode di Maria. Mai avrei immaginato una cosa del genere. Io povera mosca cocchiera, al posto di San Giuseppe!”).
Non aveva torto il vescovo di Civitavecchia: in Vaticano guardano la televisione; e leggono anche i giornali, sempre più pieni, per un lungo periodo, della vicenda della Madonnina di Pantano. Forse se l’attendeva – e un segno erano le visite e i contatti sempre piu’ frequenti con il card. Deskur, stretto amico del Papa; certamente ci sperava. E così un bel giorno la telefonata di mons. Stanislao, il segretario personale di Giovanni Paolo II, arrivo’. Il Papa invitava a cena mons. Grillo e sembro’ perfino superflua la raccomandazione di don Stanislao di portare con se la statuina della Madonna.
La parola al diario del vescovo: “Sono stato a cena dal Santo Padre, il quale ha voluto conoscere tutta la vicenda della madonnina. Ho avuto l’impressione che egli conoscesse ogni cosa, anche se non ha voluto sbilanciarsi più di tanto. A un tratto ha citato Von Balthasar per il quale la Madonna sostiene da vicino i suoi figli nel tempo, i loro affanni, le loro preoccupazioni. Alla fine abbiamo recitato insieme un’Ave Maria alla Regina della pace. Poi egli ha benedetto la statuina, la corona d’oro che farà gemma al suo capo e il rosario che penderà dalla sua mano.
Il Papa, pero’ alla fine della cena mi ha imposto il silenzio su quanto era avvenuto, aggiungendo: un giorno lo farà sapere al mondo, cioè farà sapere al mondo questo mio atto di venerazione.
Poi ha sopraggiunto: mettiamo tutto nelle mani del card. Ratzinger…”
Con l’allora prefetto della Dottrina della Fede, mons. Grillo aveva già avuto rapporti, per così dire, di ufficio. Era stata una lettera del card. Ratzinger, datata 30 ottobre, ad avvertirlo che tutta la vicenda passava in mano a una commissione presieduta dal cardinale Ruini, a capo anche di quella conferenza episcopale regionale che più di un dispiacere gli aveva già procurato. A distanza di anni, e tenendo conto di quel che e’ accaduto al prefetto della Congregazione, quel “mettiamo tutto nelle mani del card. Ratzinger”‘ , pronunciato dal Papa, non poteva che assumere, per il vescovo di Civitavecchia, il valore di una profezia. Ma non basta. Benedetto XVI e’ stato l’unico Papa a beatificare il proprio predecessore. E nel momento in cui, dalla Loggia di San Pietro e’ stato scoperto l’arazzo con l’effige di Giovanni Paolo II, per mons. Grillo si e’ fatta strada anche la risposta che da anni continuava a cercare: a partire da quella sera, al termine della cena, con il Papa a chiedergli di non rivelare quell’incontro, ma di tenersi pero’ pronto, un giorno, a rendere noto al mondo quel suo atto di devozione.
“Come faro’ a sapere quando?”gli venne da chiedere più volte a don Stanislao, senza mai ottenere risposta, se non un sorriso evasivo e, infine, una volta sola, una frase compiuta: ” lo capirà da solo…”
E’ stato dopo la beatificazione di Papa Wojtyla che mons. Grillo e’ andato a rileggersi le pagine del suo diario, sfogliandole alla luce di una realtà nuova. Man mano ha cominciato a farsi strada l’idea di trovarsi sempre più vicino al segno – alla risposta – che cercava. Papa Giovanni Paolo che diventava beato era il sigillo da porre a una storia che ha cambiato, tra le altre, anche la vita di un vescovo. Un vescovo mariano ante-litteram si potrebbe dire visto che non aveva ancora 5 anni quando, la sua giovane mamma, attribuì all’intervento della Vergine di Portosalvo, veneratissima in tutta la Calabria e anche a Parghelia, il paese natale, la salvezza di un occhio del piccolo Girolamo, raggiunto da una pietra appuntita scagliata durante una lite, da un amichetto. L’oculista, raggiunto fino a Messina perché la Calabria ne era sprovvista, si arrese: l’occhio e’ perso, sentenzio’. La scienza e’ una cosa, ma la fede un’altra.
E così, per grazia ricevuta, il piccolo Girolamo si trovo’ a percorrere, la mattina della festa, un centinaia di metri in ginocchio, su una strada sbrecciata, fino alla statua della Madonna.
Quella volta, si può ben credere, le lacrime furono tutte sue.