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Angelo Scelzo

BARATRO O RINASCIMENTO, I DUE OPPOSTI VOLTI DI NAPOLI

16/01/2018

Tra contraddizioni e tesori il difficile bivio di una città alla difficile ricerca di se stessa



ANGELO SCELZO

È la nuova epidemia di Napoli, una variante dell’antico ceppo di una violenza che, per le strade della città, non è mai mancata. Ma ora è allarme, undici aggressioni nel giro di due mesi, l’ultima ieri. Sotto tiro sono i giovanissimi, ragazzi o poco più presi di mira da ragazzi o poco più di un altro segno, coetanei solo di anni, già pronti a dare le spalle alla vita, a sfidarla e quasi a rinnegarla. La sociologia offre molte scorciatoie ed è possibile pensare, mettendo a confronto le vite di Arturo, il quindicenne aggredito tre settimane fa a via Foria, e quella di Gaetano, al quale è poi toccata quasi la stessa sorte, a una forma deviata di invidia sociale che spinge, chi non accetta il divario, a regolare i conti in modo vile e brutale. Altro fronte è quello che chiama in causa una sorta di ‘esame sul campo’ per guadagnare l’arruolamento nelle file delle organizzazioni
 camorristiche. In un caso o nell’altro è dato naturalmente per scontato tutto il vasto e quasi sconfinato terreno dei mali endemici di una città che non conosce mezze misure, sospesa tra baratri e tracolli sempre imminenti e da forme di ‘Rinascimento’ sempre prossimo venturo. Quali sono, infatti, oggi i due poli dell’ordinaria narrazione su Napoli? Da un lato la Napoli ‘ritrovata’, un patrimonio di arte e cultura improvvisamente riscoperto e che ha riaperto circuiti insperati, portato in città frotte di turisti da ogni dove. Un rinascimento a portata di depliant dell’Azienda di turismo. Dall’altro, la Napoli a ‘mano armata’, lo scenario di una ‘Gomorra’ ancora più crudele della rappresentazione fatta dalle serie di fiction. Fino al momento in cui Napoli dovrà accontentarsi di essere oggetto di tali contese, sarà difficile venire a capo di uno spaesamento che prende per primi proprio i giovanissimi, coloro che si affacciano all’età adulta e la vedono già ipotecata e imprigionata in modelli ritenuti immodificabili. Non c’è partita, ai loro occhi, tra una vita da spendere subito, arraffando il più possibile dalle sue vetrine più luccicanti, e la fatica di attese dagli incerti orizzonti. Sentirsi tagliati fuori già al primissimo bivio, brucia e riporta all’amaro paradosso di una Napoli ormai rappresentata come una sorta di monumento a sé, dissociato dalla sua componente umana; come se essa non fosse che un arredo, sempre un po’ sgualcito, del panorama urbano.

Se è Rinascimento si tratta di una sua forma alla rovescia quella che punta sulle ‘eccellenze’ di Napoli (arte, cultura, fino a metterci dentro la pizza e il Napoli di Sarri) preoccupandosi però poco delle risorse che anche qui, riguardano soprattutto l’uomo, la sua condizione. Quando non è l’uomo il centro di ogni progetto la via, soprattutto a Napoli sembra segnata. Ma che significa oggi a Napoli, mettere al centro l’uomo? Non c’è forse il rischio di parole al vento, o di un velleitarismo ingenuo e senza senso? Si può correre anche questo rischio, ma sapendo che la gravità e l’intensità dei mali ha finito
 per lacerare il tessuto di un’umanità che è stata per lungo tempo la vera, grande ricchezza di Napoli. È questa umanità che occorre rivitalizzare e rimettere in sesto, ricorrendo ai mezzi estremi, dando ‘scandalo’ di speranza dove tutto sembra perso o compromesso, ‘spacciando’ solidarietà a piene mani, ingombrando in ogni modo la strada di chi cerca solo quella della violenza. A Napoli occorre una sterzata forte, fino al punto di sbattergli in faccia il bene perché torni a riconoscerlo come la parte migliore di sé, la sola via d’uscita capace di salvarla. Senza speranza, ha detto il cardinale Sepe all’Immacolata, Napoli è morta. Non esiste né arte né bellezza, non ha senso la storia e non ha valore la cultura. Parole anche queste. Ma dietro le quali si avverte la fatica, perfino lo struggimento, di renderle vive. Di renderle vere.

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