LA CHIESA E IL MEZZOGIORNO
di Angelo Scelzo
I n quest’ora di gravi trepidazioni, di violenti
contrasti e di decisive battaglie, mentre uomini
di tutte le tendenze puntano il loro sguardo sul
Mezzogiorno d’Italia (…) noi arcivescovi e
vescovi dell’Italia meridionale…»
L’incipit tradisce gli anni, ma la solennità del tono lascia
capire quale e quanta urgenza vi fosse dietro un testo che,
pagando il poco dazio richiesto allora alla cronaca, passava
subito alla storia; e non solo per l’importanza e lo spessore del
contenuto, ma per quelle firme, 73 vescovi, due prelati e tre
abati, poste a garanzia di un documento finalmente
collettivo, affidato sì nella stesura, a un leader del tempo,
l’arcivescovo di Reggio Calabria, Antonio Lanza, ma segno di
una volontà e di un sentire comune, Qualcosa di molto vicino
a un’unità che sul versante Chiesa-società, nel Mezzogiorno
non è stata mai scontata. Datata 25 gennaio 1948, la “Lettera
collettiva dell’episcopato dell’Italia meridionale su: i problemi
del Mezzogiorno” aprì il lungo corso degli interventi della
Chiesa sulla realtà della parte più povera del Paese. Nello
stesso anno l’Italia si dava la Carta costituzionale. I cantieri
della ricostruzione, con la guerra appena alle spalle, si
aprivano sulle strade ma anche nelle aule e in tutti quei
luoghi della cultura e del sapere dove i segni del progresso
davano alla ricostruzione la forma più nobile di rinascita. Una
distinzione sottile che non riguardava però una metà del
Paese al quale non era certamente bastato il tratto unitario,
iniziato quasi novant’anni anni prima, per liberarsi almeno di
qualcuno dei suoi mali antichi: la miseria, la corruzione, in
tutte le sue forme, la criminalità, l’analfabetismo; e con il
lavoro e le infrastrutture visti come traguardi di mondi
lontani.
I termini della «questione meridionale», erano quindi già
tutti presenti e ognuno di essi minava a fondo, fino talvolta
a distorcerla verso elementi di superstizione e vera e propria
magia – come testimoniato largamente dagli studi di Gabriele
De Rosa – la religiosità di un popolo sul quale la Chiesa,
invece, faceva largo affidàriiento. Un segno furono anche i
molti vescovi provenienti dal Nord messi a capo di diocesi
meridionali. Vista dalla parte della Chiesa, l’arretratezza finiva
per tarpare le ali anche a una crescita più armonica della
propria comunità. La “lettera”, in uno dei suoi passaggi più
innovativi, metteva su carta una condizione che creava
innanzitutto inquietudini “ad intra” sulla purezza del
sentimento religioso, taht’è – si affermava – che, di fronte a
«forme parassitarie e superstiziose, lo stesso vizio, osa, a volte,
porsi sotto le ali della religione e del culto». Spianato il terreno
dagli equivoci di una contaminazione, restava la visione
spettrale di un Mezzogiorno cosparso di una povertà che
arrivava ad uniformare e quasi omologare il panorama
complessivo. Terreni e ancora terreni, coltivabili e no, dai
quali si ricavava ricchezza per pochi e vite di stenti, e miseria
in abbondanza per i più. Erano stati proprio i problemi della
terra, e la vita grama di coloni, braccianti, i feudi del latifondo,
a scuotere in maniera “collettiva” i vescovi del mezzogiorno.
La spinta decisiva venne dalla « XXI Settimana sociale dei
cattolici», tenuta l’armo prima a Napoli e su un tema che non
lasciava scorciatoie: «I problemi della terra e del lavoro nella
dottrina sociale della Chiesa».
Anche questa era stata una strada a lungo preparata, e alla
quale aveva dato un contributo forte e originale don Luigi
Sturzo.M prete di Caltagirone riuscì di mettere al servizio
della «questione meridionale», due – apparentemente –
opposte direttive del magistero papale sull’impegno sociale
dei cattolici: il «Non expedit» di Pio IX e le indicazioni della
«Rerum novarum» di Leone XIII che, all’inizio del nuovo
secolo, diedero forma e nuova sostanza alla dottrina sociale
della Chiesa. Il divieto imposto ai cattolici di partecipare alle
elezioni politiche fu visto da don Sturzo (ma non solo) come
un’opportunità favorevole anche per il clero locale, per
sottrarsi a forme di vecchio clientelismo. Sul terreno
parzialmente bonificato dal disimpegno finì per avere
maggior presa il clima della “Rerum novarum”. La “Lettera
collettiva” fu in questo senso un punto di arrivo, anche
perché rendeva ragione dell’impegno isolato, ma di grande
prospettiva, di vescovi – come per esempio Nicola Monterisi –
per i quali i problemi sociali non erano una cosa a parte
dell’azione pastorale delle chiese locali. Nel quarantotto il
Concilio Vaticano II era ancora lontano ma il timbro pastorale
di quella “Lettera” ne anticipava quantomeno i toni. A
richiamarli fortemente, anche nella forma di un linguaggio
nuovo («la questione meridionale è questione di Chiesa e
posta anche alla Chiesa») e nel
nesso tra evangelizzazione e
promozione umana, fu il
commento ufficiale che i vescovi
italiani, nel ventennale del
documento e dunque negli anni
immediatamente successivi alla
chiusura del Vaticano II, affidarono
all’arcivescovo di Lecce, Michele
Mincuzzi. Si voltava pagina, nel
senso di una più forte
compromissione e vicinanza della
Chiesa con il suo popolo e, nel
caso del Mezzogiorno, con un
popolo vessato da molti problemi
e tenuto fuori, anche per qualche
precedente silenzio della Chiesa,
dai circuiti di sviluppo e di
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progresso già innescati nel resto
del Paese.
Neppure negli anni del boom
economico, i mitici Sessanta, il
divario tra le due Italie si è fatto più
leggero. Anzi. Al Mezzogiorno è
toccato di pagare larghe quote di un
benessere che non lo riguardava da
vicino. La “Questione”, col tempo,
ha cambiato l’ordine dei fattori, ma
non il risultato: niente più “patti
agrari” e lotte per le terre, ma uno
dopo l’altro, pur con la nascita di
organismi di sostegno – primo fra
tutte la Cassa per il Mezzogiorno – i
fallimenti di industrie che, in
cambio delle molte illusioni, hanno poi lasciato la realtà di
una devastazione e di un impoverimento del suolo.
Aggiungendosi ad altre “calamità” come la disoccupazione, la
malavita organizzata e le forme di corruzione, tuttora di ogni
tipo; senza contare la cronica carenza di infrastrutture e di
servizi, a partire da una sanità che incoraggia sempre più i
“viaggi della speranza” altrove per l’Italia o per il mondo. E la
Chiesa? Il Mezzogiorno aveva cambiato pelle sotto i suoi
occhi; e una formula più di ogni altra metteva a fuoco la
nuova condizione: quella della “modernità senza sviluppo”
che rivestiva il Sud della patina falsa di un benessere di
facciata, privo del fondamento di un’economia salda e che
quindi esponeva tutta l’area alle insidie nuove di un
consumismo esasperato. La corsa ai consumi, mentre
contribuiva a dilapidare le residue risorse, erodeva anche i
pilastri di una cultura di vita modellata largamente
dall’aspetto religioso. Veniva meno, in questo campo, la
trasmissione naturale della fede e si apriva, per gli operatori
pastorali, la difficile prospettiva di un Mezzogiorno come
terra di nuova evangelizzazione e di vera e propria missione.
Pur cambiando volto e riferimenti, l’antica “questione” non
scompariva certo dall’orizzonte della Chiesa meridionale; e
anzi ne diventava il tema più dibattuto, mobilitando Pastori e
studiosi, diocesi e centri universitari e, in prima linea, i
numerosi istituti teologici dell’Italia meridionale.
A1 nche tra i vescovi, dopo gli anni dei Lanza, dei Monterisi,
.dello stesso Mincuzzi, padre spirituale di don Tonino
Bello, si formò un nuovo nucleo di pastori particolarmente
attenti al tema Mezzogiorno, come Nicodemo e Motolese, i
cardinali Ursi a Napoli e Pappalardo a Palermo, l’arcivescovo
Sorrentino a Reggio Calabria. Tutti vescovi meridionali ma
ognuno di essi al centro di un’opera di largo respiro: era
l’intera Chiesa italiana, ora, a prendersi carico, nel suo
insieme, di una questione che non riguardava solo più
un’area ma tutto il Paese. A sancire significativamente questo
cambio di passo, un altro documento dei vescovi italiani
dell’ottobre ottantanove: “Sviluppo nella solidarietà: Chiesa
italiana e mezzogiorno “. Per la prima volta si rendeva
esplicito, ponendo l’affermazione quasi a titolo di tutto il
documento, che «Il Paese non crescerà se non insieme». Si
esprimeva l’intera Chiesa italiana e solenne era anche il
mandato per quel documento, sollecitato già dal larghissimo
spazio che i problemi del Mezzogiorno conquistarono
all’interno del primo Convegno ecclesiale nazionale su
«Evangelizzazione e promozione umana» nel 76, e
“rafforzato” nel clima del successivo Convegno di Loreto
nell’ottantacinque su “Riconciliazione cristiana e comunità
degli uomini”, quando alla Chiesa italiana venne chiesto un
impegno deciso e visibile nella realtà sociale del Paese.
Non più quindi solo un impegno collettivo ma corale, di
tutta la Chiesa sulla spinta deE’incessante magistero di
Giovanni Paolo II, sia attraverso i suoi numerosi e prolungati
viaggi pastorali nelle regioni e nelle città meridionali che nei
discorsi per le «Visite ad limina» degli episcopati meridionali.
E con la memoria di quel drammatico e solenne “Basta!”
gridato in faccia ai mafiosi nel viaggio in Sicilia, ad Agrigento,
a sottolineare la forza dei gesti: come quello che, con non
minore efficacia, replicò Papa Francesco a Cassano Jonio, nel
giugno di tre anni fa, e poi a Napoli nella memorabile visita in
cui si scagliò a suo modo (la «corruzione spuzza») contro il
malaffare e ogni forma di violenza organizzata. I pastori e
accanto ad essi, a rafforzarne la voce, i papi, Wojtyla e
Bergoglio, ma anche Benedetto il quale si recò a Bari, per il
Congresso eucaristico nazionale, appena quaranta giorni
dopo la sua elezione, prima di visitare poi Lametia Terme, Il
brindisino, Cagliari, Napoli e Pompei. E proprio da Napoli, nei
giorni prossimi, la Chiesa italiana riprenderà il discorso mai
interrotto del suo impegno per il Mezzogiorno. Come a dire, e
a ribadire, che il Sud non può essere, tantomeno per la
Chiesa, un problema a sé.
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