Una parola al giorno dal vocabolario della crisi

  • 10/ LA FASE 2 Il (troppo) lento ritorno alla normalità

Angelo Scelzo

Siamo nel pieno della fase 2 e, per poterla apprezzare, bisogna aver vissuto, ligi alle regole e alle restrizioni, tutta la fase 1, quella del lockdown e delle autocertificazioni a loro volta prodotte in serie come lasciapassare anche per raggiungere il pianerottolo o, per i più audaci, la terrazza condominiale.  Attesa come una liberazione (e quasi a rimarcare quella, vicina per data, del 25 aprile) la fase 2, ci ha fatto riassaggiare il lento ritorno a una normalità che sembrava perduta. Speaker della parziale riapertura è stato il presidente del consiglio in persona con uno di quei messaggi alla nazione che ormai fanno parte del palinsesto televisivo. Particolarmente per questa fase, è sfuggita la dimensione epocale dell’annuncio.  Poche e striminzite misure – ripresa di alcuni comparti aziendali, parchi aperti, allungata oltre i duecento metri la corsa sotto casa- incrementato il commercio da asporto – condite con una overdose di raccomandazioni da “state buoni se potete, e comunque vi conviene”.  È proprio vero che non sempre la resa è pari all’attesa, perché questa fase 2, varata sul tappeto di avverbi ed aggettivi (importante, delicata, decisiva) è stata più prosaicamente altro sale versato sulla ferita. Prima fermi, chiusi in casa, con la vita che non passava più neppure sotto le finestre, tra strade e piazze silenziose e vuote. Uno choc. La vita sospesa all’improvviso. Poi lentamente qualche spiraglio. Il ritorno ancora lontano, ma qualche assaggio si, un surrogato di normalità servito nel limbo di un tempo sospeso tra un primo e un dopo, uno più irreale dell’altro. Un tempo artificiale e senza sapore, nient’altro che l’imposizione di un rodaggio per riavviare il motore in panne della vita. Sistemare tutto e ripartire non è facile perché anche la vita, alla fine, l’abbiamo voluta “chiavi in mano” ed è questa la formula che la fase 2 mette più in crisi. Eravamo in piena corsa, e il rischio accettato e riconosciuto era più quello di una caduta che di una moderazione dei passi.  Tanto più che la vita in questa fase 2 più che attendere sembra sedurre: è lì come sempre pronta ad essere vissuta, in prima istanza, nei suoi aspetti minimi e ordinari. Il coronavirus ci ha ridotti in mascherine, per le strade è un susseguirsi di file, non più soltanto davanti ai supermercati e alle farmacie, ma anche gli angoli dei bar. Si può avare il caffè, ma in tazzine monouso e non al banco. I locali più attrezzati offrono un tavolino- appoggio all’esterno L’ingresso da una parte l’uscita dall’altra. Pensando al caffè che fu, una miscela davvero indigeribile. (Ma non quella del bar).

Nel calendario al tempo della pandemia, la vita si vive a fasi: non quelle lunari, per quanto siano fuori dal mondo giorni come questi, di un’esistenza schermata, vissuta alla finestra e sospesa in un’attesa irreale.

Angelo Scelzo

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Angelo Scelzo
Tags: Fase 2

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