UNA PAROLA AL GIORNO DAL VOCABOLARIO DELLA CRISI

  • 4/ L’APP CHE SI CHIAMA DESIDERIO

Angelo Scelzo

È la lampada di Aladino sempre accesa, l’eureka! gridato a ogni istante nello spazio infinito della via lattea digitale. Peccato per quel nome, appena una sillaba che schiocca dalle labbra, app, e che certo stenta a trasmettere uno stato di grazia guadagnato sul campo. L’arruolamento nella guerra al coronavirus è stato solo l’ultimo stadio. Al virus della globalizzazione era necessario, per quanto possibile, rispondere per le rime, e quindi accettare la sfida su un terreno paritario: l’invisibilità da una parte, la virtualità dall’altra. Una virtualità virtuosa, da vera e propria ancella digitale pronta a correre in aiuto, a farsi in quattro (e forse anche cinque) giga per tenere le giuste distanze in tempi di pandemia; e se proprio il contatto diventasse ravvicinato, e di tipo pericoloso, allertare con app(posito) segnale.

Forse a scomputo di tanta scienza app(licata), il nome non fa pensare allo stesso dispiego di fantasia e inventiva. Più che un nome Immuni sembra un’espressione di speranza, sentimento nobile ma poco contemplato in campo scientifico. Altre secondarie obiezioni hanno poi accompagnato il varo dell’invocato dispositivo. Una su tutte: ma come funziona? Anche il mondo digitale, s’è scoperto, non è immune dal fascino dei dibattiti, e solo per poco nella circostanza, è riuscito a sottrarsi alla tentazione di un referendum consultivo nella scelta tra il Bluetooth e il più tradizionale gps. Le istruzioni per l’uso, in formato mediatico, non sono certo mancate, naturalmente con il gran corredo di grafici e disegni, nella funzione di sussidiari di un libro di lettura riservato in pratica ai soli nativi digitali. Non si tratta, ahimè, della maggioranza del Paese. Un elemento non irrilevante anche per l’efficacia operativa dell’app(arato): al di sotto della quota di utilizzazione del 60 per cento, s’era detto, i risultati non sarebbero stati attendibili. Ma anche nel mondo digitale dev’essersi insinuato un margine di (app)rossimazione, poiché via via lo sconto si è fatto sempre più consistente. L’app è utile e basta- sembra – a prescindere.

Meglio così. Tanto più che resta la sensazione che ai dispositivi del mondo virtuale, un bagno di concretezza in quello reale possa fare solo bene.

 Appena aperta la fase 2, manca ormai poco al collaudo di “immuni” sul campo. Se metterà in riga, o quantomeno terrà a bada, la pandemia, chi potrà più obiettare qualcosa?  A quel punto apparirà plausibile e ragionevole perfino il nome: app. Diminutivo di applausi. A scienza aperta.

Angelo Scelzo

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