Angelo Scelzo
Mai stata così popolare come ai tempi del lockdown e del distanziamento sociale: lo strano destino della movida è in questa sua contraddizione portata all’estremo dalla pandemia, che imponendo il divieto del contatto e della vicinanza, contraddice i cardini stessi dell’assembramento in tutte le salse, sul quale si basa invece la formula adottata e riconosciuta del fine settimana.
La movida ha indirizzi e luoghi in ogni città che si rispetti – e, spesso, larghe rappresentanze anche nei piccoli centri. Occupa uno spazio che finisce per portare le sue insegne, e che per questo è sottratto, di fatto, al resto del territorio. Diventa un’isola, anzi un porto franco, con le sue regole che sono poi quello di non averne. La notte vale il giorno, nell’adozione di un’ora più che legale, convenzionale regolata dalle luci dell’alba che spengono e si sovrappongono a quelle del neon.
Come in ogni casa resta in disordine la stanza dove si è fatta festa, in città il territorio della movida è ( ir) riconoscibile per tracce certe: il pavimento di bottiglie abbandonate, i resti di un stretto- food che proprio dalla movida ha preso slancio, e altri segni legati a modalità di assembramenti che sarebbe vano cercare in qualche voce del galateo. Dove passa, e soprattutto dove sosta, la movida lascia l’impronta. Non è in forza di decreti, ma dell’ordinario buon senso del vivere che essa è preclusa alla maggiore età. Preclusa, non vietata e per questo non passa inosservato chi decide di prolungare sua sponte una giovinezza appesantita da troppe stagioni. Sono anni che sulla movida, e sulla scelta dei luoghi nelle diverse città, sono puntati riflettori di ogni tipo, tanto da essere diventata materia di studio e di approfondimento intorno all’universo giovanile. In fondo rappresenta l’altra faccia della globalizzazione; in un certo senso, il suo contrario perché “vede” e abita il mondo da un angolo appartato, un ritaglio di territorio che contrasta con l’universalismo delle visioni globali. I suoi posti, spesso, non sono rintracciabili neppure sulle “mappe” di Google.
Sarà per questo “riserbò” che la movida è andata subito in rotta di collisione con un virus che non ammette ragioni e non guarda in faccia a nessuno. I segni della sfida sono apparsi un po’ dovunque, anche se i riflettori hanno ricostruito una gerarchia basata sulla celebrità dei siti: i Navigli a Milano, Trastevere a Roma, il lungomare di via Caracciolo a Napoli, la spiaggia di Mondello a Palermo.
Nel confronto tra pandemia e movida, a fare da sparring- partner ci hanno provato in molti, ma né gli allarmi dei virologi, ne’ le grida di sindaci o governatori hanno avuto grande successo. Non è bastato neppure passare alle minacce. Ma bisogna capire: la movida, oltre che un fenomeno, si è ormai costituita cime un popolo – non si parla infatti di un popolo della movida? – e pur senza darlo a vedere l’obiettivo è ben chiaro. Essa punta ormai decisa a una convivenza piena, quasi a una forma di complicità virtuosa con il virus che tenta di spodestarla. C’è una formula che spiega e riassume tutto: è l’immunità di gregge. È questo il suo traguardo. (E poco importa per quel “gregge” che suona certo un po’ male).
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