Categories: Avvenire

SE LA SPERANZA A NAPOLI VIENE DALLE CATACOMBE

Nuova fase nell’accordo di gestione tra la cooperativa e la Pontificia commissione

Angelo Scelzo

A Napoli può accadere: un segno di rinascita che viene dalle catacombe, quelle di San Gennaro e San Gaudioso in primo luogo. Cento tremila visitatori nell’ultimo anno, la storia della città ripercorsa attraverso gli strati sotterranei e le aree cimiteriali del terzo e quarto secolo, un monumento vivo della presenza e degli insediamenti cristiani in tutta l’area: non si fa fatica a indicare proprio in questo abbaglio di tenebre, un inedito fascio di luce sul futuro della città. Non basta certo questo per annunciare il rinascimento prossimo venturo, ma non è detto che anche stavolta la voce sia destinata a spegnersi come sempre è accaduto in passato.

C’è un dato su tutti: le catacombe sono in buone mani. Quelle dei giovani, i ragazzi del quartiere Sanità, raccolti intorno a un parroco, don Antonio Loffredo, che più di loro non si è rassegnato al fatto che il quartiere continuasse a vivere di stenti, soprusi e stese”; quelle di tutta una chiesa locale che nel progetto- catacombe ha mostrato come un investimento culturale abbia a che fare con la pastorale viva della città. E quella di un organismo di curia che fa sintesi, a livello centrale, e rafforza una filiera virtuosa che a Napoli è ormai da tempo all’opera. Esattamente dal 2006, quando un gruppo di giovani del quartiere Sanità si rimboccò le maniche e, dando vita alla cooperativa “La Paranza”, si spinse fin nelle caverne di San Gaudioso, nella Basilica di Santa Maria, trasformandole poco alla volta nella modalità presentabile di catacombe. Sistemazioni, restauri, affreschi che rivedevano la luce. Era solo un primo passo. L’ altro più impegnativo riguardava San Gennaro. Tre anni dopo a inaugurare questo nuovo inizio, fu il cardinale Ravasi. 

Nei giorni scorsi, Ravasi è ritornato a Napoli. Ha incontrato il suo confratello, Crescenzio Sepe, guida pastorale della città’ e insieme hanno discusso della nuova realtà di un complesso che non finisce di sorprendere. Le catacombe a Napoli sono uscite allo scoperto, hanno guadagnato cultori o semplici fans. Aprendole al grosso pubblico, Napoli si è posta anche sulla scia della grande riscoperta culturale e teologica che la chiesa negli ultimi anni ha fatto di queste testimonianze. Non a caso tutti i vari complessi, in ogni parte del Paese, sono sotto la competenza della Pontificia Commissione di archeologia sacra, in base al Concordato tra Stato e Chiesa rinnovato nel 1984. In un certo senso, alla scadenza della convenzione siglata dieci anni fa, per le catacombe di Napoli si apre una fase nuova. E’ questo il problema ora sul tappeto e che ha mosso i due massimi esponenti della diocesi e del dicastero, a rimodulare il rinnovo degli accordi che prevede, tra le altre misure, la divisione al cinquanta per cento degli incassi dei biglietti (la parte Vaticana da destinare agli interventi di restauro e manutenzione di esclusiva competenza della Commissione).   Nessun dissidio preliminare e men che mai imposizioni, ma sono state proprio queste voci a precedere e ad accompagnare quella che non può certo definirsi una trattativa, visto che l’impegno ribadito anche nel comunicato dell’incontro a Napoli tra Sepe e Ravasi è stato quello di “tener conto delle attuali esigenze per una. migliore gestione e fruizione delle catacombe, seguendo gli orientamenti dettati da Papa Francesco.” Le condizioni in cui le catacombe hanno visto la luce sono certamente molto diverse da quelle attuali; e se resta l’altissimo valore, non solo sociale, della realizzazione, neppure è possibile trascurare, per sempre, la necessità di una gestione rigorosa che, in qualche modo, si ponga al di là di una fase di vera e propria emergenza sociale.

Diventate adulte, anche per le catacombe di Napoli si profila la necessità di rendere attivi i binari di una normativa che, sul piano gestionale, li equipari a ogni altra, dal momento che è comune la titolarità della Commissione dicasteriale vaticana per tutte le 120 catacombe esistenti sul territorio nazionale. Molto più significativo di ogni interessato grido d’allarme, appare invece, la volontà, ancora una volta ribadita, di continuare nella via del dialogo, alla ricerca delle migliori soluzioni possibili. È ben chiaro come si tratti di un discorso rivolto essenzialmente al futuro, proprio per porre basi più solide alla collaborazione; ed è ben presente anche a chi oggi si trova a porre l’accento sulle regole, che aprire quelle catacombe è stato più un atto di coraggio e un colpo di inventiva che non un esercizio di tecnica aziendale. L’entusiasmo, i lavori senza orario, un certo orgoglio di sentire come propria, e talvolta disporne come tale, una realizzazione fuori dalla norma, non sono voci al passivo. E non sembra che la Commissione intenda considerarli tali.

Ma chi arriva a  mobilitarsi, tanto da far pensare – tenendosi lontano dalla verità- a un’esperienza a rischio o, peggio, alla volontà di tarpare le ali a un progetto- simbolo , può solo contribuire ad alimentare un altro dei cliché per i quali la città ha già pagato prezzi altissimi: quello secondo il quale la fantasia, a Napoli più che altrove,  e’ nemica della  norma, tiene alla larga la regola e quindi in poca considerazione, per esempio, una corretta gestione amministrativa, l’ordine contabile, la trasparenza.

 Viene in mente il grande messaggio che Giovanni Paolo II lasciò alla città durante la sua visita nel Novanta: “organizzare la speranza”. Per le catacombe proprio di questo si tratta: la speranza è già sul campo, messa in gioco, non a caso, da organismi di chiesa ai vari livelli. Organizzarla significa darle ancora più vita.

Angelo Scelzo

This website uses cookies.