E si può capire che, alla viglia del pronunciamento dei papa Francesco – nell’esortazione conclusiva del sinodo sull’Amazzonia – un testo del Papa emerito Benedetto, faccia notizia. Poco conta la forma: se in un libro, prima presentato come scritto a quattro mani, poi con la firma del papa emerito derubricata a contributo del volume del cardinale Robert Sarah, noto per non aver mai nascosto la sua intransigenza sulle questioni teologiche. Solo poco tempo fa, un semplice appunto di papa Benedetto, alla vigilia del vertice sugli abusi svolto in Vaticano, pubblicato dal giornale diocesano di Ratisbona, suscitò reazioni non dissimili. Fare notizia è però un eufemismo. In realtà l’intervento ha fatto mediaticamente scandalo, tanto che inevitabilmente è finita ancora una volta sotto tiro, ponendosi perfino al di là della vicenda in corso, la questione dei “due papi”, l’inedita presenza di un pontefice regnante e di uno emerito, che tra l’altro vivono a due passi l’uno dall’altro e in due residenze anch’esse certo non “tradizionali”, come casa Santa Marta, un residence, per Francesco, e un ex convento, il monastero “Mater ecclesiae” per Benedetto.
All’interno delle mura del Vaticano non si era mai data una situazione del genere. Ma ormai sono trascorsi quasi sei anni e, si può di- re, anche questa (sconvolgente) novità sia rientrata via via nei ranghi, almeno sotto il profilo della vita quotidiana del piccolo stato. Per il clamore suscitato, l’ultimo intervento del Papa emerito ha fatto però emergere un altro, non trascurabile, aspetto, che riguarda il modo in cui quest’inedita presenza finisca per essere assunta non tanto all’interno della chiesa o tra le mura del Vaticano, bensì in una società e in un mondo largamente secolarizzato, ma che, allo stesso tempo, si è venuto a trovare a corto di un bagaglio di ideologie che, bene o male, ne avevano a lungo segnato il cammino. A fa- re i conti con la realtà dei due uomini vestiti di bianco in Vaticano, sembra essere in sostanza, al di là ogni apparenza e perfino dopo quest’ultima vicenda, più il mondo esterno che la chiesa. È bastato poco, nella circostanza, a papa Francesco riportare quella che è stata subito presentata non solo come un’interferenza ma un pronunciamento di segno opposto su un tema così delicato, sul terreno di una concordanza dottrinale mai messa in discussione e ribadita con le parole prese a prestito da Paolo VI e pronunciate sul volo di ritorno da Panama: “preferisco dare la vita prima di cambiare la legge del celibato sacerdotale. Si tratta di un dono della chiesa e non sono affatto d’accordo a permettere il celibato opzionale”. Qual è il problema, allora? Non certo il piano dottrinale, anche perché è impossibile pensare a una chiesa che cambia a ogni mutar di Papa. Ma neppure la dottrina può tenersi al riparo da una dimensione pastorale che cerca di svelarne e portare al limite non le debolezze o le vie d’uscita, ma tutti quegli elementi utili a configurare il volto umano e misericordioso di una chiesa sempre più in dialogo col mondo e, quindi, alla ricerca, come per l’emergenza- Amazzonia di soluzioni che innanzitutto guardino all’uomo. Se si ripercorre, anche a grandi linee, il pontificato di Benedetto e si tien conto delle sue straordinarie aperture in molti campi – dalla famiglia, alla condanna e alla lotta contro la pedofilia – è facile rendersi conto come la continuità con Francesco vada ben oltre qualche occasionale, e non voluta, pietra d’inciampo.
Che accade invece sul fronte esterno? Le divisioni e le contraddizioni nella chiesa, nel momento in cui essa va in uscita nella società e, tanto più – quando accade – nella politica sono state sempre una grande leva nelle mani di chi aveva invece interesse a tenerla ai margini, ad accompagnarla, con garbo o anche senza, nel recinto delle proprie asserite competenze.
È difficile non vedere come oggi stia accadendo qualcosa di diverso: la chiesa viene non solo invocata ma catapultata in campo, proprio da chi, appena ieri, ne delimitava il passo. In questo improvviso cambio di scena la questione dei “due papi” – e questa stessa locuzione così immediata e tuttavia falsa, dal momento che indiscutibilmente il Papa è uno – c’entra eccome. Si può anzi dire che si tratti ormai di un caposaldo, perché niente appare più congeniale a un certo blocco politico-ideologico che servirsi di questa particolarissima condizione e trarre da essa, senza farsi scrupoli, tutto ciò che può essere utile alla propria causa. Questo blocco politico-ideologico, in tempo di globalizzazione, ha un nome che insieme all’ identità, mette subito in campo una sua diffusa estensione. Non si può dire che il sovranismo – è questo il nome- si accontenti di presidiare ideologicamente e politicamente ogni propria frontiera, essendo le sue mire, a suo modo, universali. Si può capire come diventi naturale da questo versante guardare alla chiesa, nel tentativo di attribuirle un ruolo e forse nella convinzione che la chiesa stessa non aspetti altro per recuperare, a sua volta, una presenza più visibile in una società che sembra averle voltato le spalle. Il disegno – l’inganno – sovranista è però scoperto e portato avanti con una miseria culturale che mentre si fa scrupolo di tentare uno spudorato arruolamento di Benedetto a loro guida ideologica e culturale, divide e spacca in due il loro stesso campo. Cercano, hanno bisogno di un loro “battesimo” identitario, e sono disposti a mettere in campo ogni tipo di risorsa, a cominciare da quella economica, visto l’enorme dispiegamento di mezzi soprattutto nel campo della comunicazione. L’apparato è sempre più forte e massiccio e le connessioni internazionali continuano ad allargarsi. Appare del tutto naturale che nella visione ’ sovranista’ possa esserci spazio e un posto privilegiato per un “modello” di chiesa che, in linea visionaria, la presenza dei “due papi” rende più praticabile. Ma la realtà appare tutta diversa. Pur al di là di qualche disputa teologica, la chiesa ha mostrato di aver lasciato irrevocabilmente alle spalle quella funzione di “cappellania” di sistemi e movimenti che pure ha esercitato, in più occasioni, nel passa- to. Il pontificato di Francesco ha spazzato definitivamente via una prospettiva di questo genere. Ed è del tutto fuori luogo pensare che, pur tra le difficoltà, gli ostacoli, le resistenze di ogni tipo, sia rimasta in campo, disponibile per qualche nuova avventura ideologica, una sorta di chiesa di retroguardia. Non era il passo di papa Benedetto, non è il passo di papa Francesco.
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