«Il Rubicone è passato. Fiat voluntas tua in coelo et in terra», mormorò Pio IX, attorniato dai diplomati- ci da lui stesso convocati, quasi all’alba, in Vaticano, per assistere alla Messa nella sua cappella privata. Il cardinale Antonelli, segretario di Stato, gli aveva appena consegnato il dispaccio con la notizia che alle ore 5,15 «una breccia è stata aperta nelle mura della Villa Bonaparte a sinistra di Porta Pia». Agli ospiti, dopo la celebrazione, in una sala attigua, fu servita la colazione, mentre in lontananza si avvertiva ancora, come durante la celebrazione, il rombo delle cannonate e gli scoppi delle granate. Pio IX aveva voluto testimoniare al Corpo diplomatico la volontà di evitare, con una difesa ad oltranza, un inutile spargimento di sangue. L’ordine agli zuavi, che chiedevano invece di combattere, era stato quello di «limitare la resistenza a quel tanto che è necessario per dimostrare al mondo che il Papa non rinuncia ai suoi diritti ma cede alla violenza». Era l’alba del 20 settembre 1870. Appena il mattino dopo, dopo aver passato la notte sotto il porticato di San Pietro, le milizie pontificie si raccolgono sotto le finestre del palazzo apostolico per l’ultimo presentat’arm e per l’ultima volta al grido di «Viva Pio IX, viva il Papa-Re». Venti giorni dopo, il 9 ottobre, Roma e il suo territorio vengono annessi al Regno d’Italia per decreto reale. Il 3 febbraio del 1871, il trasferimento della capitale da Firenze a Roma, al centro delle celebrazioni aperte ieri sera al Teatro Olimpico.
Si completava l’unificazione del Regno, andava in frantumi l’ultimo lembo dello Stato Pontificio. Ma di qua del Tevere si apriva un “tempo sospeso”, lungo poco meno di sessant’anni, da quei giorni fino alla Conciliazione del 1929, quando, dopo difficili e talvolta estenuanti trattative, intorno alla residenza residua del Papa, il palazzo apostolico, dove Pio IX aveva continuato a dichiararsi prigioniero “sub hostile dominatione”, sorse nuovamente un’entità giuridico-territoriale: lo Stato della Città del Vaticano. Nient’altro che un pezzo di terra, «quel tanto di corpo che bastava a tenere unita l’anima”, secondo la definizione di Papa Mastai Ferretti, o anche lo “sgabello terreno”, ridotto però ai minimi termini, «sul quale appoggiava da tanti secoli i suoi piedi».
Proprio riprendendo le parole dell’allora cardinale Montini, – «parve un crollo»; e per il dominio territoriale Pontificio, lo fu […], papa Francesco, nel suo messaggio per i 150 anni di Ro- ma Capitale, parla invece di Provvidenza, accentuando quella totale mancanza di “nostalgia” per il lungo potere temporale della chiesa, già espressa dal futuro Paolo VI. Sul fronte opposto, per gli oltranzisti si continuò a parlare di “patto con il diavolo”.
Originata da un anniversario – la “presa di Roma” che, in quanto tale decretava sul campo un vincitore, il Regno d’Italia e uno sconfitto, lo Stato Pontificio – la Lettera del Papa è invece il prontuario più aggiornato per uno stile di convivenza che prende il meglio anche delle difficoltà della storia e dei rapporti tra le parti, per investirlo nella visione comune di una “città fraterna, inclusiva, aperta al mondo”. Niente di scontato, né solo un messaggio augurale, poiché papa Francesco, rievoca, per Roma ma non meno per la chiesa, tre capitoli di grande storia comune, proiettati, peraltro, nella prospettiva di un Giubileo del 2025 che ormai si avvicina. Per prima, la protezione offerta agli ebrei durante i nove mesi dell’occupazione nazista, la “Shoà vissuta a Roma”, quando la chiesa di- venne spazio di asilo per i perseguitati e ai cattolici fu dato di vivere con passione e responsabilità uno dei tratti di vita più dolorosi e tragici della città. Quindi, in epoca moderna la Roma che col suo respiro universale accolse i padri conciliari per il più grande evento ecclesiale dell’ultimo secolo. E, infine, su quella scia, negli anni Settanta, lo storico convegno sui “mali di Roma” che spalancò le porte a quella «domanda d’inclusione scritta nella vita dei poveri e di quanti, tanto più oggi, vedono Roma come un approdo di salvezza». Seppure segnata da troppe miserie, a partire dalle periferie, abitate da grandi solitudini e povere di reti sociali, per Francesco Roma resta una “grande risorsa dell’umanità”. È anche vero, d’altra parte, che quando si tratta di rapportarsi a Roma, e alla “questione romana” il Vaticano è chiamato inevitabilmente a fare i conti con sé stesso. È una prospettiva che certo non spaventa né intimorisce papa Francesco, ed è anzi significativo il richiamo che nella Lettera fa ai suoi più immediati predecessori, potremmo dire i papi della modernità, a cominciare da Paolo VI e Giovanni Paolo II, fino a Benedetto XVI, come a rivendicare, una volta di più, accanto a quella spirituale, l’appartenenza storica alla città. «Non possiamo vivere a Roma a “testa bassa”, ognuno nei suoi circuiti e impegni», ammonisce il Papa. Ma più che un ammonimento sembra una presa d’atto. E un irreversibile cambio di rotta: a Pio IX non restò che prendere atto di quella “breccia”. Oggi la chiesa di Francesco attende che quella “breccia” continui ad allargarsi. E a farsi non diaframma ma ponte, varco di passaggio per andare incontro insieme a sfide nuove che né la Roma né la Chiesa possono affrontare da sole. Quello che potrebbe sembrare un tono ottimistico della Lettera – neppure un appunto diretto alle evidenti inefficienze dell’amministrazione – è, invece, lo sguardo tutto rivolto al profilo e alla vocazione storica della capitale, difficile da scalfire nonostante inadempienze e incurie di ogni tipo. Un profilo al quale la chiesa, proprio attraverso il papato, fornisce il suo tratto più evidente.
This website uses cookies.