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Angelo Scelzo

Ma(non)strillo

10/04/2020

Perché questo blog

Non preoccupatevi, non strillo! Il Mastrillo è solo un luogo del mio (recente) passato. È una piccola striscia di terra battuta e impolverata che si trovò a diventare d’un tratto “campetto”, per via di cosiddetti lavori di ammodernamento, a cura della parrocchia di San Domenico a Salerno. Tra la Chiesa e l’annesso Mastrillo ( o il contrario?) ho mosso i primi passi da tesserato di Azione cattolica, calciatore (per la verità anche gli ultimi), e perfino da giornalista, il mestiere di una vita per il quale la pensione è soltanto una faccenda burocratica e amministrativa. Il Mastrillo, l’avrete capito, è un luogo di ricordi e un legame di vecchie e rafforzate amicizie. Dopo oltre mezzo secolo si riaffaccia alla mia vita. E ancora una volta cambia volto e faccia- D’un tratto il “campetto” si ritrova ora in un mondo che mai avrebbe immaginato: Il mondo digitale. E prende dunque il volo, dalla terra battuta all’etere. Ma senza scuotersi di dosso la polvere dei ricordi.

Questo blog non è una mia idea. È un regalo di compleanno pensato e realizzato dai miei nipoti in tempo di Coronavirus. Hanno voluto aiutarmi a mettere ordine tra le cose che scrivo ed a ricostruire, nei tanti argomenti trattati, un filo conduttore. Non è un tema specifico: non la chiesa del Mezzogiorno, non la Curia - che dicono abbia un'anima napoletana -, non la comunicazione, nè Napoli o il Giubileo.
Non strillo.  È un modo di usare la penna con delicatezza, sapendo che quello che scrivo non ha la presunzione di poter essere urlato. Forse, a qualcuno può interessare, ma c'è sempre bisogno di convincere i lettori, uno per uno.
Dopo anni di affannosa ricerca ( il disordine è il mio mestiere) grazie all’intercessione - è la parola - di don Franco Fedullo, parroco di San Domenico a Salerno - la parrocchia al centro della scena - e alla costanza di don Francesco Massa, figlio di Enzo, protagonista e dominus della vita intorno e dentro al “Mastrillo”, sono riuscito a recuperare l’articolo al centro di tutta la vicenda e dal quale mio figlio Vittorio e i nipoti Giovanni e Francesco, hanno tratto spunto per l’inaspettato e ora più che mai gradito regalo del blog.

“Caro, vecchio “Mastrillo” è il titolo di un articolo scritto per il giornalino della parrocchia, uscito, nientemeno, in Edizione speciale il 5 giugno del 1988, in occasione della cinquantunesima edizione della “Festa della Famiglia”, una vera e propria istituzione che don Enzo Quaglia, il

parroco, aveva messo in calendario appena nominato. Un’altra “firma” del giornaletto è quella di un giovanissimo Francesco Valiante, appena assunto a “L’Osservatore Romano”, e dunque mio collega di lavoro in Vaticano. Trattandosi di famiglia, il suo fu un articolo scritto a quattro mani, con la futura moglie Rosa, alla quale, nello scritto in questione, esprimeva tutto l’accorato rammarico per una lontananza che, comunque, si sarebbe risolta di lì a poco.

Ma questa è una digressione, anche perché già alla fine di quegli anni Ottanta il “Mastrillo” aveva cambiato faccia. È proprio questo il tema del mio articolo. La nostalgia, già in quegli anni, del Mastrillo che fu. La nostalgia ma anche un senso di ribellione di fronte alla mutazione di quel fazzoletto di terra impolverato, in un vero e proprio “campetto “con tanto di porte vere – al posto di sassi o cappotti ammassati-  e perfino la variante – un tempo inimmaginabile- di due canestri per le partite di basket. Un vero e proprio affronto ai nostri tempi andati. E con la complicità di due giovani preti, il già nominato Franco Fedullo e Pietro Rescigno, che presto sarebbero diventati parroco e vice di quella comunità ma ai quali, neppure ora, può essere condonato quel peccati di gioventù consumato all’ombra di un “Mastrillo” restaurato e rimesso a nuovo. Nient’altro però che un Mastrillo tradito.

Ed ecco l’articolo (a fatica) recuperato.

Caro, vecchio “Mastrillo”

Ora è “ingabbiato” da un reticolato metallico che sembra proteggerlo proprio come un monumento importante.

Il selciato non sprizza più polvere a ogni passo, i due buchi ciechi oltre i quali un tempo si valicava il mistero, sono diventate due accoglienti sale dove, addirittura si proiettano film.

Sono quasi spariti dalle due pareti di confine gli approssimativi disegni delle “porte” di calcio.

Un po’ più in alto quasi si ergono, arrampicandosi sul reticolato, due canestri del basket, evoluzione post-moderna e un po’ borghese di un calcetto ante litteram che ha consumato scarpe o giorni a intere generazioni della “meglio gioventù “di San Domenico.

Perfino il nome è cambiato. Adesso è il “campetto”. Altro discutibile segno di ambigua evoluzione: e quando, un po’ per caso, con un giovane (ma nemmeno tanto) di una post generazione mi è capitato di pronunciare la parola “mastrillo” non ho avuto il bene di notare nessun tipo di reazione.

Semplicemente ignorava il termine. Un peccato da confessare al più anziano e severo dei sacerdoti della parrocchia (stando alla larga da don Franco probabile peccatore a sua volta).

Ho pensato in quel momento a Enzo Massa e alla inevitabile reazione di sdegno, di uno dei padri storici del “mastrillo” di fronte alla colossale ignoranza sulle vere radici storiche della parrocchia, (manifestate, tra l’altro, da un esponente che più degli altri, per il posto e per le funzioni a cui è stato recentemente designato, avrebbe dovuto dar prova di preparazione e saggezza).

Ma tant’è: i tempi cambiano, e non sempre in meglio.

Anche se rimesso (e rovinato) a nuovo, per la vera generazione di san Domenico, il “mastrillo” non sarà mai un campetto, come (ignobilmente) è ora apostrofato. Chi non ha conosciuto il senso, il significato, lo spirito di quel vecchio fazzoletto di terra battuta e impolverata, non può conoscere la storia vera di una parrocchia che nel “matrillo” aveva una sorta di altare laico, dove si anticipava e prolungava in tutti i sensi (l’orario era più o meno quello dell’intero arco di sole) la vita di comunità che nasceva ai piedi dell’altare vero.

Alle nuove generazioni, che frequentano il cosiddetto “campetto” in tute multicolori e scarpini firmati, mancherà certo il gusto delle “maratone mastrilliane” degli Enzo Massa, Gaetano Florio, Gigetto Amato, Attilio Baldi, Lino Duca, Andrea Bisogno, Angelo Scelzo, Raffaele Granata, Nello e soprattutto Gaetano Ricciardi, il popolarissimo Tanino di cui ogni anno avvertiamo sempre più la mancanza.

Era anche questa una (o forse la) generazione della signorina D’Agostino. Non esistevano ancora le due sale del “Mastrillo”. Lei ci sorvegliava dalle scale. Dall’alto, come adesso.

  • 5 giugno 1988

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