Una parola al giorno dal dizionario della crisi

  • 1/ LA COMUNICAZIONE

Poche sentenze, anche al tempo del coronavirus sono più diffuse di questa: è un problema di comunicazione. Inutile cercare altrove. Tutto ruota intorno a una sfera diventata in poco tempo universo e pronta ormai ad assumersi, per l’impensabile salto di rango, anche carichi non suoi.

 Non esiste ormai questione che non possa rapportarsi alla comunicazione e quindi a un suo problema. Per una qualche legge transitiva, applicata un po’ alla buona, il dato è che la comunicazione si trova a essere un problema ma anche, anzi molto più, una soluzione. Bel problema, verrebbe da dire senza curarsi dell’eccessiva ricorrenza di un termine usato e abusato a ogni piè sospinto.

Può accadere di tutto: che un governatore parli del coronavirus come di un raffreddore o poco più e  che un altro che parli della Cina come quel paese dove – “lo sanno tutti”- la gente mangia topi vivi. O che la solenne comunicazione al Paese delle misure della fase 2, si risolva in un monologo quasi privo di annunci, il risultato è scontato e la faccenda si risolve sempre allo stesso modo.  Si chiama in causa la comunicazione, i suoi inevitabili errori, le sue strategie  non applicate, o applicate male, proprio come si trattasse di una scienza esatta. Troppa grazia. Perché se la comunicazione esce dagli argini c’è  qualcosa che non va, forse una trasposizione di ruoli che trasforma un oggetto in soggetto e cambia inevitabilmente le cose. Semmai nella comunicazione al tempo del coronavirus occorre sottolineare un altro aspetto: una sorta di mutazione di stato che       l’ha portata a non accontentarsi di fronte a un evento così straordinario, di  un ruolo sussidiario, quello della  narrazione e basta. Come punta  sul vivo per l’attacco che il virus ha portato al mondo globalizzato- che dei new media porta il carattere e l’imprinting – è scesa in campo e si è schierata dalla parte dell’uomo. Ha posto in prima linea la sua nutrita famiglia dei social contro la pena inflitta dal Covid del distanziamento sociale. E un prodotto diretto dei digital- media , un’app,  sarà utilizzata nel tracciamento dei movimenti. Segni concreti di una compromissione piena e totale sul fronte di prima linea contro il virus. Nel clima surreale di città e paesi deserti, e di strade e piazze diventate mute di vocine di rumori, i collegamenti e le immagini dei new media sono apparse molto più che virtuali, e infinitamente più di un semplice surrogato di vita. Tutto è andato ben al di là della semplice dimensione di servizio che, per antica consuetudine siamo soliti assegnare ai media. Non un problema, stavolta, bensì un passo avanti della comunicazione.

Angelo Scelzo

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