La preoccupazione, che investiva in prima persona il Comitato Centrale, era quella che tali aspetti finissero per sovrapporsi e oscurare gli essenziali elementi religiosi del Giubileo. Fu questa, in sostanza, la prima missione affidata ai media della Santa Sede, i quali si preparavano a predisporre, nei rispettivi campi d’intervento, i piani straordinari grazie ai quali misurarsi con il grande evento del millennio. La grande sfida della comunicazione vaticana al tempo del Giubileo Il clima di mobilitazione nei diversi media era visibile, ma lasciava tuttavia spazio a una fase di accelerazione finale, che rendeva quindi progressivo il livello dei rispettivi impegni. Anche per questo appariva necessario predisporre una struttura informativa ad hoc, interamente dedicata alla preparazione e alla celebrazione del maggiore evento cattolico del secolo, dopo il Concilio Vaticano II. Non era casuale, neppure sul versante della comunicazione, quel raffronto con l’Assemblea conciliare che Giovanni Paolo II aveva già richiamato in più occasioni. Nella Tertio Millennio Adveniente1, la magna carta che introduceva all’evento, il Papa parlava del Concilio come dell’avvenimento attraverso il quale la Chiesa aveva «avviato la preparazione prossima al Giubileo». Concilio e Giubileo, nelle parole del Papa, venivano identificati come «i due eventi che aiuteranno ancora una volta la Chiesa a comprendere se stessa davanti al mistero della sua esistenza e davanti al mondo a cui è inviata». In tempi ed epoche diverse si poneva la continuità di una sfida da affrontare con mezzi e linguaggi nuovi, ma anche con
un assetto comunicativo che nel suo complesso offriva il riscontro del lungo cammino compiuto dai media vaticani. Nelle tappe di avvicinamento al passaggio del millennio, voltare lo sguardo al Concilio si rivelò per i media vaticani necessario e anche salutare. Non era più il tempo dei silenzi, ma forse il “rumore della storia”, secondo la bella espressione di François Furet2, era diventato troppo assordante anche per una comunicazione che cominciava a porsi problemi di un’altra era, appunto quella telematica, in cui il ruolo del comunicatore rischiava di sbiadire di fronte al protagonismo dei mezzi. Non era solo il raffronto dei tempi a richiamare in causa il Concilio e gli approfondimenti sulla comunicazione che, da allora in poi, avevano orientato le scelte. In un certo senso il Giubileo si preparava a raccogliere quanto il Vaticano II aveva preparato. E in questa prospettiva l’esame, per l’intero apparato comunicativo vaticano, era davvero rilevante. Tra le dodici Commissioni tematiche predisposte dal Comitato Centrale, figurava naturalmente anche quella dedicata ai mass media. In linea teorica, richiamando ancora una volta il Concilio, il raffronto poteva sussistere con la Commissione incaricata di preparare lo schema dell’Inter Mirifica. Stavolta non si trattava però di redigere documenti, ma di scendere sul terreno aperto tentando di “far passare” nell’opinione pubblica, e quindi preliminarmente nei media di maggiore riferimento, il messaggio essenziale di un evento che, con un linguaggio familiare, poteva essere indicato come il “compleanno” di Cristo, i duemila anni da quella notte di Betlemme, quando la storia dell’umanità si è trovata al suo “punto e a capo”.
Una Commissione non è in senso tecnico una redazione, e l’organismo del Comitato Centrale poteva rappresentare solo un punto di riferimento consultivo in un lavoro che richiedeva un “piano editoriale” vero e proprio, accanto a personale e strumenti operativi adeguati al compito. Due erano gli elementi forti nel varo di un piano di comunicazione sul Giubileo: innanzitutto la Tertio Millennio Adveniente, “bussola” di riferimento di tutto il Giubileo, ma che, a motivo della sua straordinaria ricchezza, poteva essere utilizzata anche come il grande “piano operativo”, oltre che l’indice dei temi da sviluppare, in tutto il percorso della comunicazione. L’altro aspetto riguardava la configurazione stessa del Grande Giubileo, che nella suddivisione delle tematiche principali offriva indicazioni immediatamente traducibili in capitoli, o addirittura in titoli giornalistici. Seguire le tracce della Lettera apostolica di Giovanni Paolo II portava diritto sulla strada di quella umanità che «si lascerà alle spalle non solo un secolo, ma un millennio». Alla comunicazione del Giubileo veniva dunque assegnato il compito di assecondare un tale cammino e di aprire a un pubblico più vasto le tante “finestre” che, a partire da quella fondamentale “bussola” di orientamento, si affacciavano sugli scenari degli uomini. L’unità dei cristiani, all’interno del sempre più vasto movimento ecumenico, un esame di coscienza sulla ricezione del Concilio, il problema dell’indifferenza religiosa, la testimonianza, anzi il ritorno dei martiri, “militi ignoti” anche oggi della grande causa di Dio, i Sinodi continentali, l’esortazione rivolta a tutti i cristiani a riprendere in mano la Bibbia e ad approfondire il Catechismo della Chiesa Cattolica erano soltanto alcuni capitoli-guida della fase preparatoria. E, più avanti, la stessa Tertio Millennio Adveniente offriva all’attenzione di tutti, e alla particolare riflessione degli operatori dei mass media, un’antologia delle grandi speranze che, pur tra molte ombre, continuavano a farsi strada nella fine di millennio: «In campo civile, i progressi realizzati dalla scienza, dalla tecnica e soprattutto dalla medicina a servizio della vita umana, il più vivo senso di responsabilità nei confronti dell’ambiente, gli sforzi per ristabilire la pace e la giustizia dovunque siano state violate, la volontà di riconciliazione e di solidarietà tra i diversi popoli, in particolare nei diversi rapporti tra il nord e il sud del mondo». E, «in campo ecclesiale, il più attento ascolto della voce dello Spirito attraverso l’accoglienza dei carismi e la promozione del laicato, l’intensa dedizione alla causa dell’unità di tutti i cristiani, lo spazio riservato al dialogo con le religioni e con la cultura contemporanea». L’insieme di capitoli e temi delineava chiaramente il libro-guida verso l’Anno Duemila. Di fronte alla comunicazione del Giubileo si poneva il compito di aiutare ciascuno a sfogliare una a una le sue pagine, fino al termine dell’Anno Santo. La sfida era proprio questa: fare in modo che l’Anno Santo potesse comunicare e dettare i suoi temi più congeniali, offrendo all’opinione pubblica e agli stessi media una visione alta e accessibile di un evento di portata storica, ma anche di vasto impatto popolare. Comunicare il Giubileo, quindi, e non soltanto registrarlo, partendo dalla premessa che nessun tema, dei tantissimi legati all’evento, avesse scarsa presa non solo sui fedeli ma sull’intera umanità. Ma come tradurre in comunicazione corrente un così impegnativo e ambizioso piano di lavoro? Un polo editoriale in preparazione al Giubileo «Il primo Giubileo dell’era telematica» non poteva restare solo una suggestiva definizione di Giovanni Paolo II. Allo stesso tempo, neppure si potevano mettere da parte forme di comunicazioni più tradizionali, ma tutt’altro che tramontate
in termini di forza ed efficacia. Ogni Giubileo, quasi come un atto notarile, era passato agli archivi attraverso il “Bollettino” ufficiale, una specie di diario di bordo sempre aggiornato e puntuale. Nel predisporre gli strumenti direttamente dipendenti dal Comitato Centrale, a nessun membro della Commissione mass media venne in mente di abolire questo diario informativo, vecchio soprattutto nel nome. Ma era impensabile che nell’era telematica restasse solo su carta. A partire già dai primi anni di preparazione, il classico Bollettino cominciò così a trasformarsi in un’agenzia, naturalmente multilingue, i cui lanci erano inviati per via elettronica ai vaticanisti e a tutti gli operatori dell’informazione che via via chiedevano l’accredito. Centro propulsore dell’informazione giubilare era l’Ufficio Comunicazione e Documentazione, alle dirette dipendenze del Comitato Centrale. Si trattava in sostanza di una redazione, con annesso un reparto grafico, che consentiva di realizzare prodotti editoriali completi, dai depliant illustrativi alla pubblicazione di giornali, riviste e addirittura volumi. Parallelamente, seppure in una sede diversa, la sezione stampa del Giubileo cominciò a percorrere la strada informatica, presentando progetti innovativi e arditi anche sul piano delle nuove tecnologie: una rete Intranet cominciò così a collegare tra loro e con il Comitato Centrale gli oltre 150 Comitati nazionali attivi in tutto il mondo per la preparazione dell’Anno Santo nelle Chiese locali. Grande impulso fu dato subito a Internet, con la creazione di un sito che presentava il Giubileo in ogni suo aspetto e nella più grande varietà di lingue. La parte editoriale fu però il settore almeno quantitativamente più sviluppato. Oltre al Bollettino, la fase di preparazione fu accompagnata da una rivista – Tertium Millennium – che diventò un punto di riferimento e raggiunse un pubblico piuttosto vasto. L’iniziativa editoriale più impegnativa fu tuttavia il Giornale del Pellegrino, un quindicinale stampato in sette lingue e distribuito gratuitamente in un milione di copie nei luoghi giubilari e in una serie di edicole convenzionate. Il Comitato, in sostanza, si trasformò in un grande editore di se stesso e delle sue molte pubblicazioni. L’ultima, appena dieci giorni dopo la chiusura della Porta Santa: un volume riepilogativo di 420 pagine con la cronaca delle diverse Giornate e tutti i discorsi di Giovanni Paolo II, con prefazione del cardinale Roger Etchegaray e dell’arcivescovo Crescenzio Sepe. Quello del segretario generale Crescenzio Sepe – al quale il Papa affidò l’ultimo e più importante tratto del Grande Giubileo, con la presidenza del cardinale Roger Etchegaray –, è un nome che ritorna più volte, e non senza motivo, nelle vicende della comunicazione vaticana. A capo dell’Ufficio Informazione aveva rivestito un ruolo importante nella nascita e nella gestione del Centro Televisivo Vaticano. E anche in tutti gli assetti dei media vaticani, particolarmente nella nomina di Mario Agnes all’Osservatore, si poteva scorgere il suo intervento. Se anche come evento di comunicazione il Giubileo ha superato le attese – e per certi versi ha rappresentato addirittura un modello – è difficile non far riferimento all’esperienza e alle capacità di un prelato che, accanto alle doti organizzative, riuscì a far emergere del Giubileo la parte essenziale di grande evento di fede. È fuor di dubbio che la comunicazione abbia assunto un ruolo di primo piano nell’Anno Santo. Il “successo” ottenuto non si poteva certo misurare sul metro dei media. Ma era innegabile come l’informazione avesse svolto la sua parte, riuscendo a comunicare valori spirituali mediante l’immagine di una Chiesa in festa. Il rischio che una tale immagine potesse cedere il campo a una semplice e vuota spettacolarità era tanto forte quanto reale. Il pericolo fu superato, e merito dell’informazione giornalistica nel suo insieme è stata la capacità di produrre quella
che a un osservatore sembrò «un tipo di compartecipazione emotiva, una nostalgia delle emozioni religiose, un vivo interesse spirituale». Appare poi significativo il fatto che il rapporto tra Anno Santo del Duemila e comunicazione abbia generato quello che si può definire come un corso di studio ininterrotto, con la produzione di una serie di approfondimenti e la pubblicazione di un numero davvero notevole di tesi di laurea. Al di là di tutto, col trascorrere del tempo acquista sempre più valore un altro lato della straordinarietà dell’Anno Santo del passaggio di millennio: l’Anno Duemila sembrò decretare, per se stesso, un riposo giubilare, quasi un anno di tregua e di rigenerazione, un tempo caratterizzato da pochi altri avvenimenti di rilievo. Tutto il mondo sembrava in pellegrinaggio verso Roma. Si trattava solo di una tregua: appena un anno dopo, il terrore dell’11 settembre colpiva al cuore gli Stati Uniti, ma feriva, come mai era accaduto in tempi di pace, l’umanità intera.
This website uses cookies.