Ogni anno ha infine il suo grande epilogo. Non importa come sia stato, o come si sia “comportato”; se sul terreno abbia lasciato più speranze o più delusioni. Il bilancio di un solo anno, nell’era della globalizzazione, conta molto, poiché proprio il tempo – con le sue accelerazioni e le fughe in avanti nell’era di Internet – è in grado di scolpire in fretta modelli di mondi e società nuove che, peraltro, hanno già cominciato a delinearsi in questo inizio di millennio. Ma il grande epilogo resta troppo grande anche di fronte al tempo, fino a metterlo in fila nella naturale gerarchia degli eventi. Il Natale infatti è in capo al tempo. È la notte santa del silenzio e dello stupore. La notte in cui, smarrito e dominato, anche il tempo è rimasto senza fiato e si è fermato.
Ma da allora, quella Notte è diventata un tempo senza fine. Il calendario che si assottiglia è il segnatempo di una quotidianità minuta, di giorni che si assomigliano e si susseguono. Giorni senza o di poca storia, in attesa di un loro senso e di un loro riscatto. Ed ecco il Natale. La storia che cambia verso, il punto e a capo che segna il tempo nuovo. Ecco il giorno che non è mai lo stesso. I tentativi per omologarlo a tutti gli altri, per farne un foglio di calendario come un altro, sono continui e sempre vani. Neppure l’assedio in forze di un consumismo elevato alla potenza di un mercato “quattro punto zero” – che sul semplice quadrante dello smartphone apre i battenti ai megastore come alle bancarelle di quartiere – riesce a scalfirne il senso. La mangiatoia nella grotta di Betlemme non è un allestimento scenico che ha avuto successo nel tempo. È storia di carne che il Natale ripropone e rinnova. Tutto è cominciato da quella notte. La speranza, da quella dimora di fortuna, è ritornata ad abitare in mezzo agli uomini. Questo conta e questo raccontano i luoghi dove il Natale non è una ricorrenza di calendario ma il giorno della nuova condizione per tutto il genere umano. È nei santuari Mariani che la trama del Natale dispiega la sua infinita tenerezza. Qui, più che altrove, è a fuoco il ruolo di Maria, la madre colei che “consegna” il figlio al mondo e apre così le porte alla nuova storia che lo attende. Privilegio di Pompei è quello di poter vivere fino in fondo la fecondità di questo legame. «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Il Santuario della Vergine del Rosario è tempio di questo santo vincolo.
Era ancora lontano il Natale, ma il pellegrinaggio del quadro della Vergine da Pompei a San Giovanni Rotondo, la città di Padre Pio, ne ha delineato, in molti modi, l’orizzonte.
Da Pompei a San Giovani Rotondo corre tutto l’asse mediano della devozione e della santità del Sud d’Italia. Una lunga strada, due lunghe storie. Un santuario mariano ai confini di una grande area metropolitana e un santuario sul monte, di quelli dove la folla non è mai di passaggio. Durante la processione per le vie del centro e poi nella celebrazione – presieduta dal Prelato di Pompei, Tommaso Caputo – si sono rivissuti i momenti di una fede che neppure più per il Sud d’Italia sembrano familiari. Ma di fronte alla Madonna del Rosario e a San Pio, che si guardavano dallo stesso altare, il tempo, proprio come per il Natale, sembrava essersi fermato: come a proclamare insieme che, quando è autentica, la fede è anche senza età.
(Rnp n. 7 dicembre 2018)
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