Come sarà raccontato, negli anni che verranno, questo tempo segnato, anzi dominato, da una
pandemia che ha preso dimora nelle nostre vite?
Non occorre essere stati direttamente contagiati per ritrovarsi nel vortice di un cambio di esistenza
così rapido e radicale come mai avremmo potuto immaginare. Questi due anni, apertura del secondo
ventennio del nuovo secolo e millennio, andranno certo esaminati a parte, come reperti speciali, nel
laboratorio della storia che si compie e si rinnova, a partire dai grandi eventi, quei fatti e quegli
accadimenti che la cronaca non riesce a contenere
. Il Covid 19 ha rotto tutti gli argini, portando alla
deriva anche certezze che sembravano consolidate. Niente. Già ora, quando la pandemia non ha
ancora tolto il disturbo, ci troviamo a fare i conti con un inatteso e angosciante panorama di rovine.
Abbiamo detto addio, senza poterlo neppure esprimere, a larga parte della generazione anziana e più
esposta del Paese, viviamo sulla nostra pelle un disadattamento che ci rende abitanti estranei e
anche un po’ confusi di un tempo che sembra sfuggirci di mano. Non è più il normale, seppure
accentuato, processo di transizione, a disorientarci, ma ci porta sempre più fuori strada questa
torsione improvvisa intorno ai nostri sistemi di vita, alle abitudini di ogni giorno. Anche di fronte a
noi stessi, talvolta non sembriamo più gli stessi.
Anche per questo ci prende fin d’ora l’ansia di sapere come il futuro vedrà e racconterà questo
tempo. E potrà dirci se si sarà trattato di un momento di svolta. E in quale misura, perché è certo
che le tracce resteranno a lungo. Particolarmente vivo resterà il ricordo di questa fine del secondo
anno, con il Natale alle porte, che mentre fa trasparire i toni di un ritorno alla normalità, continua,
allo stesso modo, a mettere in guardia da una vicenda tutt’altro che conclusa con l’inquietante
aggravio di assurde manifestazioni di protesta (non tutte pacifiche) e di improponibili rivendicazioni
di un malinteso diritto di libertà, da parte di un’agguerrita schiera di “no vax” e di “no green-pass”.
Non basta che l’Italia, una volta tanto, venga annoverata nel girone dei virtuosi, per l’efficacia di
misure – soprattutto l’intensissima campagna di vaccinazioni – che hanno contenuto il contagio e
scongiurato un altro pesante allarme sanitario. Il virus non conosce confini e l’intera Europa si trova
alle prese con un’emergenza sempre più grave. Ciò che la pandemia continua a mettere sotto gli
occhi di tutti è l’ineliminabile interdipendenza che lega non solo popoli e nazioni ma persona a
persona. Viene in mente quel “nessuno si salva da solo” pronunciato più volte dal Papa, e che può
rappresentare il vero manifesto per un nuovo modo di stare al mondo. Oltre a indicare una strada di
questo tipo, papa Francesco sta portando la sua chiesa a percorrerla, chiamando al valore della
fratellanza l’intero genere umano e indicando per la comunità dei credenti un più radicale
ancoraggio al Vangelo della vita. La modalità sinodale che anche la chiesa di Pompei è ora
l’orizzonte aperto nel quale orientare le sfide dell’oggi e del futuro. È su questo piano che la Chiesa
di Pompei, in virtù della sua straordinaria storia di fede, deve sentirsi particolarmente interpellata.
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