TRENTARIGHE
Una parola al giorno dal vocabolario della crisi
- 16/ IL BALLETTO DELLE CIFRE– Non tornano i conti della pandemia
- Angelo Scelzo
I conti con la pandemia proprio non tornano. Oltre trentamila morti, più di ottantamila contagiati, un bollettino quotidiano su base regionale, che aggiorna, per l’Italia, le cifre di una catastrofe che dalla Cima ha fatto il giro del mondo. È una tragedia tanto vasta da aver tolto perfino ai numeri la loro prerogativa essenziale di raccontare e, anzi, fotografare la realtà. Un virus non meno insidioso del Covid 19, dev’essersi insediato nei centri di calcolo o nei data- base che tengono il conto delle scorribande, regione per regione, di un’epidemia che non mostra di aver riguardo per nessun confine.
I quali invece esistono e attraversano non solo regioni, ma singole città e paesi, dove proprio ai dati viene imposto il dazio delle diverse dogane, ognuna delle quali “trattiene” e tratta per sé i numeri di più immediato interesse. Ciò che continua a venir fuori è una triste babele di cifre che rende ogni giorno più amara una sciagura che di numeri è contrassegnata a ogni passo: innanzitutto le vittime, poi i contagi, il censimento delle terapie intensive, la quota degli asintomatici, i guariti, i dimessi. Presi per sé, e tutti insieme, sono dati che delineano il quadro delle singole aree, dall’epicentro della Lombardia, e delle altre regioni del nord, alle “periferie” del contagio, dai Centro fino al profondo Sud che ha ricacciato indietro i grandi timori per un potenziale rovinoso impatto- che per fortuna non si è avuto- della pandemia sulla fragile struttura sanitaria. È la varietà di questi dati, interpretati secondo criteri di prossimità, a determinare le diverse misure e i diversi atteggiamenti delle popolazioni come dei governi locali. Ai numeri, in sostanza, si dà la parola, purché rispettino, tuttavia, una trama già scritta e precostituita. È da questo profilo che si è arrivati, per esempio, all’insorgere di una serie di formule che danno conto più delle creatività che della sostanza delle cose: così, dal conteggio area per area del numero di test effettuati, si è arrivati a prefigurare il “federalismo dei tamponi” con tanto di classifica stilata però su parametri di incerta decifrazione. Particolarmente complessa è la decrittazione del famoso Rt che in qualche caso è riuscito a sovvertire elementi che sembravano indicare tutt’altro. Per carità di patria, o almeno di Regione, non è neppure il caso di richiamare l’originale interpretazione che del fattore Rt, ha fornito l’assessore alla sanità lombarda, Gallera. Per farsi capire – forse riservando a una platea più all’altezza una più dettagliata dissertazione scientifica, naturalmente nelle sue corde, ha chiarito, che per infettare lui, in base al valore dello 0,50, occorrerebbero due persone già infette. Anche per il coronavirus, tra le sue terribili certezze, s’è visto che tutto è relativo, tanto più un minimo di competenza e perfino di logica. Ad ogni modo, conta più di tutto, nella formulazione delle graduatorie di controllo, la quantità di tamponi effettuati. C’è stata incertezza, fin dall’inizio, sulla necessità di effettuarli; un po’ come per le “mascherine” prima considerate poco utili e poi rese obbligatorie. Ora sui tamponi diagnostici si misura la curva dei potenziali nuovi contagi. Triturate tra sistemi e sottosistemi, le cifre in sé smarriscono per strada ogni loro eloquenza. Il dato certo è solo quello di una grande tragedia. Che accenna a placarsi, ma che è tuttora in corsa.