QUELLA GRANDE STORIA INIZIATA CENT’ANNI FA A WADOWICE
San Giovanni Paolo II, le mani e il cuore nella storia della chiesa e del mondo
Angelo Scelzo
Il 18 maggio del 1920, a Wadowice, piccolo centro nella Polonia meridionale, fu l’inizio di una grande storia. Nasceva Karol Wojtyla, il futuro Giovanni Paolo II, il futuro Santo ma, forse più di tutto, il protagonista di un tempo che, in molti modi, porta ancora il suo segno. I 27 anni del suo pontificato sono forse il tratto più significativo di un’epoca che, a cavallo tra due secoli e al valico di un millennio, ha attraversato e cambiato paesaggi umani e culturali, ideologie e politiche nazionali, fino a sconvolgere assetti e ordini regionali sullo scacchiere mondiale; e che nella chiesa ha aperto, dopo il Concilio, e nel varco del Grande Giubileo dell’ anno Duemila, l’era di una modernità, riscontrabile per prima proprio nel diverso stile del magistero Pontificio.

Anche di fronte a un pontificato così lungo, l’indice dei temi affrontati sembra superare ogni limite e misura, sia all’interno della chiesa che rispetto al nuovo mondo che essa si ritrovava davanti – e più vicino – dopo l’apertura, e anzi l’abbraccio sancito dal Vaticano II. Un fatto appare assodato: con Giovanni Polo II il papato è ritornato in maniera imperiosa sulla scena del mondo. Non che prima ne fosse estromesso, ma certo la presenza di di Wojtyla ha segnato in lungo e in largo ogni vicenda. Tutta la chiesa ha avuto un passo diverso tanto che, dopo il Concilio, ha potuto vivere quasi di seguito l’altra grande stagione del Grande Giubileo dell’anno Duemila, l’evento per il quale il primate di Polonia, il card.Wyszynski, aveva “designato” proprio il suo ausiliare a Cracovia.
Uomo di passaggio non solo del secolo ma del millennio, Giovanni Paolo II arrivò a questo appuntamento con le forze già esauste; ma il coraggio con il quale affrontò le sofferenze fisiche, rappresentò non solo uno degli elementi più significativi del pontificato, bensì il punto forte di una missione pastorale tutta centrata nella nuova evangelizzazione. Il Vangelo era stato, infatti,
la sua bussola e la sua guida anche quando si trattava di attraversare i campi minati di sistemi politici anti-umani come il nazismo e il comunismo. Non a caso la sua storia personale porta i
patimenti di entrambi i totalitarismi, combattuti su un terreno a prima vista perfino velleitario: quello dell’amore cristiano, della mano tesa che arriva fino al nemico, riconosciuto prima di tutto come uomo. Quel “mai più la guerra” gridato dalla finestra di piazza san Pietro per fermare la Guerra del Golfo, ha fatto in modo che Papa Wojtyla venisse annoverato tra le schiere dei pacifisti: di fronte alle libertà calpestate e alle ignominie perpetrate contro l’umanità, il grido del giovane prete e poi vescovo, prima di Cracovia e poi di Roma, una volta eletto al soglio pontificio, è scaturito sempre dal cuore del Vangelo, e ha chiamato così in causa il ruolo delle religioni. Lo storico incontro di Assisi, nel 1986, accanto al valore ecumenico, può essere ricordato come uno straordinario richiamo proprio alla responsabilità, oltre che alla possibilità di ogni singola confessione riguardo alla convivenza pacifica tra i popoli. Quanto tutto ciò sia attuale è sotto gli occhi di tutti. Mettendo in campo il Vangelo e predicandolo dal vivo ai quattro angoli della terra- senza mai dimenticare l’Italia e le sue regioni, con ben dieci visite nella sola Campania – Giovanni Paolo II ha finito naturalmente con l’assumere anche un ruolo politico. Il pensiero corre naturalmente alla caduta del Muro di Berlino. Per molto tempo, e ancora oggi, si è continuato a parlare del ruolo decisivo di Wojtyla. Ma di fronte a una tale interpretazione, c’è da tener conto dell’obiezione dello stesso papa che ha attribuito quello storico evento. a “un errore insito nella natura del comunismo”. Nella sua visione il Muro è crollato, infine, per la sua fragilità e la sua inconsistenza davanti alle sfide della storia. Alla storia, papa Wojtyla guardava scrutandone gli angoli, ma prendendo di mira, allo stesso tempo, i grandi scenari. Era così anche in altri campi, tanto che, via via, sono venute sempre più allo scoperto le antinomie di un personaggio fuori dagli schemi: Giovanni Paolo II mistico ma coi piedi per terra, precursore di tempi nuovi, ma senza mai dare le spalle alla tradizione. E pastore universale, eppure stretto, quasi ancorato alle sue radici di casa: prima la sua Cracovia e la Polonia, poi la seconda patria, l’Italia, e Roma dove è entrato in ogni parrocchia, come un buon parroco, nelle case dei suoi fedeli. Ha girato il mondo in lungo e in largo, ma ha compiuto, dall’altra parte del Tevere, varcando la soglia della Sinagoga, il viaggio che ha portato più lontano lui e la sua chiesa. Un Papa così non poteva che essere segno di contraddizione fino all’ultimo. Ed è accaduto che al <grande comunicatore>, la sofferenza fisica- che aveva fatto irruzione già negli anni della vigoria, attraverso i colpi di arma da fuoco di Alì Agca, in piazza san Pietro- togliesse perfino la parola. Il papa anziano e malato si era affacciato per l’addio dalla finestra dell’Angelus in un mercoledì senza udienza generale. Lui per primo sapeva che erano gli ultimi giorni. Cercò le ultime forze, annaspò, venne a mancargli l’aria anche per una sola parola. A stento, per coprire quel silenzio più eloquente di mille parole, riuscì a fare un cenno con il braccio.
Grande in vita, ancor più grande nei lunghi drammatici e commoventi momenti di commiato. Si è capito perché di fronte alla morte del papa <venuto da un Paese lontano>, il mondo si è fermato come a decretare il tempo di un raccoglimento dovuto, un planetario e spontaneo atto di omaggio, percepito come momento di svolta nel difficile e tormentato inizio del millennio. E poi, la sera del trapasso, quella veglia dei giovani in piazza San Pietro. Nessun Papa muore mai da solo, ma nessun papa come Wojtyla mori come quella sera in piazza, insieme e accanto ai suoi giovani e con gli striscioni già spiegati di “Santo subito”.