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Angelo Scelzo

TRENTARIGHE

14/05/2020

Una parola al giorno dal vocabolario della crisi

  • 11/ IL CALENDARIOOgni giorno è un pezzo di pane della vita

Angelo Scelzo

È un gesto di routine dei giorni normali, quindi non questi, la pagina di calendario strappata e   appallottolata di getto: un ordinario e banale buongiorno alla vita, con il foglio al passato che rotola nel cestino dei rifiuti.

Ma a un tratto quel foglio è rimasto tra le mani. Buttarlo via è parso uno sgarbo, una cosa sconveniente, da non fare. Di questi giorni vorremmo liberarci tutti e al più presto. E quel giorno in meno che assottiglia di un niente il calendario, finisce per sembrare una piccola liberazione. Lo sguardo è in avanti dove la speranza ha messo in fila le scadenze del momento. E allora quasi non si vede l’ora di voltar pagina, anche se quella di un solo giorno, con il calendario ad attestare, come un notaio, l’atto di una brutta pagina da mandare agli archivi.

Ma se l’esitazione ferma a un tratto la mano, c’è forse qualche conto che non torna in questa irreale e drammatica partita di giro tra giorni da dimenticare e un calendario che continua a segnarli come tutti uguali; e ad annotarli, uno dopo l’altro, senza neppure un segno particolare.  Così, strappare e buttare via quel foglio, quasi come un sospiro di sollievo, ha fatto invece sorgere scrupoli, e venire un dubbio: ma poi esistono giorni da buttare? E un giorno non è forse un pezzo di pane della vita, e quindi la vita stessa?

Non si possono buttare via i giorni, perché non si può buttare via la vita.

Anche questa, listata a lutto, ammantata di terrore e paura, crudele anche quando risparmia il colpo di grazia, perché è malattia già la distanza che impone, e che a noi tocca riconvertire in misura protettiva. È tanto sottile e feroce quest’attacco che, forse senza metterlo in conto, la sua protervia ha finito per suscitare non una reazione uguale e contraria, quella che poteva magari scaturire da un semplice meccanismo di difesa, ma una sovrabbondante e quasi inaspettata ribellione. Un no duro e sbattuto in faccia, teso a mostrare che la vicinanza, quella vera, se ne infischia e va oltre alle distanze imposte, e trova i mille modi per farsi viva e presente. Anzi, lancia la sua sfida più implacabili proprio all’ultimo miglio quando la corsa sembra conclusa e il virus si appresta a cantare la sua macabra vittoria.

Non si buttano via i giorni, perché c’è anche questo da tenere in conto e mettere in salvo. E ricordare poi che tutte le storie di generosità e di altruismo, di prossimità e di amore verso il prossimo, vanno ricondotte a una sola Storia che tutte le avvolge e che dà senso anche a giorni come questi. Niente come il male ci fa capire che non è possibile fare a meno del bene.  Mai come in questo tempo ci rendiamo conto che non si tratta di una frase consolatoria. Il bene non è meno virile del male, e può fare la faccia dura, può cantare ai balconi, sventolare bandiere come il petto in fuori di chi è pronto alla lotta. Può ritrovare dentro casa il coraggio di gesti e tenerezze perdute, o l’improvvisa allegria che spunta, come un prodigio, dagli spazi e dal clima nuovo del condominio. Può riscoprire il valore di un colloquio, una preghiera personale e diretta con chi non ha mai fatto questione di tempo né d’altro, per darti ascolto. È una vita nuova che, in mille modi e senza una regia alle spalle, sorge a mettere in piazza tutto ciò che l’uomo è. Siamo rimasti un po’ tutti, finora, incantanti ad ascoltare e in parte a vivere, la storia di ciò che l’uomo ha. Fino a saperne troppo, a rimanerne coinvolti o anche ammaliati.

Il coronavirus forse è proprio un capitolo di approfondimento.  E allora nessuno di questi fogli è da buttare via.