Pompei è espressione dell’universalità della pace
C’è un tema che non scade mai e che continua valicare confini territoriali e ideologici senza mai trovare approdi definitivi. È la pace, la più invocata delle condizioni, la più maltrattata delle realtà che segnano la vita di uomini e popoli sotto ogni latitudine. La guerra è il suo contrario e la sua negazione, eppure a proclamare il “regno della pace” non basta da sola l’assenza delle armi. Stiamo imparando a conoscere, sempre più e in modo sempre più drammatico, come il mondo d’oggi riesca a frantumare la pace in mille pezzi, facendone un vaso di Pandora dal quale escono le schegge avvelenate di beni e risorse andate a male, lasciate consumare dal tempo e dall’ignavia.
La realtà, sempre più evidente, è che la pace non può essere lasciata in pace, abbandonata senza cure come una pianta lasciata a sé, circondata e attaccata dalle erbe cattive. Le radici sono forti, ma ancora più aggressivi sono gli attacchi, palesi e occulti, cui è sottoposta giorno per giorno, terreno per terreno. Papa Francesco ha indicato in modo nuovo, anche quello della povertà. Che la guerra provochi povertà è la più lampante e tragica delle evidenze. Ma la sua riflessione ha riguardato il contrario: anche la povertà può essere causa di guerra, o per l’altro verso, ostacolo alla pace. Non è un moloch, la pace, non si ottiene una volta per tutte. Non solo per i Cristiani, la pace sta al fondo di un cammino costellato da molte virtù, prima fra tutte la giustizia che assicura il valore fondamentale dell’eguaglianza e della dignità di ogni singola persona. Ma per essi c’è una somma di virtù che si chiama preghiera; ed è questa che più di tutte illumina le vie e svela fino in fondo il traguardo.
In questa visione la pace è essa stessa preghiera, un dono che può essere sciupato solo dalle mani e dai cuori sporchi dell’uomo.
Le cronache del mondo non danno requie. Non danno pace. In Indonesia continua il martirio dei Cristiani, con agguati ed esplosione nelle chiese. L’ultimo secolo del duemila è stato il secolo dei martiri, e il nuovo millennio non ha tardato a mostrare il suo volto feroce. Timori e inquietudini si fanno strada in tutte le aree, fino ad annullare qualche speranza appena affiorata. È il caso delle due Coree, dove lo storico incontro tra i due presidenti sembra già acqua passata, sotto l’incalzare di nuove tensioni che coinvolgono direttamente anche l’America di Trump. Senza parlare del Medio Oriente, con le nuove violenza scaturite dal trasferimento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme. Lo sfondo delle distruzioni mai cessate in Siria delinea il quadro allarmante di una pace sempre più in bilico e mai tanto precaria. Un nuovo ordine internazionale stenta a farsi strada, e non è neppure cercato, mentre lo scenario è sempre più dominato da drammi epocali, come quello della biblica trasmigrazione di popoli, visto e affrontato come una nuova minaccia alla pace. Se la dimensione dei problemi porta così lontano fino a sentirsi sovrastati, può venire naturale sentirsi fuori dalla mischia e perciò deresponsabilizzati. Ma proprio ai Cristiani, la pace si offre come risorsa senza fine e come speranza sempre viva. È stato questo il senso di maggio, recitata a Pompei e guidata dal Nunzio apostolico della Santa Sede Italia, l’arcivescovo Emil Paul Tscherrig. I nunzi sono gli inviati del Papa presso i governi di quasi tutte le nazioni del mondo. Sono inviati di pace che, spesso, si trovano ad affrontare situazioni di conflitti.
Non solo attraverso l’omelia, nella celebrazione eucaristica che ha preceduto la Supplica, ma anche con il suo pieno coinvolgimento nello spirito delle Opere di Bartolo Longo, Monsignor Tscherrig ha fatto respirare in pieno l’universalità della pace che Pompei concretamente esprime nella facciata stessa del Santuario. Tutta Pompei, la sua storia, è come una sola opera di pace. L’universalità è il segno più vivo della città di Maria. Una città di pace, fondata su una profezia di pace.
(Rnp n. 3 maggio-giugno 2018)